Economia

Chi ha torto e chi ha ragione fra Boeri e Salvini su pensioni e immigrati

di

INPS

Il commento di Pierluigi Magnaschi, direttore di Italia Oggi, sulla tenzone fra Matteo Salvini e Tito Boeri

Nel nostro paese da rubamazzetto non c’è mai stato spazio per le sfumature: o si è da una parte, o si è dall’altra. Chi sta indietro o di lato, viene demonizzato e, quando va bene, viene classificato come renitente. All’opinione pubblicata (che è ben diversa dall’opinione pubblica, come dimostrano anche gli esiti delle più recenti elezioni) non interessa, non dico la soluzione dei problemi, ma nemmeno l’analisi motivata degli stessi. I duetti alla Tecoppa («Taci tu comunista!». «Chiudi il becco, tu fascista!» e via con altre antinomie che consentono di restare sulla scena senza dover usare il cervello), non solo sono sempreverdi ma sono anche diffusi dovunque: in parlamento, sui giornali, nei talk show. In tutti questi ambienti non è importante l’apporto intelligente di conoscenze ma viene ritenuta utile solo la rissa.

Nei talk show, ad esempio, i partecipanti al dibattito, su qualsiasi tema, vengono reclutati solo tra coloro che, o sono favorevoli o sono contrari su un certo tema. I motivatamente dubbiosi, o che, per certi aspetti di un problema, sono favorevoli a certe soluzioni e, per altri, sono contrari, vengono evitati come la peste. La demente motivazione che viene addotta in questi casi per lasciarli a casa, è che, se si ammettono ai talk tv i problematici o, diciamolo pure, i non schierati, si fa confusione.

Pertanto, per evitare di fare confusione, si reclutano solo i trinariciuti delle opposte fazioni. Quelli cioè che gonfiano le giugulari e sputano la saliva delle loro sacrosante indignazioni verso gli avversari, a vantaggio delle pulsioni primitive dei loro sostenitori (e quindi anche di sua maestà l’audience). Del resto s’è mai visto un torero che accarezza la testa di un toro o un toro che vuole strusciarsi con il torero? No, certo. Ma quella è una corrida dove il torero ha il compito di abbattere il quadrupede mentre al toro compete (se ce la fa) il diritto di incornare il suo avversario.

Il loro è un gioco primordiale di forza e di violenza. Non a caso esso si svolge in un’arena e non in un parlamento o in uno studio tv. Un dibattito infatti dovrebbe essere il luogo del confronto e del reciproco convincimento. Purtroppo non lo si pratica più nei fatti. E non a caso, come conseguenza, la democrazia è ridotta ai minimi termini. Anzi sta scadendo in poltiglia.

Il dibattito velenoso e apparentemente inesauribile che è divampato fra il ministro dell’Interno Matteo Salvini e il presidente dell’Inps, Tito Boeri si svolge su un equivoco (non so quanto voluto e coltivato anche dai due contendenti) e non su una vera contrapposizione come sembrerebbe leggendo i titoli che saettano nell’aria come coltelli acuminati. Boeri infatti sostiene che l’immigrazione serve: primo, perché consente di occupare posti di lavoro utili per l’economia italiana ma che gli italiani, per motivi loro, non vogliono più svolgere (come ad esempio le colf, le badanti, i mungitori, i manovali e cosi via). Secondo, se questi posti non fossero coperti ne deriverebbe un contraccolpo anche a danno della crescita economia dell’intero paese.

Su entrambi questi punti non dovrebbe esserci rissa perché anche Salvini è d’accordo. E lo è nei fatti. Salvini infatti non è contrario all’immigrazione ma all’immigrazione alluvionale. Si comporta insomma come chi, avendo sete, chiede un bicchiere d’acqua e non che gli sia aperta una diga. La dimostrazione che questa sia la sua posizione (e quella del suo partito) risiede nel fatto che la Regione Veneto che è da un sacco di tempo governata dagli uomini della Lega è la regione italiana nella quale la presenza di immigrati è di gran lunga la più alta in Italia. E dove, per di più, la grandissima maggiorana degli immigrati che stanno lavorando è regolarmente inquadrata, pagata regolarmente e non in nero, quasi sempre sono anche iscritti ai sindacati e tutelati dai medesimi.

Boeri sostiene inoltre che i nuovi occupati, ricevendo uno stipendio per la loro attività lavorativa, subiscono anche delle detrazioni contributive che, nel mentre, costruiranno (al pari dei contributi di tutti gli italiani) il fondo personale che alimenterà, al momento venuto, la loro pensione. I loro contributi servono sì a pagare le pensioni correnti ma senza fare la beneficenza a nessuno perché questo è il meccanismo al quale soggiacciono tutti i lavoratori italiani. Anche su questo punto, che è una semplice constatazione di tipo ragionieristico-attuariale per il cui accertamento non servono certo delle menti eccelse, non ci sono, nella sostanza, delle divergenze fra Boeri e Salvini.

Fra Boeri e Salvini inoltre c’è anche l’identità sul tipo di immigrazione auspicabile. Non è quella dei barconi, della filiera di negrieri e delle ong ma quella dei visti turistici o meglio degli ingressi garantiti da posti di lavoro. Per entrambi non c’è bisogno dell’aiuto delle ong e, soprattutto, non si rischia la vita (salvo lamentarsene quando la vita se ne è andata, sperando di attribuirne la responsabilità a un proprio avversario). Anche per Boeri infatti la migliore immigrazione possibile è quella della, ovviamente sempre migliorabile, legge Bossi-Fini (che porta addirittura il nome di un leghista e di un ex missino) e che, come del resto ha riconosciuto anche lo stesso Boeri, «fece schizzare le contribuzioni previdenziali» facendo esplodere la percentuale di immigrati dallo 0,1% del 1990 (quando la Bossi Fini ovviamente non c’era ancora) al 3% del 2001, e all’8,5% di oggi.

Ma se Boeri e Salvini sono d’accordo sulla sostanza, perché l’hanno gettata (o gliel’hanno fatta gettare) in rissa? Sulla base di differenze minuscole, di assoluto dettaglio, del tutto opinabili ma che sono anche risolutamente politiche. Boeri (da politico e non da presidente dell’Inps) invita a non accendere i riflettori sui gommoni (che invece sono un problema gigantesco, visto che poi, a Nord, tutti gli arrivati in Italia, adesso trovano i confini blindati) e sottolinea che gli immigrati ci pagano le pensioni. Questo lo fanno già tutti gli occupati e fra questi anche molti immigrati che non forzano i confini.

In ogni caso nessuno fa beneficenza a nessuno. Infatti se lavorano, concorrono certo all’aumento del pil e a pagare le pensioni di tutti. Non fanno, ripeto, beneficenza a nessuno. Boeri non lo dice ma fa capire che siano dei benefattori. Sarebbe bene chiarisse. Anche se ormai è impossibile abbassare i toni. Siamo al derby che, in ogni caso, a questo punto, sarà perso dall’Italia e chissà per quanti anni. E la colpa è di chi ha, troppo a lungo, sottovalutato questo problema.

(ARTICOLO PUBBLICATO SU ITALIA OGGI)

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