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Cdp, Eni, Enel, Leonardo e non solo. Ecco il piano Capricorn riveduto e corretto di Romano Prodi

Cdp Recovery

Che cosa ha sussurrato su Cdp e non solo Romano Prodi a Governo e Parlamento per “conservare una quota di minoranza di alcune imprese necessarie a garantire la sopravvivenza futura del nostro paese”.

Nei palazzi del potere in Italia oggi, sfogliando i quotidiani densi di interviste a ministri e politici (record di Repubblica: interviste a 4 ministri e 2 candidati Pd alla presidenza di Regioni), sono due gli articoli che hanno destato le maggiori attenzioni. E non i pezzi fluviali sulla conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, coccolato dalla stragrande maggioranza dei quotidiani per il godimento del suo portavoce Rocco Casalino, protagonista iconografico dell’evento non solo sui social ma anche nella gallery fotografica pubblicata dal sito di Palazzo Chigi.

No, gli spunti più interessanti per politici, uomini di finanza e di relazioni sono stati da un lato il lungo editoriale scritto da Romano Prodi sul quotidiano Il Messaggero e l’intervista rilasciata dall’ex ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, ora in Morgan Stanley, al quotidiano il Sole 24 Ore.

Che cosa ha detto l’ex direttore generale del Tesoro, economista e ora country head per l’Italia della banca d’affari americana Morgan Stanley, Siniscalco?  Ha prima sballottato a sorpresa la Vigilanza Bce (“La regolamentazione europea è stata vento in prua per le banche, mentre negli Usa è stata vento in poppa. Vedremo se con la nuova guida alla Vigilanza Bce si creerà un contesto favorevole alla creazione di banche più forti”) e poi in maniera ancor più sorprendente ha fatto mea culpa – in stile Carlo Calenda sul liberismo – per le passate convinzioni: “Non ritengo che, dove il mercato ha fallito, l’intervento pubblico debba considerarsi necessariamente un’eresia. Il ciclo politico iperliberale è finito, il Paese ha bisogno di soluzioni e l’intervento dello Stato, valutando caso per caso, non può essere considerato il male se porta a soluzioni nell’interesse di tutti”, ha detto Siniscalco.

Se l’ex ministro dell’Economia ha rimasto ai piani alti della teoria, l’ex presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha anche consigliato anche pratiche precise: “Non propongo certo la ricostruzione dell’Iri ma ritengo che sia obbligatorio difendere le nostre strutture produttive come fanno gli altri paesi, a partire dalla Francia, che più degli altri è attiva nell’acquisto delle grandi strutture produttive italiane”.

“Abbiamo bisogno – ha scritto poi sul quotidiano Il Messaggero – di una grande organizzazione che, anche aiutata da un’opportuna decisione sul voto multiplo per gli investitori di lungo periodo, possa conservare una quota di minoranza di alcune imprese necessarie a garantire la sopravvivenza futura del nostro paese”. Tutto deve nascere dalla Cdp ora presieduta da Giovanni Gorno Tempini: “Credo che oggi solo la Cassa Depositi e Prestiti sia lo strumento disponibile per gestire questa necessaria strategia della nostra politica industriale”.

Ma non solo la Cassa guidata dall’ad, Fabrizio Palermo, deve essere protagonista: “Lo dovrà ovviamente fare nel rispetto delle regole europee, creando nel suo ambito una nuova struttura, fornita di una profonda cultura e visione industriale di lungo periodo e operante in sinergia con robuste partecipazioni private. Lo dovrà fare urgentemente prima di vederci spogliati delle istituzioni industriali e bancarie che costituiscono la forza di ogni sistema produttivo”.

Lo scritto di Prodi indica a governo e Parlamento di fatto una sorta di piano Capricorn ma riveduto e corretto rispetto sia a quello che era stato impostato in epoca renziana dalla Cdp dell’era del già prodiano Claudio Costamagna, sia a quello poi vagheggiato sotto altra forma dai vertici del Movimento 5 Stelle all’inizio del governo Conte 1.

