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Bcc, ecco come e perché Federcasse piagnucola

Federcasse

Banche di credito cooperativo (Bcc), che cosa è emerso dall’audizione dei vertici di Federcasse in Parlamento. L’articolo di Emanuela Rossi

 

Non tornare indietro sulla riforma del credito cooperativo e invece puntare a crescere superando il quadro regolamentare bancario europeo e adattandolo alla natura specifica delle Bcc. E’ quanto hanno chiesto i vertici di Federcasse, rappresentati dal presidente Augusto dell’Erba e dal direttore generale Sergio Gatti, durante l’audizione in Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche che si è detta pronta a fare una moral suasion in tal senso sul Governo italiano e sul Parlamento Ue. Al termine dell’audizione la presidente, Carla Ruocco (M5S), ha annunciato che il prossimo 11 aprile verrà ascoltato dalla Commissione il ministro dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco, che parlerà di “tutto quello che riguarda gli asset pubblici all’interno del sistema bancario. Una formula che si riassume in tre lettere: Mps.

PERCHÉ NON SI PUÒ’ TORNARE INDIETRO SULLA RIFORMA DEL CREDITO COOPERATIVO SECONDO FEDERCASSE

Federcasse, come si diceva, è tornata sulla riforma del credito cooperativo del 2016, voluta dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, che ha portato alla nascita dei due gruppi bancari nazionali, Iccrea e Ccb. Dalla riforma, ha spiegato dell’Erba, non si può tornare indietro verso un sistema basato sulla garanzia istituzionale (Ips) sebbene le banche cooperative nel 2011 abbiano ottenuto dalla Banca d’Italia il via libera a un sistema simile che però “per ragioni di mercato, per ragioni soggettive, per ragioni che ormai sono consegnate alla storia non si riuscì a renderlo operativo”. “Oggi non è possibile introdurre un Ips nazionale – ha detto ancora il presidente – perché la costituzione dei gruppi è andata avanti, sono stati fatti investimenti importantissimi, il sistema è stato stabilizzato in una certa logica e immaginare recessi, frazionamenti ulteriori e ulteriori divisioni lo vedo come un indebolimento e non come un rafforzamento del sistema”.

Non si può neppure tornare indietro su un altro elemento centrale delle Bcc ovvero la natura cooperativa. “Il sistema del credito cooperativo ha un patrimonio di circa 22 miliardi e per circa il 90% è un patrimonio costituito da riserve indivisibili ossia non appartengono alla banca e ai soci ma è solo affidato tant’ è che se qualcuno pensasse di estinguerla e di trasformarla quel patrimonio andrebbe al ministero dello Sviluppo” ha spiegato il numero uno di Federcasse secondo cui “pensare che una Bcc si possa trasformare in un altro tipo di banca è giuridicamente e astrattamente possibile ma non sarà da noi che potrà venire un’idea di questo genere”.

Il  modello delle Bcc, ha detto ancora, “non è andato economicamente in crisi (a fine 2021 i crediti deteriorati erano sotto quota 10 miliardi e le sofferenze lorde erano pari a 4,2 miliardi, -55,4% su base triennale, ndr) quindi le nostre proposte non sono del tipo ‘aiutateci a superare una crisi”; semmai si punta a “far evolvere il sistema per dare ancora meglio e di più perché nel momento dello stress chi ha fatto più misure di vicinanza al territorio e alle famiglie siamo stati appunto noi” che “vogliamo essere rispettosi di tutti i meccanismi prudenziali e vogliamo vedere declinate a nostro favore quelle norme alle quali riteniamo di avere diritto, non in ragione di una sorta di diritto naturale, ma perché l’impianto europeo è presidiato dal criterio di proporzionalità e vogliamo che sia declinato anche per noi”. Proprio sulla questione della proporzionalità si potrebbe intervenire almeno parzialmente attraverso uno specifico intervento legislativo nell’ambito della revisione in atto del quadro normativo europeo per il recepimento degli Accordi finali di Basilea 3.

E PERCHÉ SI DEVE CHIEDERE A BRUXELLES LA MODIFICA DELLE NORME DI SETTORE

Ecco dunque che la strada per migliorarsi valica i confini e cerca di tornare alla normativa Ue precedente al 2013. “Con la riforma scontiamo il disallineamento dovuto al fatto che la norma europea non poteva conoscere nel 2013 un istituto giuridico nuovo” ha affermato dell’Erba. E ancora: “Pensiamo che il problema debba essere risolto alla sua radice e qualunque sia l’intervento italiano non può che incastonarsi sulla direttiva Crd sui requisiti di capitale” che è attualmente in corso di revisione a Bruxelles.

