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Che cosa succederà al contratto nella grande distribuzione

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Ecco perché il contratto nazionale di lavoro nella grande distribuzione rischia di non rinnovarsi tanto presto. L’articolo di Mario Sassi, autore del blog-notes su lavoro

 

Ci sono due regole non scritte nelle trattative sindacali ai diversi livelli che i rispettivi negoziatori dovrebbero sempre ricordare. Mai spingersi in situazioni senza vie d’uscita è la prima regola. La seconda è che il negoziato in sé deve essere complessivamente più conveniente della semplice imposizione della propria volontà e strategia (nel breve o nel lungo periodo). Altrimenti non serve negoziare.

Nella GDO ci sono alcuni evidenti elementi ostativi al negoziato nazionale che si dovrebbe aprire sul fronte Confcommercio. Il primo riguarda l’aver accettato nel rinnovo precedente, da parte sindacale, la richiesta di Federdistribuzione di avere un proprio contratto nazionale in dumping minando così la rappresentatività negoziale della confederazione. Quel contratto, oggi scaduto, ha determinato un elemento di sperequazione tra imprese in competizione sullo stesso mercato difficile (pur non impossibile) da superare. E non ha impegnato affatto Federdistribuzione ad una maggiore disponibilità sui rinnovi futuri. Una classica situazione senza via d’uscita.

L’altro elemento, affatto secondario, è rappresentato sia dal percorso che dalle code dell’operazione di acquisizione dei PDV di Auchan Retail da parte di Conad. Una parte del sindacato di categoria ha pensato possibile sottrarsi al negoziato come reazione alla intransigenza del Consorzio impegnato a progettare e portare a termine il passaggio dei punti vendita dell’azienda francese per distribuirli e integrarli nelle sue 5 Cooperative principali e ai diversi partner commerciali coinvolti dall’intervento dell’antitrust.

Un’intransigenza uguale e contraria messa in campo non supportata però né da rapporti di forza favorevoli né da una strategia lungimirante. Tanto da rendere evidente l’inutilità del negoziato per il Consorzio alle condizioni pretese. E questa autoesclusione ha portato con sé due inevitabili effetti negativi. Ha reso irrilevante l’interlocuzione dell’intero sindacato di categoria nel processo di riorganizzazione e di rilancio di Conad, principale azienda del comparto anche di chi, come la Fisascat CISL, ha cercato in tutti i modi di governarne gli effetti e le ricadute principali. Contemporaneamente questa vicenda pesa, inutile nasconderlo, sul rinnovo del CCNL. Innanzitutto quello gestito da Confcommercio a cui Conad ha da poco aderito e, a cascata, tutti gli altri CCNL scaduti che restano inevitabilmente in attesa.

La ragione è molto semplice. Certificata l’irrilevanza del sindacato nella principale vertenza del comparto e la mancanza di volontà a ricostruire quel tavolo, Conad non ha alcun interesse né a spingere Confcommercio al negoziato nazionale caricandosi di costi in questo momento né a sganciarsi politicamente (semmai ne avesse avuto mai intenzione) da una sostanziale convergenza con l’intero fronte datoriale della GDO che, di questi tempi, non ha alcuna voglia di affrontare costi certi in cambio di contropartite vaghe o addirittura inconsistenti. Anzi. Ha interesse a tenere fermo il punto. Le due vicende sono evidentemente collegate. E Confcommercio non ha, in questo momento, l’autorevolezza interna necessaria per affrontare, forzando la situazione, un negoziato in nome e per conto dell’intero terziario di mercato percorso da forti preoccupazioni determinate dal contesto.

Il terreno di confronto respinto da una parte del sindacato nella vertenza aziendale, sia sul piano del metodo che del merito, è l’altra faccia del rifiuto a condividere nel nuovo CCNL la flessibilità e la strumentazione necessaria e indispensabile alle imprese nei prossimi anni.

