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Chi fa aumentare lo spread? Christine Lagarde o Giorgia Meloni?

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Con la Bce che, tramite Bankitalia, detiene quasi il 30% del nostro debito pubblico, quando lo spread salirà, sarà opportuno guardare a Francoforte e non a Roma. Ecco perché. L’analisi di Giuseppe Liturri

Chi fa aumentare lo spread? Christine Lagarde o Giorgia Meloni?

Si tratta di una domanda retorica a cui ha risposto ieri pomeriggio, ove mai ce ne fosse bisogno – in un’audizione davanti alla Commissione Affari Economici dell’Europarlamento – Christine Lagarde.

Ad una domanda sull’utilizzo dello strumento TPI in soccorso dei titoli pubblici italiani, Lagarde – senza nominare l’Italia- ha risposto che è uno strumento concepito per sostenere i titoli di Paesi con politiche di bilancio prudenti. “Sarà usato per contrastare dinamiche di mercato disordinate non giustificate dai fondamentali economici o da errori di politica economica”. Aggiungendo poi che per questi ultimi c’è l’OMT, che però si accompagna necessariamente all’intervento di salvataggio da parte del Mes, con annesso programma di aggiustamento macroeconomico e successivo regime di sorveglianza rafforzata.

Ha ribadito che, in ogni caso, gli acquisti di titoli pubblici eseguiti attraverso lo strumento TPI sono soggetti a condizioni: rispetto delle regole di bilancio UE, sostenibilità del debito pubblico, assenza di procedure per deficit eccessivo o squilibri macroeconomici eccessivi, rispetto degli impegni assunti con il Recovery Plan e delle richieste formulate dalla Commissione con le raccomandazioni Paese.

Le dichiarazioni della Lagarde – che ha cominciato a parlare alle 15 e poi ha risposto alle domande degli europarlamentari per oltre un’ora – non aggiungono nulla di nuovo a quanto già dichiarato il 21 luglio, quando fu annunciato lo strumento – ma restano di una gravità sconcertante ed hanno solo aggiunto nervosismo sui mercati già tesi per motivi strutturali (recessione ormai in corso, inflazione elevata).

Infatti si conferma l’elevata discrezionalità e le valutazioni di ordine politico a cui è soggetto l’utilizzo del TPI. Le condizioni di ammissibilità – pur formalmente fornite o calcolate da altri soggetti – sono comunque oggetto di valutazione da parte dell’Eurotower. Quindi la Bce si candida ad un ruolo politico che è riservato ad istituzioni democraticamente elette.

Ma questo è il meno. Destano enormi perplessità le condizioni di ingresso per arrivare poi alla valutazione di questi parametri. Dalle parole della Lagarde si deduce che, in caso di aumento dello spread – ed a questo proposito gli operatori si interrogano sulla soglia che innescherebbe l’intervento (300 punti?) – ci sarebbe una valutazione per comprendere l’origine di tale evento e l’intervento ci sarebbe solo se, tra le cause, non si individuano “errori di politica economica” o la turbolenza non risulta giustificata dai fondamentali economici del Paese.

Non è possibile non vedere l’abnorme discrezionalità che sconfina nell’assurdità. Introduce infatti un traballante criterio secondo cui ci saranno Paesi che si saranno “meritati” il soccorso ed altri reprobi che invece “se la saranno cercata” e dovranno andare a chiedere il soccorso dello strumento Omt e, in definitiva del Mes. Questa linea di demarcazione era già nota dal 21 luglio. Oggi si aggiunge la evanescenza del concetto di “errori di politica economica”. Se il governo in pectore della Meloni decidesse un deficit/PIL di uno o due punti più alto di quello richiesto da Bruxelles, a cui i mercati reagissero con vendite sui BTP, allora saremmo in presenza di un “errore”? Ma chi, quando e come constaterà l’errore? Quindi saranno i mercati a valutare o la Bce (annettendosi un potere enorme)? E se, come spesso accade, gli investitori sbagliassero, o meglio, fossero guidati da fuorvianti prospettive di breve periodo? E se tra qualche anno scoprissimo che quelle scelte di politica economica non erano errori ma erano quelle appropriate? Nel frattempo, avremmo perso l’accesso ai mercati e saremmo stati costretti a chiedere il prestito del Mes. Danni irrimediabili.

Giusto per fare un esempio, le politiche di bilancio restrittive imposte all’Italia dal 2012 fino al 2019 erano ritenute quelle corrette, ma sono state tra le principali cause della crescita modesta di quegli anni. Un “errore del passato da non ripetere” o “regole rigide controproducenti” le ha definite più volte il Commissario Paolo Gentiloni. Ha parlato di errori anche un rapporto del servizio bilancio del Senato. Ma nessuno ha chiesto scusa o risarcito i danni.

Con la Bce che, tramite Bankitalia, detiene quasi il 30% del nostro debito pubblico, quando lo spread salirà, sarà opportuno guardare a Francoforte e non a Roma.

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