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Inflazione

Perché i mercati non piangono per il rialzo dei tassi della Bce. Analisi

Reazioni sui mercati e commenti degli analisti alla decisione della Bce di alzare i tassi di interesse dell'eurozona di altri 25 punti base.

 

Borse in positivo dopo la decisione della Bce di alzare i tassi di interesse dell’eurozona di altri 25 punti base mentre il cambio tra euro e dollaro è leggermente arretrato sotto 1,07. Questa la reazione, peraltro contenuta per il momento, all’annuncio dell’istituto centrale europeo.

Tutti i principali indici azionari si sono portati sopra la parità a cominciare da Milano (+0,2% da -0,15%). Madrid e’ la migliore (+0,35%), Parigi segna +0,2%, Francoforte +0,15%. Il cambio tra euro e dollaro, che si attestava a 1,0730 prima dell’annuncio, è sceso a 1,0690. Petrolio in allungo: il Wti ha superato i 90 dollari al barile nella consegna ottobre, il Brent novembre corre oltre i 93 dollari al barile.

In lieve contrazione lo spread tra Btp e Bund che torna a 177 punti dai 179 precedenti l’annuncio. Il rendimento del decennale italiano frena nettamente a 4,35% da 4,44% di questa mattina e 4,42% prima della decisione.

L’ANALISI DI RICHARD FLAX (MONEYFARM)

Nel corso della riunione di oggi, la BCE ha optato per un rialzo di 25 punti base dei tassi d’interesse, portandoli al 4,0% per i depositi presso la Banca Centrale, al 4,5% per le operazioni di rifinanziamento principali e al 4,75% per le operazioni di rifinanziamento marginale. Questo nuovo aumento riflette la crescente preoccupazione del Consiglio Direttivo di fronte al rallentamento del quadro economico e finanziario e alla resilienza dell’inflazione di base.

Ad oggi le proiezioni macroeconomiche della BCE per l’Area Euro vedono un’inflazione media al rialzo per il 2023 (5,6%) e per il 2024 (3,2%), mentre il livello medio di aumento dei prezzi è stato rivisto al ribasso per il 2025 (2,1%).

Raffreddamento della crescita e inflazione persistente contribuiscono a creare uno scenario di stagflazione che pone seri problemi sul tavolo dei banchieri centrali, i quali, come lascia intuire la decisione di oggi, sono verosimilmente disposti ad affrontare le conseguenze di un deterioramento dei dati economici pur di proseguire la loro battaglia contro l’inflazione.

Il tentativo di mantenere i prezzi nell’Eurozona stabili ad ogni costo potrebbe portare con sé conseguenze ad oggi ancora difficili da calcolare con esattezza.

Spostando il focus sull’Italia, le stime ufficiali del nostro governo prevedono una crescita dell’1,0% per il 2023, in netto calo rispetto al 3,7% del 2022, ma comunque superiore rispetto ad altri Paesi europei. Questo dato riflette il difficile percorso di emancipazione del nostro paese dalla sua storica dipendenza energetica dalla Russia, che solo nel 2020 forniva oltre il 50% del carbone, il 40% del gas e il 17% del petrolio consumato in Italia.

IL PUNTO DI ANDREA DELITALA (PICTET)

La BCE ha alzato i tassi per la decima volta in questo ciclo (per un totale di 4,5% di incremento). La frase più significativa dello statement di accompagnamento sembra essere quella in cui si afferma che in base a quanto sappiamo oggi, il livello raggiunto dai tassi di interesse di policy (4% sul Depo 4,5% sul Refi) sia congruente con il raggiungimento del target di inflazione, almeno per quanto riguarda il ruolo della Politica Monetaria (cit: “Based on its current assessment, the Governing Council considers that the key ECB interest rates have reached levels that, maintained for a sufficiently long duration, will make a substantial contribution to the timely return of inflation to the target”). Il che qualifica la decisione odierna, apparentemente non unanime, ma comunque basata su ampia maggioranza, come un Dovish Hike che esaurisce per il momento l’urgenza di ulteriori interventi. I dati europei hanno recentemente fatto registrare un deterioramento dell’attività assieme ad una certa vischiosità dell’inflazione. Quest’ultimo ha indotto il Governing Council a rialzare, ma la perdita di tono ha certamente pesato nel segnalare la pausa in attesa che l’inasprimento delle condizioni finanziarie facciano il loro corso – c’è sempre un ritardo (18mesi circa) negli effetti.

