Pechino ha deciso di estendere da ieri il regime di tariffa zero a tutti i Paesi africani, portando così a 53 il numero di nazioni beneficiarie. L’unica eccezione è l’Eswatini, il solo Stato africano che continua a riconoscere Taiwan come entità separata.
Si tratta di un’apertura commerciale unilaterale di grande portata, che elimina i dazi su quasi tutti i prodotti provenienti dal continente africano per i prossimi due anni, fino al 30 aprile 2028.
Questa mossa arriva in un momento di forte tensione sul fronte del commercio internazionale, segnato da protezionismo e guerre tariffarie, e viene presentata da Pechino come un gesto di amicizia e di responsabilità verso il Sud del mondo.
Tuttavia, gli analisti la osservano con realismo e una certa cautela: pur rappresentando un indubbio vantaggio per gli esportatori africani, rischia di avere effetti limitati senza un profondo cambiamento delle strutture economiche del continente, dato il marcato squilibrio commerciale che caratterizza da anni i rapporti tra Cina e Africa.
I dettagli
La misura si inserisce nel 15° Piano Quinquennale cinese (2026-2030) e arriva nel 70° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Cina e molti Paesi africani.
Come riporta la BBC, la Cina aveva già applicato dal dicembre 2024 il duty-free a 33 nazioni africane meno sviluppate. Ora estende la copertura a ulteriori 20 Paesi.
Si tratta di un impegno unilaterale presentato da Pechino come il primo di questo tipo da parte di una grande economia verso l’intero continente.
Il ministero del Commercio cinese ha fatto sapere che il provvedimento renderà più competitivi i prodotti africani sul mercato interno, con benefici attesi soprattutto per cacao, caffè, avocado, agrumi e vino.
La narrazione di Pechino
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lin Jian ha definito la misura “un’espressione della volontà della Cina di aprirsi volontariamente e assumersi maggiori responsabilità internazionali”, come riportato da The Independent.
Il Global Times, versione in lingua inglese del Quotidiano del Popolo e dunque organo di propaganda del Partito Comunista, ha sottolineato che la politica rafforza la costruzione di “una comunità Cina-Africa con un futuro condiviso” e contrappone l’approccio cinese improntato alla “cooperazione win-win” alle politiche protezionistiche di altri paesi.
He Wenping, ricercatore del China-Africa Institute, ha dichiarato allo stesso Global Times che la misura aiuterà l’Africa a passare dal commercio di materie prime a quello di prodotti a maggior valore aggiunto.
L’eccezione Eswatini
L’unica esclusione è l’Eswatini, uno dei pochi Paesi al mondo (e l’unico in Africa) a mantenere legami diplomatici formali con Taiwan.
Come scrive The Independent, questo dettaglio conferma che l’apertura commerciale di Pechino segue rigorosamente la linea “una sola Cina”.
Un commercio fortemente sbilanciato
Nonostante l’annuncio, il quadro resta molto asimmetrico. L’Africa ha chiuso l’ultimo anno con un deficit commerciale verso la Cina di circa 102 miliardi di dollari, in crescita del 65%.
Le esportazioni africane verso Pechino sono dominate da petrolio, minerali e materie prime.
Lauren Johnston, senior research fellow dell’AustChina Institute, intervistata dalla BBC, ha dichiarato che la Cina si sta posizionando come “liberalizzatore commerciale e partner economico amico dell’Africa”, in contrasto con Donald Trump e gli Stati Uniti.
Tuttavia, come sottolinea l’emittente britannica, altri analisti ricordano che i dazi non sono mai stati l’ostacolo principale per gli esportatori africani.
Opportunità e limiti
Johnston ritiene che l’espansione del regime zero-tariff potrebbe aumentare le esportazioni agricole africane, contribuendo a “elevare i redditi rurali, migliorare la produttività e ridurre fame e povertà”. Tuttavia, gli esperti sono cauti sugli effetti reali.
Jervin Naidoo, political analyst di Oxford Economics Africa, citato da The Independent, avverte che “molte economie africane affrontano ancora vincoli strutturali come capacità industriale limitata, logistica debole e dipendenza dalle esportazioni di materie prime, che la semplice riduzione dei dazi non può risolvere”.
Alfred Schipke, direttore dell’East Asian Institute di Singapore, intervistato dalla BBC, prevede un impatto a breve termine “modesto e concentrato nei Paesi che già hanno capacità esportatrice”.
Ken Gichinga, economista keniano, ha detto alla stessa BBC che per il Kenya sarà “un grande impulso” soprattutto per avocado, noci macadamia, caffè, tè e cuoio.
Più critica è Wangari Kebuchi, economista di politica fiscale, sempre citata dalla BBC: “zero dazi su commodities già esportate grezze non risolvono il problema di fondo. Possono addirittura consolidarlo. I governi africani devono usare questo accesso migliore come leva per una vera politica industriale”.
Cosa cambia davvero?
Questa decisione è stata pensata per rafforzare l’immagine della Cina come principale partner economico dell’Africa. Può dare una spinta concreta ad alcuni settori agricoli e ai redditi rurali.
Ma senza profondi cambiamenti strutturali – in termini di industrializzazione, logistica e trasformazione locale delle materie prime – il grande squilibrio commerciale tra le due realtà rischia di rimanere tale.
La vera sfida per i governi africani sarà trasformare questa maggiore accessibilità al mercato cinese in uno strumento concreto di sviluppo, e non solo in uno sfogo temporaneo per le esportazioni di commodities.







