Un finanziere canadese, finora lontano dai riflettori globali, entra con il 26,9% nel gruppo dell’Economist (TEG) e si posiziona tra i soci più influenti del settimanale britannico. L’operazione, annunciata a metà marzo, rappresenta appena il terzo grande cambiamento nella struttura proprietaria del gruppo in 183 anni di storia.
Stephen Smith ha acquistato la partecipazione da Lynn Forester de Rothschild, dalla sua famiglia e dalla sua fondazione. Una quota costruita nel tempo, a partire dal 2002, e ora dismessa nell’ambito di una riorganizzazione patrimoniale seguita dalla banca d’investimento Lazard.
Il prezzo ufficiale non è stato comunicato, ma secondo il Financial Times si aggira intorno ai 300 milioni di sterline (347 milioni di euro). Un valore coerente con le stime circolate già nel 2025, quando la quota dei Rothschild veniva valutata circa 537 milioni di dollari, come evidenziato dal Guardian.
IL VALORE STRATEGICO DELL’ECONOMIST
Per comprendere il senso dell’operazione bisogna guardare oltre la semplice quota azionaria. L’Economist non è soltanto una rivista: è un marchio globale, un hub di informazione e analisi per decisori politici ed economici.
Il gruppo include, oltre allo storico settimanale fondato nel 1843, anche la rivista digitale 1843 Magazine, l’Economist Intelligence Unit – che fornisce analisi macroeconomiche e geopolitiche – e attività di eventi e consulenza.
I numeri confermano la solidità del modello: ricavi per circa 369 milioni di sterline (426 milioni di euro) e utili operativi attorno ai 48 milioni (55 milioni di euro) nell’ultimo esercizio, con abbonamenti in crescita del 3% fino a oltre 1,25 milioni. Un dato particolarmente significativo è il peso del digitale, che rappresenta la grande trasformazione del gruppo negli ultimi anni.
L’Economist è oggi una piattaforma di contenuti premium, con una base di lettori altamente qualificata e globale, composta in larga parte da élite politiche, manageriali e accademiche.
UNA GOVERNANCE COSTRUITA PER L’INDIPENDENZA
Uno degli aspetti più peculiari del gruppo è la sua struttura proprietaria, che combina capitalismo familiare e meccanismi di salvaguardia editoriale.
Il primo azionista resta Exor, la holding della famiglia Agnelli-Elkann, con una quota del 43,4%, costruita soprattutto con l’operazione del 2015, quando rilevò gran parte della partecipazione di Pearson.
Accanto a Exor siedono famiglie storiche britanniche come i Cadbury e gli Schroder, oltre a una platea di quasi mille azionisti tra ex dipendenti e investitori storici.
Il punto chiave, tuttavia, è il sistema di limiti e contrappesi: nessun azionista può esercitare più del 20% dei diritti di voto, anche se possiede una quota superiore del capitale. Inoltre, esistono azioni speciali e un gruppo di trustees indipendenti con il compito di proteggere l’indipendenza editoriale.
È questo meccanismo che consente all’Economist di accogliere nuovi investitori senza snaturare la propria linea.
SMITH E IL PRIMO PASSO NEI MEDIA
Per Stephen Smith, l’operazione rappresenta un debutto nel settore dei media. Finora, la sua traiettoria è stata quasi esclusivamente legata al mondo dei servizi finanziari.
Come evidenziato da Bloomberg, si tratta del suo primo grande investimento editoriale. E la scelta non è casuale: l’Economist è uno dei pochi brand mediatici globali in grado di combinare redditività, prestigio e influenza.
CHI E’ SMITH: DALLA BANCAROTTA ALL’IMPERO FINANZIARIO
Il profilo di Stephen J.R. Smith è quello di un imprenditore “classico”, costruito su una traiettoria fatta di cadute e risalite.
Nato nel 1951 a Ottawa, Smith si forma tra ingegneria ed economia: consegue una laurea in ingegneria elettrica alla Queen’s University e un master in economia alla London School of Economics, per poi iniziare la sua carriera tra industria e consulenza.
Negli anni Ottanta tenta la strada dell’immobiliare, ma il crollo del mercato e l’aumento dei tassi lo portano alla bancarotta personale nel 1984. È un passaggio decisivo, che lui stesso descriverà come una crisi di fiducia profonda.
La svolta arriva nel 1988 con la fondazione di First National Financial, che diventerà uno dei principali operatori non bancari del mercato dei mutui in Canada.
Da lì nasce un impero finanziario articolato: partecipazioni in Canada Guaranty Mortgage Insurance, Equitable Bank, Home Trust (poi fusa con Fairstone Bank) e altre attività nel credito e nei servizi finanziari.
UN PATRIMONIO COSTRUITO NEL CREDITO
Secondo Forbes, il patrimonio di Smith è stimato intorno ai 6,9 miliardi di dollari, che lo collocano tra i 600 uomini più ricchi del mondo.
