La minaccia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di imporre dazi fino al 200% alle case farmaceutiche che non producono nel Paese ha funzionato con le Big Pharma, che infatti hanno stretto accordi con la Casa Bianca per ridurre i prezzi dei farmaci negli Usa. Come però ha fatto notare il Ceo di Pfizer, Albert Bourla, queste non hanno intenzione di rinunciare ai loro lauti profitti e, dunque, chi pagherà per non rovinare le loro entrate?
Bourla ha anche fornito la risposta: l’Europa. I Paesi del Vecchio Continente, che pagano in media circa un terzo in meno rispetto agli Stati Uniti, grazie a sistemi sanitari nazionali che negoziano i prezzi, quest’anno dovranno affrontare le pressioni delle aziende, le quali hanno il potere di ricattarli ritardando l’accesso ai nuovi medicinali.
LA MINACCIA DI BOURLA ALL’EUROPA
“Quando facciamo i conti, dobbiamo ridurre il prezzo negli Stati Uniti al livello della Francia o smettere di rifornire la Francia? Noi smetteremo di rifornire la Francia. Quindi resteranno senza nuovi medicinali. Il sistema ci costringerà a non poter accettare prezzi più bassi”. A dirlo è stato proprio Bourla durante la conferenza JPMorgan Healthcare.
Stando al Financial Times, anche altri dirigenti hanno confermato che alcune aziende stanno valutando di ritardare il lancio di nuovi farmaci in Europa se i prezzi non saranno adeguati, aumentando il rischio di limitare l’accesso dei pazienti a terapie innovative.
RITARDO SU RITARDO
L’annuncio non è confortante soprattutto se si considera, come ricordato da Will Humphrey, vicepresidente di Capstone, che “i farmaci vengono già lanciati in Europa circa un anno dopo rispetto agli Stati Uniti” e le nuove pressioni potrebbero ampliare ulteriormente questo divario temporale.
Inoltre, come affermato all’inizio dell’anno da Sebastian Guth, direttore operativo della divisione farmaceutica di Bayer e membro del consiglio di PhRMA, “se si guardano i farmaci innovativi lanciati e approvati negli ultimi dieci anni, gli americani hanno accesso all’80% di questi, mentre gli europei a meno del 50%”.
“In Europa – ha aggiunto – esiste strutturalmente un ritardo molto significativo”.
IL REGNO UNITO HA GIÀ CEDUTO
Non è parte dell’Unione europea, ma il Regno Unito si è già piegato alla nuova politica di Trump. Washington e Londra, infatti, hanno raggiunto un accordo in base al quale il Regno Unito otterrà un alleggerimento dei dazi in cambio di un aumento del 25% del prezzo netto dei nuovi farmaci statunitensi.
Le case farmaceutiche gioiscono. “È un passo positivo in avanti. Penso comunque che ci sia ancora molta strada da fare”, ha detto Adam Lenkowsky, Cco di Bristol Myers Squibb. Mentre per Daniel O’Day, Ceo di Gilead, l’intesa “offre davvero l’opportunità di resettare i prezzi nel resto del mondo”.
RESISTENZA TEDESCA
Mentre le aziende chiedono aumenti, c’è chi prova a opporsi. Jens Baas, amministratore delegato della Techniker Krankenkasse, la più grande assicurazione sanitaria pubblica tedesca, ha dichiarato: “In Germania stiamo chiaramente pagando troppo. Il legislatore [tedesco] deve intervenire e attuare con urgenza misure per ridurre la spesa, soprattutto nell’area dei farmaci brevettati”.
Per Baas, prezzi più alti “aumentano solo i margini di profitto delle aziende farmaceutiche e gravano su chi contribuisce al sistema di assicurazione sanitaria obbligatoria”, senza stimolare le economie europee.
IL PARERE DI ANALISTI, INVESTITORI E LOBBISTI
Secondo Marshall Gordon, analista senior per la sanità presso ClearBridge Investments, non si può pretendere che l’Europa aumenti improvvisamente la spesa per i farmaci. Tuttavia, ha aggiunto, gli accordi stretti dalle aziende con la Casa Bianca “danno effettivamente alle aziende un maggiore potere negoziale”. Gareth Powell, responsabile degli investimenti sanitari presso Polar Capital, ha invece messo in luce le possibili conseguenze di tale potere: “Questo potrebbe significare che, almeno per un paio d’anni fino alla fine della presidenza Trump, questi prodotti semplicemente non verranno lanciati in Europa”.
Humphrey, oltre a ribadire il rischio di ritardi del lancio di farmaci in Europa, ha paragonato la pressione esercitata sugli Stati europei alla gestione della Nato da parte di Trump, sottolineando che “i Paesi europei non hanno significativi avanzi di bilancio da poter usare per aumentare immediatamente la spesa per i farmaci”.
Motivo per cui, secondo un lobbista di Washington citato da Reuters, è improbabile che i governi europei concedano vantaggi significativi agli Stati Uniti, anche perché “non è che l’amministrazione Trump abbia fatto molte cose che abbiano reso gli europei felici e disposti a essere accomodanti”. In realtà, “li sta antagonizzando”.