Il mercato aveva già ridotto le aspettative sul picco (Terminal rate), giudicando eccessivi ulteriori rialzi in quanto forieri di concreti rischi di recessione (Policy mistake). Essendo, dunque, sostanzialmente raggiunto il culmine dei tassi (salvo revisione dello scenario), quello che più rileva per gli equilibri del reddito fisso e dei mercati finanziari è se il successivo sentiero di allentamento sia correttamente anticipato dai tassi a termine. Questi oggi ci dicono che il primo taglio dovrebbe arrivare durante l’Estate 2024 e prevedono tagli per 1,25% nei successivi tre anni (al 3,75% circa). Difficile asserire oggi se la velocità attesa dei ribassi sia appropriata, ma è più importante il punto d’arrivo, che riteniamo credibile. In particolare, i tassi previsti per il lungo periodo (5Y5Y), sono poco sotto il 3% che, con aspettative d’inflazione attorno al 2,6% (5y5y inflation swaps), implicano tassi reali impliciti attorno allo 0,25%. Questo livello è molto coerente con le stime disponibili del cosidetto ‘Neutral Rate’ dell’EZ (si veda ad esempio quelle della NY Fed).

Tutto considerato, dunque, non sorprende la reazione positiva dei mercati (obbligazionari ed azionari) europei e quella negativa dell’Euro.

IL COMMENTO DI SEBASTIAN VISMARA (BNY MELLON)

In linea con le nostre aspettative, la BCE ha rialzato i tassi di altri 25 punti base, portando il tasso depositi al 4%. Ha anche suggerito che questo potrebbe essere l’ultimo aumento, a meno che l’economia o l’inflazione sorprendano al rialzo. Coerentemente con le recenti comunicazioni di altre Banche Centrali, la dichiarazione della BCE ha spostato l’enfasi sulla necessità di mantenere i tassi al livello attuale per un periodo di tempo “sufficientemente lungo” da consentire all’inflazione di tornare stabilmente al 2%.

Le proiezioni macroeconomiche che hanno accompagnato la decisione tracciano un quadro complesso per l’Eurozona. La crescita economica per tutti gli anni sino al 2025 è prevista a livelli più bassi rispetto alle stime precedenti, mentre l’inflazione totale (non quella primaria) è più robusta di quanto si pensasse precedentemente, e resta al di sopra dei livelli obiettivo per l’orizzonte temporale di riferimento.

Le politiche monetarie resteranno dipendenti dai dati. Pensiamo che questo potrebbe essere l’ultimo rialzo del ciclo attuale, ma vediamo anche rischi in aumento nel breve termine. Nonostante la debolezza della crescita, le pressioni inflattive restano forti. Il mercato del lavoro è resiliente e stretto dal lato dell’offerta. La BCE mantiene il mandato di riportare l’inflazione al 2% in modo tempestivo, ma al tempo stesso le previsioni di medio termine la collocano al di sopra dell’obiettivo.

Crediamo che eventuali tagli dei tassi non avranno luogo prima della seconda metà dell’anno – più tardi rispetto a quanto si aspettano i mercati; ma pensiamo anche che, una volta che il ciclo di allentamento avrà inizio, probabilmente i tagli dei tassi saranno più veloci e più ampi di quanto non sia rispecchiato dalle valutazioni finanziarie.

 

L’ANALISI DI DAVE CHAPPELL (Columbia Threadneedle Investments)

In occasione della riunione della BCE di luglio, la Presidente Christine Lagarde aveva lasciato intravedere la possibilità di una pausa nella riunione di settembre. Dopo una decisione al limite, il comitato ha deciso di aumentare i tassi, ma la mossa è stata accompagnata da un chiaro messaggio: si ritiene che la politica sia ora adeguatamente restrittiva, se mantenuta per un periodo sufficientemente lungo, per guidare l’inflazione verso l’obiettivo del 2%. Pur aggiungendo delle riserve che consentirebbero ulteriori aggiustamenti se giustificati, la BCE si è mossa su una posizione simile a quella della Federal Reserve statunitense e che sicuramente sarà raggiunta anche dalla Banca d’Inghilterra nelle prossime settimane. Il messaggio di tutte le banche centrali sarà ora “più in alto più a lungo”, nell’ottica di mantenere una politica restrittiva per un periodo prolungato. Le condizioni economiche determineranno la durata di questo periodo in ciascuna area geografica.

Alcune “fonti” avevano alimentato le aspettative di una probabile mossa questa settimana, facendo trapelare l’informazione di una revisione al rialzo delle previsioni di inflazione per il 2024. Il rialzo è stato però accompagnato da un abbassamento delle prospettive di inflazione core e di crescita per l’intero periodo di previsione. Si sospetta che i “falchi” del comitato abbiano spinto molto per un rialzo, rendendosi conto che la finestra d’azione si sta chiudendo con l’indebolimento del contesto macroeconomico. I membri più prudenti hanno probabilmente proposto la definizione di “livelli raggiunti” come compromesso. Le condizioni del credito continuano a restringersi e le economie si stanno nuovamente indebolendo, soprattutto in Germania, da sempre motore di crescita dell’Eurozona. La banca centrale spera che il calo dell’inflazione sostenga i consumi attraverso una ripresa dei redditi reali, ma deve fare attenzione agli effetti ritardati della politica monetaria e dello stallo della crescita sulla disoccupazione, che per ora rimane a livelli storicamente bassi.

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