A differenza di molti nuovi miliardari legati alla tecnologia, la sua ricchezza è radicata in un settore più tradizionale: il credito e i mutui. Un modello che, come sottolinea il quotidiano canadese Globe and Mail, lo rende una “figura atipica nel panorama dei nuovi miliardari globali”.
Le sue attività restano infatti fortemente concentrate in Canada, un elemento che lo distingue in un’epoca in cui le grandi fortune tendono a operare su scala globale.
IL MILIARDARIO INVISIBILE
Uno degli aspetti più affascinanti del personaggio è la sua riservatezza.
In un articolo di qualche anno fa, il Financial Post lo descrive come un uomo capace di accumulare enormi ricchezze restando lontano dai riflettori. Anche quando ha donato decine di milioni alla Queen’s University, molti studenti non avevano idea di chi fosse.
Chi lo conosce lo racconta come metodico, diretto, quasi ossessivo nel lavoro. Un imprenditore che non si ferma mai, spinto più dalla sfida intellettuale che dal denaro.
FILANTROPIA, CULTURA E COSTRUZIONE DELL’INFLUENZA
Accanto al business, Smith ha sviluppato una presenza sempre più strutturata nel campo filantropico e culturale, che contribuisce a definirne il profilo pubblico tanto quanto le operazioni finanziarie.
Il cuore della sua attività benefica è la Queen’s University, dove ha studiato e a cui ha destinato oltre 150 milioni di dollari nel corso degli anni. Non si tratta solo di donazioni simboliche: i fondi hanno finanziato cattedre accademiche, borse di studio, ricerca indipendente e infrastrutture, arrivando a rinominare sia la business school sia la facoltà di ingegneria. Un intervento che ha inciso concretamente sull’ecosistema accademico canadese, rafforzandone attrattività e autonomia.
La struttura stessa di alcune di queste donazioni è significativa: i fondi destinati alle cattedre, ad esempio, sono stati pensati per garantire libertà accademica ai docenti, senza interferenze del donatore. Un approccio che richiama i meccanismi di tutela dell’indipendenza che caratterizzano anche l’Economist.
Parallelamente, Smith ha costruito una rete di relazioni istituzionali nel mondo della cultura e delle politiche pubbliche. È presidente di Historica Canada, l’organizzazione dietro la Canadian Encyclopedia e i celebri Heritage Minutes, ed è coinvolto nel Royal Ontario Museum. Ha inoltre sostenuto iniziative come il Museum of Toronto e think tank come il C.D. Howe Institute, contribuendo al dibattito su economia e politiche pubbliche.
Più che filantropia “decorativa”, la sua appare come una strategia di investimento civico: istruzione, identità nazionale, produzione di conoscenza. Un modo per incidere nel lungo periodo.
I MILIARDARI ALLA CONQUISTA DEI MEDIA
L’ingresso di Smith nell’Economist si inserisce in una tendenza ormai strutturale: quella dei grandi patrimoni che acquisiscono quote significative nei media.
Negli ultimi anni, oltre sette tra le testate più influenti al mondo sono finite sotto il controllo, totale o parziale, di miliardari: dal Washington Post di Jeff Bezos al Time di Marc Benioff, passando per il Boston Globe di John Henry, The Atlantic di Laurene Powell Jobs e l’impero mediatico di Rupert Murdoch.
Questo fenomeno ha alimentato un dibattito crescente. Da un lato, i capitali privati possono garantire stabilità finanziaria a testate in difficoltà; dall’altro, sollevano interrogativi su indipendenza editoriale, fiducia dei lettori e possibili conflitti di interesse.
Il caso del Washington Post è emblematico: le scelte editoriali e manageriali di Bezos hanno suscitato critiche, perdita di abbonati e tensioni interne, mostrando come la presenza di un singolo grande azionista possa influenzare percezione e dinamiche di una redazione.
In questo contesto, l’operazione di Smith appare più “istituzionale” rispetto ad altri casi. Non un’acquisizione totalizzante, ma l’ingresso in una struttura già progettata per limitare il potere degli azionisti. Tuttavia, il segnale resta: anche i miliardari più discreti e meno mediatici iniziano a considerare i media come asset strategici.
Non solo per il rendimento economico quanto per il valore reputazionale e per la capacità di incidere, direttamente o indirettamente, nel dibattito globale.
UN NUOVO EQUILIBRIO TRA FINANZA E INFORMAZIONE
L’arrivo di Stephen Smith non cambierà nell’immediato la linea editoriale dell’Economist. Ma segna un passaggio simbolico importante.
Da un lato c’è Exor, espressione del capitalismo industriale europeo; dall’altro un finanziere nordamericano costruito nel mercato del credito. In mezzo, un prodotto editoriale globale che continua a essere punto di riferimento per élite e decisori.