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BREVE ESTRATTO DELL’EDITORIALE ODIERNO DI ROMANO PRODI SUL MESSAGGERO

Siamo diventati il ventre molle della nuova concorrenza internazionale. Lo shopping straniero ha ormai acquistato non solo le aziende più significative di tanti settori produttivi, dalla moda agli alimentari, dalla meccanica alla chimica, ma si è anche impadronito di una parte consistente del nostro sistema bancario e di una quota dominante di quello finanziario. È inoltre doveroso ricordare che anche la parte rimanente di questi settori è a rischio di essere inglobata dalla tenaglia che vede protagonisti i fondi di investimento internazionali e le organizzazioni bancarie e finanziarie di altri paesi. Non propongo certo la ricostruzione dell’Iri ma ritengo che sia obbligatorio difendere le nostre strutture produttive come fanno gli altri paesi, a partire dalla Francia, che più degli altri è attiva nell’acquisto delle grandi strutture produttive italiane. Abbiamo bisogno cioè di una grande organizzazione che, anche aiutata da un’opportuna decisione sul voto multiplo per gli investitori di lungo periodo, possa conservare una quota di minoranza di alcune imprese necessarie a garantire la sopravvivenza futura del nostro paese. Credo che oggi solo la Cassa Depositi e Prestiti sia lo strumento disponibile per gestire questa necessaria strategia della nostra politica industriale. Lo dovrà ovviamente fare nel rispetto delle regole europee, creando nel suo ambito una nuova struttura, fornita di una profonda cultura e visione industriale di lungo periodo e operante in sinergia con robuste partecipazioni private. Lo dovrà fare urgentemente prima di vederci spogliati delle istituzioni industriali e bancarie che costituiscono la forza di ogni sistema produttivo. I rapidissimi aumenti del costo del lavoro di molti paesi in via di sviluppo (non solo la Cina ma anche di paesi dell’Europa orientale) ci obbligano a ripensare a strumenti per favorire il ritorno di imprese precedentemente emigrate (il così detto On-Shore). Il costo del lavoro italiano (compreso tutto il cuneo fiscale) è infatti nettamente inferiore non solo a quello tedesco, ma anche a quello francese. Non è cosa di cui dobbiamo gloriarci ma della quale dobbiamo almeno approfittare. Non sono proposte che vengono dalla luna: si tratta delle necessarie decisioni di una politica industriale capace di fare riprendere il cammino a un paese che, con tutti i limiti esposti in precedenza, rimane ancora il secondo paese manifatturiero d’Europa, solo dopo la Germania.

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BREVE ESTRATTO DELL’INTERVISTA ODIERNA DEL SOLE 24 ORE A DOMENICO SINISCALCO

Domenico Siniscalco, economista, torinese, 65 anni, è da anni country head per l’Italia della banca d’affari americana Morgan Stanley dopo essere stato direttore generale del Tesoro e Ministro dell’Economia.

«Non ritengo che, dove il mercato ha fallito, l’intervento pubblico debba considerarsi necessariamente un’eresia. Il ciclo politico iperliberale è finito, il Paese ha bisogno di soluzioni e l’intervento dello Stato, valutando caso per caso, non può essere considerato il male se porta a soluzioni nell’interesse di tutti».

Professor Siniscalco, sarà mica diventato sovranista pure lei?

No, ma ammetto che quando facevo il ministro vivevo in un mondo di dogmi. Diciamo che oggi sono più pragmatico. L’Italia ha il secondo risparmio privato al mondo in rapporto al Pil, ma questi soldi non vanno a finanziare gli investimenti attraverso un mercato dei capitali evoluto. In attesa che ciò accada, un ruolo di supplenza dello Stato in alcune aziende strategiche non mi scandalizza.

Ma l’Italia può permettersi interventi dello Stato con il debito pubblico che ha accumulato? Il 2019 si chiude con lo spread superiore addirittura a quello della Grecia…

Chi ha a che fare con gli investitori istituzionali globali, sa che in questa fase l’Italia non è nei loro radar. Il problema principale del Paese non è il debito pubblico ma la crescita: è verso la crescita che dobbiamo indirizzare le nostre energie, valorizzando uno spirito positivo ancora molto diffuso nel Paese.

Da anni si parla di creare campioni europei dell’industria e delle banche ma, tranne alcune operazioni come Essilor-Luxottica e ora Fca-Psa, sia la Ue che la Bce sono sembrate più un freno che uno stimolo alle aggregazioni. Il 2020 può essere un anno di svolta?

Soprattutto a livello bancario la regolamentazione europea è stata vento in prua per le banche, mentre negli Usa è stata vento in poppa. Vedremo se con la nuova guida alla Vigilanza Bce si creerà un contesto favorevole alla creazione di banche più forti, di cui l’Europa ha evidente bisogno.

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