Economia

Che cosa combinerà Conte in Europa?

di

cig licenziamenti

L’opinione di Giuliano Cazzola

Credo che nessuno di quelli che circa un anno fa videro con favore – nonostante tutto – la costituzione di un governo giallo-rosso presieduto, in continuità, da Giuseppe Conte, si sia pentito di quella scelta. Soprattutto se si pensa che, andando a votare quando voleva il Capitano, di epidemia il Paese ne avrebbe subite ben tre: oltre a quelle sanitarie ed economiche avremmo dovuto affrontare una grave emergenza democratica.

Certo c’era poco da stare tranquilli. Col M5S tutto era possibile e niente impossibile. Si era aggiunta, tuttavia, un’importante novità: a Bruxelles i pentastellati erano entrati a far parte della maggioranza di Ursula Von der Leyen e, nella composizione del governo, il Pd aveva occupato tutte le casematte sul confine con l’Unione (dal presidente del Parlamento europeo al commissario all’economia; dal titolare del Mef a quello degli Affari europei) mentre altre posizioni strategiche erano state completamente abbandonate nelle mani degli alleati, con la lodevole eccezione degli Affari Interni.

Basti pensare, per esempio, ad un tema cruciale come il lavoro: il M5S detiene il Dicastero, la presidenza delle Commissioni parlamentari, l’Inps, l’Ispettorato nazionale, l’Anpal, l’Inapp. Se si dovesse trarre un bilancio, potremmo attribuire alla pandemia e al combinato-disposto di tutti gli impegni adottati per farvi fronte, le dimenticanze del governo (e del Pd) sulla linea del cambiamento delle politiche ereditate dal Conte 1.

In fondo, tutto è ancora come prima: dalla giustizia ai decreti sicurezza; da quota 100 al RdC; dall’ex Ilva all’Alitalia. Persino nella gestione degli sbarchi il governo è molto guardingo, prestandosi alle stesse critiche che venivano rivolte al ministro Salvini (il quale magari se ne gloriava pubblicamente, mentre gli attuali responsabili tacciono imbarazzati). È il Pd che chiede al pentastellati di intessere alleanze nelle regioni in cui si vota a settembre e che, al dunque, si rassegna alla politica del meno peggio: il rinvio delle decisioni fino a quando – attraverso acrobatiche mediazioni – non si arrivi a rabberciare un minimo di intesa.

Purtroppo i motivi dei dissensi sono cresciuti e nello stesso tempo divenuti più vaghi, non sostenuti da solide argomentazioni ma ispirati a pregiudizi se non a vere e proprie simil-superstizioni. Che il Paese non possa permettersi un regime indecisionista è ormai palese. Ma continua a fare aggio – rispetto ad altre avventurose prospettive – la logica da ‘’ultima spiaggia’’ che ha dato vita al Conte 2 nell’intento di arrivare a tutti i costi al momento in cui il Parlamento in seduta comune dovrà individuare ed eleggere un nuovo inquilino del Quirinale.

Ne prendo atto, anche se dubito fortemente di potercelo permettere ancora per molto tempo. Ciò che appare invece inaccettabile è il progressivo venir meno della promessa di un nuovo rapporto collaborativo e solidale all’interno dell’Unione, in un momento in cui le decisioni economiche precludono a una svolta politica.

Il piano di interventi straordinari attualmente in discussione prefigura un nuovo ruolo dell’Europa sullo scenario mondiale che muove alla conquista di una capacità di indirizzo della ripresa (un nuovo Piano Marshall alla cui guida l’Amministrazione Trump ha rinunciato). Il sostegno e la realizzazione di un progetto di questa portata (2,4 miliardi dal 2022 al 2027) presuppongono un rafforzamento politico delle istituzioni comunitarie verso un più avanzato e meglio garantito modello di sovranità sovranazionale.

Il governo italiano ha dato un contributo importante all individuazione di un diverso ruolo dell’Unione. Un contributo soprattutto indiretto, nel senso che la svolta sul piano delle regole ha corrisposto ad una precisa scelta di Francia e Germania di venire in soccorso dell’Italia, non solo per le sue difficoltà sanitarie ed economiche, ma anche per aiutarla, sul piano politico, a resistere all’offensiva delle forze sovraniste in agguato.

Se dopo aver ottenuto quanto aveva richiesto, su impulso delle opposizioni le quali contavano su di un secco no da parte della Commissione e del Consiglio, Conte si defila, non raccoglie la posta guadagnata bluffando, gli interlocutori che si sono fidati di lui sono in difficoltà verso le loro opinioni pubbliche e rispetto ad una possibile alleanza tra Paesi sovranisti e ‘’frugali’’. E non verrebbe meno solo uno sforzo di ricostruzione economica e sociale che non ha precedenti della storia dell’Unione, ma anche il tentativo di far compiere alla comunità un balzo in avanti verso una maggiore integrazione ed un più deciso protagonismo sullo scenario internazionale.

E’ a questa prospettiva che è rivolto il no ideologico della coppia Salvini-Meloni. E’ un no ad una nuova Europa che sconfiggerebbe del tutto i loro progetti.

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