Carrefour ha trovato fortunatamente una soluzione sul 2022 in sede aziendale favorita anche dallo scenario internazionale con il riaffacciarsi dell’ombra di Auchan sul futuro del gruppo francese. Coop e PAM, al contrario, sono ferme al palo proprio perché il CCNL o i CIA, laddove esistono ancora, più che strumenti da aggiornare vengono agitati come vincoli da cui non si può prescindere creando una corrispondenza con le due regole descritte all’inizio. Confermano una situazione senza sbocco e rendono incerto, su queste basi, un positivo negoziato nazionale.

Il prossimo rinnovo se non si ripiegherà su di una soluzione transitoria alla “tedesca” (Una Tantum che interviene a copertura dell’inflazione se dovesse sfuggire di mano lasciando inalterato il resto) deve necessariamente recuperare la sua funzione di “scambio” vero rinnovando la strumentazione all’insegna del coinvolgimento, della condivisione dei risultati e della produttività. Quindi il costo complessivo non è una variabile indipendente.

Questo CCNL costruito in un passato, caratterizzato dall’irrilevanza dei discount, della rete globale e in contesti di crescita continua, penalizza proprio quei formati più esposti alla crisi e alle riorganizzazioni. Spinge alle terziarizzazioni anziché tutelare i lavoratori coinvolti e a espellere chi costa di più favorendo forme di occupazione meno stabili. Aggiunge costi a chi dovrebbe contenerli e favorisce alcuni formati o attività rispetto ad altri. È il cane che si morde la coda. Questo è il punto centrale da cui dovrebbe partire qualsivoglia negoziato di rinnovo. Come rendere utile ai lavoratori di oggi (non di ieri) e alle imprese, il CCNL. Come renderlo uno strumento esigibile e concreto. Altrimenti il suo sfarinamento a vantaggio della contrattazione pirata è destinato a crescere.

Ma c’è questa volontà nelle associazioni di categoria e nel sindacato? Nelle associazioni di impresa si limitano a tirare la palla in tribuna programmando inutili commissioni o convegni in cui si parla d’altro. Non hanno alcuna pressione concreta dalle imprese quindi restano ferme al palo. Ma anche nei comunicati sindacali delle vertenze aperte c’è una sorta di chiusura a riccio come in PAM e Coop Alleanza 3.0. C’è una enorme sottovalutazione delle problematiche organizzative, dei rischi all’orizzonte e dei tentativi di parte aziendale di trovare soluzioni possibili alternative alle procedure di licenziamento. Saranno i prossimi 4/5 anni a disegnare il futuro del settore. Proprio gli anni coperti dal rinnovo del CCNL.

E la recente classifica di Mediobanca ci dice cosa può credibilmente succedere. Sempre che le conseguenze della guerra in Ucraina e gli effetti inflattivi collegati non peggiorino pesantemente il quadro di riferimento. Il primo dato interessante è che continua il processo di concentrazione nel nostro Paese. I primi cinque retailer presidiano il 57,5%. Era il 52,8% del 2019. Siamo ancora molto indietro rispetto a Francia, Gran Bretagna e Germania ma abbiamo superato la Spagna.

Gli ipermercati continuano e continueranno a soffrire e i discount a crescere. L’e-commerce pur con un balzo del +60% nel 2021 potrebbe arrivare al 3% del mercato. Processo irreversibile ma niente di eccezionale. I margini del comparto sono comunque in calo su tutti i formati. Questo è il punto vero. All’estero, pur in calo, viaggiano comunque al doppio rispetto alle nostre imprese. L’effetto concentrazione pesa. C’è da considerare che la ripresa dell’inflazione spingerà ovunque la pressione promozionale e la competizione tra i retailer e i fornitori. Quindi i fatturati sacrificheranno i margini ed esalteranno i costi.

Ed è proprio in questo scenario, che lo spazio negoziale deve trovare il suo equilibrio e la sua nuova ragion d’essere. Quando le reciproche intransigenze non si mettono da parte resta solo la “legge del pendolo”. Ieri favoriva il sindacato, oggi le imprese. Così, però, non si costruisce nulla di buono.

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