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Chip di Stato. Ecco come Usa, Cina, Giappone e non solo spingono sui semiconduttori

Chip Stato

Come gli Stati si muovono per sviluppare le industrie dei microchip

 

Chip di Stato. Perché i semiconduttori, di cui l’industria del mondo post pandemico s’è riscoperta affamata, sono una ‘faccenda di Stato’. Non stanno solo nei cellulari, nella PlayStation 5 e nelle auto moderne, ma pure negli strumenti del comparto della difesa: dipendere dall’Asia e, in particolare, dalla Cina, può dunque essere pericoloso, e non solo perché dai suoi capricci potrebbero dipendere interi comparti industriali. Ecco perché sempre più Stati spingono a una produzione “a km zero”, indoor.

GLI IPCEI ITALIANI

Rientrano, seppur di striscio, in tale ambito, gli Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo (IPCEI), ovvero 1,7 miliardi di euro di risorse stanziate nel Fondo omonimo gestito dal Mise. Il dicastero dello Sviluppo economico sul finire dell’estate ne ha attivati due a sostegno delle imprese italiane nel settore strategico delle batterie, per un valore complessivo di 1 miliardo di euro, cui si aggiungono i 700 milioni per il comparto della microelettronica.

Spulciando tra i documenti dello Sviluppo Economico si scopre che il Fondo IPCEI si suddivide in:

IPCEI Batterie 1: 473,35 milioni di euro per sostenere progetti e attività finalizzate a introdurre tecnologie altamente innovative e sostenibili lungo l’intera catena del valore delle batterie agli ioni di litio, con l’obiettivo di migliorare le caratteristiche di durata, i tempi di caricamento, la sicurezza e la compatibilità ambientale dei nuovi prodotti in linea con i principi dell’economia circolare;
IPCEI Batterie 2: 533,6 milioni di euro per sostenere progetti e attività finalizzate alla ricerca e sviluppo della produzione di materie prime, celle, moduli e sistemi di batterie elettriche su larga scala per il settore industriale italiano ed europeo;
IPCEI Microelettronica: 325,85 milioni di euro, che si aggiungono ai 410,2 milioni di euro già programmati, per realizzare e sviluppare tecnologie e componenti microelettroniche innovative nei settori dei chip efficienti sul piano energetico, dei semiconduttori di potenza, dei sensori intelligenti, dell’attrezzatura ottica avanzata e dei materiali compositi.

Il Mise a inizio anno, avendo registrato l’assordante silenzio della Manovra sulla materia (che riguarda da vicino l’automotive) ha disposto un’integrazione degli stanziamenti previsti nelle legge di Bilancio 2022, portando a 2,2 miliardi i fondi destinati a supportare le filiere strategiche del Paese. La finalità è “realizzare almeno 40 nuovi progetti d’investimento su tutto il territorio nazionale nei settori: automotive, microelettronica e semiconduttori, metallo ed elettromeccanica, chimico-farmaceutico, turismo, design, moda e arredo, agroindustria e tutela ambientale”.

L’iniziativa di fatto si concretizzerà per mezzo di Contratti di sviluppo che attingeranno ai 450 milioni previsti in Manovra cui aggiungere 750 milioni di euro per progetti di investimento legati alla digitalizzazione, innovazione e competitività delle filiere del made in Italy e 1 miliardo di euro per rafforzare gli investimenti, anche in ricerca e innovazione, sulle principali filiere della transizione ecologica, favorendo anche i processi di riconversione industriale con la costruzione di ‘gigafactory’ per realizzare batterie e pannelli fotovoltaici e per l’eolico”.

SEMICONDUTTORI, L’UE DICE Sì AGLI AIUTI DI STATO

Aiuti di Stato. Nello spirito originale dei Trattati erano visti come una bestemmia in chiesa. Poi è arrivata la pandemia e l’Ue li ha permessi, soprattutto per salvare le compagnie di bandiera (in realtà erano già stati tollerati anche per salvare gli istituti di credito in crisi). Ora sono a volerli è la Commissione stessa, che sul piatto, per il Chips Act, ha messo 43 miliardi di euro.

