Sulla scia di quanto emerso negli ultimi mesi dalle indagini della procura di Milano sul caporalato tra le aziende di moda, Prada cerca di distinguersi investendo risorse per indagare quanto avviene nella filiera.
Secondo quanto riferito dal Financial Times, infatti, la maison milanese ha interrotto i rapporti con 222 fornitori negli ultimi cinque anni a seguito di un ampio programma di controlli interni avviato nel 2020. Le verifiche, condotte direttamente dall’azienda, hanno portato alla risoluzione di numerosi contratti per violazioni delle norme sul lavoro.
UN PROGRAMMA DI CONTROLLI AVVIATO NEL 2020
Dal 2020 il gruppo con sede a Milano ha effettuato oltre 850 ispezioni in loco presso fornitori e subappaltatori italiani, incluse attività di sorveglianza notturna all’esterno degli stabilimenti.
Più di un quarto dei controlli, si legge sul Ft, ha avuto come esito la cessazione dei rapporti commerciali. Attualmente Prada lavora con circa 1.000 fornitori e subappaltatori registrati tra Nord e Centro Italia.
LE PRINCIPALI VIOLAZIONI RISCONTRATE
Durante gli audit sono emerse gravi violazioni della normativa sul lavoro, tra cui la presenza di dormitori all’interno delle fabbriche. Tali casi, tuttavia, sono risultati meno frequenti rispetto ad altre irregolarità, come carenze nelle misure di salute e sicurezza e problemi nella gestione dei rifiuti.
IL CONTESTO GIUDIZIARIO NEL SETTORE DEL LUSSO
Da mesi l’industria della moda di lusso in Italia è sottoposta a un forte scrutinio nell’ambito di un’indagine estesa e controversa condotta dalla procura di Milano sulle presunte violazioni nella filiera produttiva nazionale. L’aumento della domanda di beni di lusso negli ultimi vent’anni ha infatti intensificato la pressione sui produttori, mentre le autorità hanno accusato diversi marchi di non aver esercitato un controllo adeguato sui fornitori che affidavano parte della produzione a subappaltatori coinvolti nello sfruttamento di lavoratori migranti.
In particolare, nei documenti depositati in tribunale lo scorso anno, i magistrati hanno parlato di un sistema di sfruttamento “così radicato e dimostrato da poter essere considerato parte di una politica aziendale più ampia esclusivamente volta a incrementare il profitto”.
LA POSIZIONE DI PRADA
Prada non è oggetto di indagine, ma nel mese di dicembre i pubblici ministeri milanesi hanno chiesto al gruppo di fornire informazioni dettagliate sulla propria catena di fornitura.
L’azienda ha riferito al Financial Times di aver effettuato 188 ispezioni nel corso dell’ultimo anno, che hanno portato a 43 cessazioni di rapporti commerciali. Sei di questi casi riguardavano fornitori che avevano subappaltato lavori senza autorizzazione a imprese in cui i lavoratori dormivano all’interno degli stabilimenti.
TOLLERANZA ZERO
Il numero di contratti risolti è diminuito rispetto alla fase iniziale degli audit. Nel 2020, infatti, sono state effettuate 143 ispezioni e oltre la metà si è conclusa con la cessazione dei rapporti. Secondo l’azienda, il calo è legato al fatto che “il tasso di cessazioni è diminuito perché abbiamo adottato un approccio di tolleranza zero”.
Prada infatti ha scelto di adottare un approccio diverso dalle altre aziende. Nel settore del lusso è più comune affidare i controlli a società di revisione esterne. Alcuni marchi hanno inoltre chiesto l’intervento diretto delle forze di polizia, sostenendo che il monitoraggio continuo dei fornitori non sia praticabile. Anche Prada ha dichiarato al FT che “è molto difficile per le aziende controllare una filiera frammentata e complessa come quella della produzione di lusso”, ma proprio per questo ha scelto di destinare “risorse significative” a tale attività.
LE RISORSE
Prada ha detto di disporre di un team interno di audit composto da 11 persone e di avvalersi anche del supporto di consulenti esterni. L’analisi dei fornitori include la valutazione di fatturato, numero di dipendenti e sede legale per individuare potenziali segnali di rischio. Vengono inoltre richiesti documenti sui pagamenti a terzi per individuare eventuali subappalti non autorizzati.
Tra la documentazione richiesta figurano contratti di lavoro, visti per lavoratori stranieri, buste paga e bollette energetiche, utili a rilevare consumi notturni anomali che possono indicare turni di lavoro prolungati. L’azienda ha infine precisato che attività investigative più approfondite vengono avviate solo in presenza di elementi irregolari o sospetti.