Per questo Federcasse chiede al nostro Parlamento e a Palazzo Chigi di farsi “promotori di un’iniziativa urgente e molto determinata, diretta a ottenere un adeguamento puntuale del quadro regolamentare bancario europeo” in modo che le Bcc non subiscano “svantaggi competitivi ingiustificati”. Nello specifico secondo i vertici di Federcasse “l’obiettivo più importante da conseguire è il superamento dell’equazione secondo cui le banche less significant (con un attivo inferiore ai 30 miliardi) che fanno parte di un Gruppo bancario significant (come accade per le singole Bcc aderenti ai due aderenti ai due Gruppi Bancari Cooperativi) vengono classificate a loro volta significant, con tutte le pesanti conseguenze di natura regolamentare e di supervisione. Ciò consentirebbe alle Bcc – ha proseguito dell’Erba – di vedersi riconosciute – sotto il profilo normativo – le forme di proporzionalità introdotte, anche su impulso di Federcasse, nel maggio 2019 nonché di vedersi applicate – sotto il profilo di vigilanza – prassi e condotte comunque rigorose, ma meno onerose e più adeguate rispetto ai profili di rischiosità e alle norme

di derivazione costituzionale previste dall’ordinamento italiano in materia di mutualità”.

LA PROMESSA DELLA COMMISSIONE BANCHE

Al termine dell’audizione la Commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche ha fatto sapere di accogliere, per la sua parte almeno, la richiesta di Federcasse, comunicando che intende avviare “un’attività di moral suasion sul Governo italiano e sul Parlamento europeo affinché le norme bancarie europee in corso di definizione tengano conto” dello status delle Bcc che rendono “un servizio ai soci e alle comunità di riferimento”.

In una nota la presidente Carla Ruocco (M5S) ha ricordato quanto affermato dai vertici Federcasse ossia che le banche del credito cooperativo “sono tenute a rispettare requisiti particolarmente stringenti e onerosi stabiliti dalla disciplina prudenziale e dalla normativa riguardante la risoluzione delle banche in caso di crisi. L’incongruenza tra l’essere ‘ente piccolo e non complesso’ e il dover rispettare le regole previste per le grandi banche europee – ha aggiunto la parlamentare pentastellata – non consente di applicare nel concreto i principi di proporzionalità delle norme e delle prassi di vigilanza, come invece richiederebbero le peculiari caratteristiche giuridiche, i connotati dimensionali e i profili di operatività tutt’altro che complessi” delle Bcc.

L’ANALISI DEL SOLE 24 ORE SULLL’AUDIZIONE DI FEDERCASSE E BCC

“C’è un treno che passa in Europa per la modifica delle regole bancarie e, una volta tanto, l’Italia deve cercare di non perderlo. Nell’immagine dei vertici di Federcasse, auditi ieri in Commissione bicamerale sulle banche, il treno è la revisione della direttiva europea Crd VI sulla normativa prudenziale e del regolamento europeo Crr, già in fase di avanzata elaborazione al Consiglio europeo in vista della fase di negoziato tra i co-legislatori (cosiddetto Trilogo) – ha sottolineato il Sole 24 Ore – Le banche di credito cooperativo, ha ricordato il presidente dell’associazione Augusto Dell’Erba, soffrono «per un’equazione onerosa che altera la concorrenza» sono piccole banche che però facendo parte di un gruppo cooperativo considerato significant (ossia con un attivo sopra i 30 miliardi) vengono classificate a loro volta significant e sono quindi attratte nella sfera della Vigilanza della Bce e tenute ad osservare i requisiti prudenziali tra i quali i ratio patrimoniali e i requisiti di idoneità per i membri dei cda che sono gli stessi applicati ai grandi gruppi bancari europei. Il problema nasce dall’asimmetria tra le regole bancarie europee, datate 2013, e la riforma italiana delle Bcc del 2016 che ha introdotto il gruppo bancario cooperativo, sconosciuto tre anni prima. Ecco perché l’unica strada, sostiene il vertice di Federcasse, è risalire a monte e correggere la norma europea”.

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