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Come si districherà l’Italia fra liquidità, Bce e Recovery Plan?

Governo Draghi

L’analisi di Giuseppe Liturri

 

Tanto tuonò che piovve. Lo scorso 3 agosto avevamo annunciato come imminente, non mancando di sottolineare il relativo ritardo, l’arrivo del bonifico da Bruxelles e venerdì 13 la Commissione ha eseguito il pagamento di 24,9 miliardi a titolo di anticipo del 13% del totale di 191 miliardi del Dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF, che costituisce la gran parte del Next Generation Ue).

Negli stessi giorni, il Ministero dell’economia ha comunicato che la liquidità giacente sul conto disponibilità presso la Banca d’Italia ed altri impieghi di tesoreria aveva toccato al 31 luglio la cifra record di ben 115 miliardi. Un livello storicamente mai raggiunto.

Insomma, mentre ci affanniamo da ormai più di un anno per ottenere da Bruxelles l’approvazione ed il finanziamento di un piano di investimenti caratterizzato da precisi vincoli nella destinazione della spesa, da riforme approvate a tappe forzate dal Parlamento, da un colossale sforzo burocratico per la rendicontazione ed il controllo e – ultimo ma non meno importante – dal rispetto degli obsoleti parametri del Patto di Stabilità e Crescita, nelle nostre casse staziona già più della metà della somma che dovremmo spendere nei prossimi 5 anni.

Si badi bene: con un saldo del settore statale che nel primo semestre 2021 ha mostrato un fabbisogno di 85 miliardi (in miglioramento dai 95 miliardi dello stesso semestre del 2020), è normale che il Tesoro gestisca un cuscinetto di liquidità che abbia un livello coerente con i flussi di cassa previsti. Come insegna l’esperienza del marzo 2020, quando mentre la Bce come al solito tardava a prendere decisioni e lo spread Btp-Bund ballava pericolosamente intorno ai 300 punti, a via XX Settembre preferirono utilizzare le disponibilità liquide per ben 43 miliardi, portandole a toccare il minimo a 30 miliardi.

È tale l’abbondanza di liquidità che lo scorso 22 luglio il Mef ha comunicato perfino l’annullamento di due aste di Btp previste nelle settimane successive e l’asta dei Bot a 12 mesi del 11 agosto ha fatto segnare un nuovo minimo nel rendimento, attestatosi a -0,51% dal -0,46% dell’asta di luglio.

Le cause di tale favorevole situazione sono essenzialmente due: da un lato, come anzidetto, il fabbisogno statale in decremento e, dall’altro il ritmo sostenuto dei collocamenti dei titoli di Stato nel primo semestre. Il minor fabbisogno statale è soprattutto l’effetto del buon andamento delle entrate tributarie nel primo semestre, con una crescita da 186 miliardi del 2020 a 213 del 2021. Considerando l’andamento anomalo del 2020, il 2021 non sfigura affatto nemmeno rispetto al 2019 e 2018 (200 e 198 miliardi rispettivamente). Ma è dal fronte delle emissioni di titoli che arriva la maggior parte del bottino: nel primo semestre le emissioni nette sono state pari a 118 miliardi, portando lo stock di debito pubblico al 30 giugno a 2.696 miliardi (2.611 al netto della liquidità). Con le emissioni di titoli abbiamo coperto il fabbisogno statale ed abbiamo pure messo fieno in cascina, rimpinguando la cassa per i tempi bui. E queste emissioni di titoli hanno avuto un solo compratore: la Bce.

A chi si impressiona per la crescita del debito pubblico a partire dallo scoppio della pandemia (da 2.373 miliardi di febbraio 2020 a 2.612 di giugno 2021: +239 miliardi) basterebbe far notare che nello stesso periodo la Bce ha eseguito acquisti con i due programmi PSPP e PEPP per 266 miliardi (incluso luglio 2021) a cui Bankitalia ha contribuito direttamente per 208 miliardi a tutto giugno. Il tutto sfruttando l’illimitato potere delle banche centrali di acquistare quei titoli accreditando il controvalore sui conti che le banche commerciali venditrici detengono presso l’istituto di emissione, con una semplice scrittura contabile. E l’inflazione? Come ebbe a dire il famoso economista Kenneth Rogoff  “avere paura dell’inflazione è come preoccuparsi del morbillo, quando si è a rischio di ammalarsi di peste”.

Purtroppo, soprattutto a causa di una difettosa architettura istituzionale dell’Eurozona, questi acquisti sono stati effettuati sul filo della violazione dei Trattati, sulla spinta dei mercati in subbuglio. Il ruolo dominante della Bce ha un prezzo che potrebbe rivelarsi molto pesante per il nostro Paese ed il NgEu è la cambiale che abbiamo firmato per rassicurare i nostri partner europei che per i prossimi 30 anni il nostro Paese sarà fedele esecutore delle prescrizioni di Bruxelles e Francoforte, dove sanno bene che l’Italia ha un’economia pari a otto volte quella greca e va messa saldamente in sicurezza. Allora, da una parte acquisti e dall’altra le regole ferree del NgEu. Da qui i 526 obiettivi qualitativi e quantitativi (di cui 51 entro il 2021) scaglionati fino al 2026 per accedere a ciascuna delle 10 rate semestrali. Nel 2021, per accedere alla prima rata da 24 miliardi (da cui sarà già dedotto l’acconto ricevuto venerdì), saranno 106 i progetti attivati nelle diverse missioni che comprendono però anche opere per 51 miliardi già avviate o che lo sarebbero state anche senza NgEu, un modo per aumentare ancora la presa di Bruxelles su Roma.

La conferma che il denaro per gli investimenti previsti non fosse un problema, la si ottiene rilevando che le rate erogate dalla Ue – sempre che si conseguano tutti gli obiettivi – saranno un mero rimborso rispetto a somme già previste in bilancio (33 miliardi nel 2021 e 118 nel triennio).

Non avere una banca centrale normale significa dover finanziare un doveroso programma di investimenti, costringendoci a sostenere un fardello di condizioni il cui peso “apprezzeremo” presto.

(Versione aggiornata e integrata di un articolo pubblicato sul quotidiano La Verità)

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