 

“Con l’European Chips Act vogliamo fare dell’Ue un leader industriale in questo mercato strategico, ci siamo prefissati l’obiettivo di avere nel 2030 qui in Europa il 20% della quota di mercato globale della produzione di chip, ora siamo al 9%, ma durante questo periodo la domanda raddoppierà, questo significa quadruplicare i nostri sforzi”, ha detto la presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen. Nel dettaglio, gli aiuti di Stato comunitari per i chip ammonteranno a 15 miliardi di euro in ulteriori investimenti privati e pubblici entro il 2030, che si sommano ai 30 miliardi di euro del Next Generation Eu, dal programma Horizon e dai bilanci nazional. Questi fondi saranno accompagnati da ulteriori investimenti privati a lungo termine.

Cruciale sarà la creazione di impianti di produzione avanzati, che come ha detto la numero 1 della Commissione “comportano enormi costi iniziali”. “Pertanto – ha ammesso la presidente dell’esecutivo Ue -, stiamo adattando le nostre norme sugli aiuti di Stato, a condizioni rigorose. Ciò consentirà, per la prima volta, il sostegno pubblico agli impianti di produzione europei ‘primi nel loro genere’ a beneficio di tutta l’Europa”.

La novella comunitaria ci riguarda da vicino, visto che l’americana Intel vorrebbe costruire un impianto proprio in Italia (in realtà ce lo contendiamo con Francia e Germania) e con ogni probabilità andrà nello Stato che offrirà le migliori condizioni, non solo in tema lavorativo, burocratico e di certezza del diritto, ma anche sotto il profilo degli incentivi.

CHIPS FOR AMERICA ACT

Straordinariamente, il pacchetto di aiuti del Vecchio continente è arrivato prima della misura analoga sospinta dall’amministrazione Biden. Proprio recentemente ha fatto il punto Il Sole 24 Ore, ricordando che il 4 febbraio è arrivato l’ok della Camera dei rappresentanti ricordando che il Senato aveva votato a giugno una propria legge e dunque ora i due rami del Parlamento dovranno provare a uniformare i testi, “appianando differenze non banali, anche in termini di spesa pubblica. La versione della Camera conta oltre tremila pagine: i capitoli più importanti prevedono circa 52 miliardi di dollari in sovvenzioni per l’industria nazionale dei semiconduttori e 45 miliardi per rafforzare le supply chain di prodotti high-tech”, si legge sul quotidiano di Confindustria.

I CHIP DI STATO DEL SOL LEVANTE

Anche il Giappone è in ritardo: secondo la testata Nikkei il governo entro marzo 2024 proporrà un vasto piano di aiuti. Ci si aspetta in merito una forte iniezione di capitali, non dissimile a quelle varate nell’emergenza Covid. Al momento i tecnici sarebbero al lavoro sull’elenco di settori strategici da aiutare.  Quindi le compagnie interessate presenteranno piani di investimento e desiderata in tema di R&D.

Secondo una stima del Japan Center for Economic Research (JCER), il Pil giapponese nell’ultimo mese dello scorso anno è cresciuto soltanto dello 0,1 per cento al netto dell’inflazione. Il dato ufficiale dall’Ufficio di Gabinetto giaponese dovrebbe arrivare il 15 febbraio. La crescita del Giappone nel trimestre ottobre-dicembre 2021 è stata del 7,1 per cento su base trimestrale.

MADE IN CHINA 2025

E poi c’è naturalmente la Cina, dove i chip sono già di Stato, visto che lo Stato ha partecipazioni in tutte le realtà ‘private’. Mentre in Occidente si derideva il colosso cinese pensando che si limitasse alla manifattura e a copiare brand rinomati, Pechino aveva messo gli occhi sui chip e sulle terre rare, accaparrandosi grandi appezzamenti nel continente africano. In questo modo, ha tutto ciò che le serve per sfornare a ripetizione semiconduttori e batterie per auto EV, cruciali nel mondo di domani. In più secondo il piano Made in China 2025, la percentuale di spesa per ricerca e sviluppo dovrà passare dallo 0,95% del 2015 ad almeno l’1,68% e l’l’80% di componenti dovranno essere, per l’appunto, made in China.

 

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