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Che cosa cambierà in Germania sul fisco post Merkel. Report Le Monde

Germania

La coalizione “semaforo” sta negoziando i contorni della politica economica in Germania. Ecco cosa scrive il quotidiano francese Le Monde

 

Tempi duri per i conservatori tedeschi. In poche settimane – scrive Le Monde – hanno perso uno dopo l’altro tutti i posti che simboleggiavano il loro dominio sulle istituzioni politiche del paese negli ultimi 16 anni. Dal 26 ottobre, la cancelliera democristiana Angela Merkel si occupa solo degli affari correnti. Il futuro cancelliere socialdemocratico, Olaf Scholz, potrebbe essere nominato il 6 dicembre.

Wolfgang Schäuble, che ha incarnato la disciplina di bilancio più di chiunque altro quando era ministro delle Finanze tra il 2009 e il 2017, ha ceduto a Bärbel Bas (SPD) il suo posto al Bundestag. Ora è un semplice membro dell’opposizione. E infine Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, la banca centrale tedesca, ha annunciato il 20 ottobre le sue dimissioni per la fine del 2021, dopo un decennio di servizio, sei anni prima della fine ufficiale del suo mandato.

Dei tre posti, la perdita dell’ultimo è particolarmente dolorosa per i conservatori. La presidenza della Bundesbank, la cui nomina è svincolata dall’agenda elettorale, dovrebbe essere l’incarnazione della stabilità economica e monetaria. Nella cosiddetta tradizione “ordoliberale”, l’ultimo punto di riferimento ideologico dei conservatori in materia economica, una banca centrale deve essere indipendente dal potere politico, poco interventista, e soprattutto garantire la stabilità dei prezzi.

Questo approccio, difeso con le unghie e con i denti da Jens Weidmann nel Consiglio direttivo della Banca centrale europea (BCE), gli è valso il soprannome di “Mr No”, a causa della sua opposizione ai programmi di riacquisto del debito avviati dall’ex presidente della BCE Mario Draghi.

Weidmann, che è vicino ad Angela Merkel, è considerato dai conservatori tedeschi l’ultimo baluardo contro una politica monetaria europea giudicata troppo accomodante e di cui restano convinti che porti al lassismo fiscale e al deprezzamento della valuta. L’attuale impennata dell’inflazione sta riaccendendo questa preoccupazione.

NEGOZIATI CRUCIALI

Chi succederà a Jens Weidmann? La questione è tanto più delicata in quanto arriva nel mezzo di una delle transizioni più significative della recente storia tedesca.

Per la prima volta, un’alleanza tripartita, in cui i conservatori non siederanno, guiderà la Germania. La coalizione “semaforo” – composta dal Partito Socialdemocratico (SPD), dai Verdi e dal liberale FDP – sta attualmente negoziando i contorni della sua politica economica, nonostante approcci molto diversi.

La FDP difende le posizioni ordoliberali, rimanendo impegnata nelle regole tedesche ed europee che limitano il debito, anche se meno rigorosamente dei democristiani. I Verdi, invece, difendono un approccio più riformista, con l’idea che la solidità delle finanze pubbliche non è determinata solo dal livello del debito pubblico, ma dalla capacità dell’economia di creare crescita a lungo termine.

In questo contesto, i partner della coalizione devono accordarsi non solo sul successore di Jens Weidmann, ma anche sul ministro delle Finanze, che darà il “colore” del governo sulle questioni macroeconomiche.

Due fattori stanno influenzando questi negoziati cruciali. Al di là del Reno, il dibattito accademico si è evoluto negli ultimi anni. La nuova generazione di pensatori economici ha preso le distanze dai suoi predecessori, spostandosi verso un maggiore pragmatismo. L’orrore del debito non è più la bussola assoluta come negli anni 2010. Ha preso piede l’idea che se il tasso d’interesse di un paese è inferiore al suo tasso di crescita, può avere senso prendere in prestito per investire.

Soprattutto nel contesto di una Germania che invecchia e che ha bisogno di investire nella sua capacità produttiva se vuole rimanere competitiva e decarbonizzare rapidamente. A livello europeo, il nuovo consenso è che la solidità della zona euro implica più solidarietà. Anche se il dibattito è molto più aperto di prima, i sostenitori dell’ordoliberalismo rimangono influenti. Non si tratta di aprire le cateratte del credito senza restrizioni.

POTERE ECONOMICO CARDINE IN EUROPA

Inoltre, gli osservatori internazionali si stanno interessando agli affari interni della Germania, che è considerata il perno della potenza economica in Europa. Il 28 ottobre, l’economista americano Joseph Stiglitz, vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2001, e lo storico britannico Adam Tooze, professore alla Columbia University di New York, hanno pubblicato un sorprendente articolo su Die Zeit in cui hanno messo in guardia il futuro governo dal nominare il leader del FDP Christian Lindner al ministero delle Finanze.

“Il problema non è solo che la politica economica di Lindner (…) è un accumulo di cliché conservatori. Più di questo, sono cliché di un’epoca passata, gli anni ’90”, scrivono chiaramente preoccupati per il futuro dell’Europa.

A cui l’economista Clemens Fuest, presidente dell’Ifo Institute di Monaco, e lo storico Harold James, professore a Princeton (New Jersey), hanno risposto sullo stesso giornale il 3 novembre che “in un mondo in cui domina il sostegno politico per regole fiscali meno rigide, un ministro delle finanze tedesco critico e ‘falco’ può svolgere un ruolo utile ed equilibratore”.

A Berlino, l’esito dei negoziati su questi temi è ancora aperto. Ma la futura coalizione “tricolore”, che aspira a un “nuovo inizio” per il paese e a uno sforzo di investimento storico, sa che la stabilità e il consenso sono componenti essenziali della cultura politica tedesca. In passato, le politiche di rottura sono state più spesso guidate da oppositori pragmatici e credibili. C’è da aspettarsi che i futuri incaricati, così come la loro leadership, non si discostino da questa regola.

(Estratto dalla rassegna stampa estera a cura di Epr Comunicazione)

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