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Chi controlla il mercato dei capitali controlla anche la sovranità economica

L'intervento di Alberto Gustavo Franceschini Weiss, presidente di Ambromobiliare, società di consulenza in finanza strategica.

Nel 2025 la prima investment bank in Italia per ricavi non è europea. È americana. JP Morgan guida la classifica con circa 206 milioni di dollari di ricavi, mentre Goldman Sachs domina per volumi, con operazioni per oltre 570 miliardi di dollari.

Non si tratta di dettagli statistici né di curiosità per addetti ai lavori: è la fotografia nitida di chi oggi esercita un’influenza reale sul mercato dei capitali italiano.

Se poi si allarga lo sguardo all’Europa, il quadro diventa ancora più esplicito. Le cinque grandi banche statunitensi — JP Morgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Citi e Bank of America — controllano ormai circa il 30% del mercato europeo dell’investment banking. Nei segmenti più strategici, come le emissioni azionarie e le operazioni di M&A, il divario con gli operatori continentali non solo non si riduce, ma continua ad ampliarsi. I numeri parlano con chiarezza: nel solo 2025 le cinque banche USA hanno generato in Europa circa 7,5 miliardi di dollari di ricavi da investment banking. BNP Paribas si è fermata poco sopra il miliardo, Deutsche Bank sotto quella soglia, Barclays ancora più indietro. È una sproporzione che non nasce oggi, ma affonda le radici nella crisi del 2008 e che da allora si è trasformata in una dinamica strutturale.

Wall Street non domina più soltanto i grandi deal globali: è diventata aggressiva anche nei mercati domestici europei e nel cosiddetto mid-market, territori che un tempo rappresentavano la “riserva naturale” delle banche continentali. Dimensioni, accesso ai grandi investitori globali, capacità di assorbire costi regolamentari e di fare arbitraggio normativo fanno la differenza. In particolare nell’M&A — soprattutto nei settori tecnologia, media e telecomunicazioni — il primato americano è ormai difficilmente contestabile.

Tutto questo è ben noto agli operatori del settore. Da anni si ripete che in Europa servirebbero quattro o cinque vere grandi banche di investimento, capaci di competere su scala globale, e che ciò richiede operazioni di aggregazione profonde e coraggiose.

Eppure, quando si presenta un’occasione concreta, il sistema europeo — tra regolatori e governi nazionali — tende a muoversi nella direzione opposta. Il caso italiano è emblematico. L’aver consentito a MPS di fagocitare Mediobanca ha eliminato dal mercato l’unico vero candidato naturale per avviare un’aggregazione nell’investment banking con una base italiana. Quella partita è ormai chiusa e, realisticamente, non se ne aprirà un’altra nel breve periodo.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Italia non dispone di una banca di investimento di dimensione europea. Ha un grande gruppo commerciale, Intesa Sanpaolo, ma non un campione nazionale nell’investment banking né, a maggior ragione, nell’asset management. Se il consolidamento continuerà a essere frenato da logiche politiche e da una regolazione difensiva, la conseguenza sarà inevitabile: una progressiva perdita di sovranità finanziaria, a vantaggio di grandi gruppi francesi, tedeschi o, più direttamente e più probabilmente, americani.

Ed è qui che il tema smette di essere tecnico e diventa politico, nel senso più alto del termine. Il modello statunitense poggia su un mercato dei capitali profondo, liquido e reattivo, che consente ristrutturazioni rapide, riallocazione efficiente del capitale e recuperi veloci senza richiedere un intervento continuo della banca centrale. In Europa, al contrario, l’assenza di un vero mercato dei capitali costringe le autorità monetarie e regolatorie a un ruolo più invasivo e meno efficiente. La dimostrazione è stata l’uscita dalla crisi Lehman del 2008: gli Usa già nel 2011 correvano, in Europa ci abbiamo messo altri 5 anni di più (e in alcuni paesi, come l’Italia, 7 anni).

La Capital Market Union non è quindi un esercizio accademico né un dossier da Bruxelles destinato a restare incompiuto. È una scelta strategica. Serve a trattenere in Europa i capitali che oggi migrano verso gli Stati Uniti (e sono tanti, troppi) o i mercati asiatici. Serve a evitare che la gestione del debito pubblico europeo e la proprietà delle imprese strategiche finiscano stabilmente nelle mani di operatori extraeuropei. Serve, infine, come strumento di potere economico e geopolitico verso quei Paesi che oggi sfruttano la frammentazione delle infrastrutture finanziarie europee per rafforzare i propri interessi.

Senza una vera Capital Market Union, l’Europa resterà un grande mercato industriale con un piccolo mercato dei capitali, dipendente da decisioni prese altrove e campo di caccia di chi può mettere sul piatto tutti i miliardi che servono senza batter ciglio e prendersi la crema delle imprese europee e soprattutto italiane.

Con una Capital Market Union, invece, l’Europa può tornare a essere un soggetto sovrano anche sul piano finanziario. La differenza non è marginale: è il confine tra autonomia e subordinazione.

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