Economia

Banco Bpm, ecco l’ultima tegola giudiziaria per il caso Diamanti

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Che cosa ha stabilito il tribunale di Verona contro il Banco Bpm

Avviata nel maggio del 2018, la causa ha chiuso qualche giorno fa, un tempo record per una sentenza di primo grado al Tribunale civile di Verona. Anche perché di mezzo c’è stata l’estate e il fallimento di Intermarket Diamond Business, che hanno allungato i tempi. La storia è quella di una signora, oggi deceduta, che aveva investito in diamanti attraverso gli sportelli bancari una buona parte dei suoi risparmi, 46.222,4 euro.

Nel frattempo la Guardia di Finanza di Milano, in seguito a indagini, è intervenuta su quattro istituti di credito perché la cessione di pietre preziose si configurava come investimento agli occhi dei clienti quando invece non poteva esserlo, dato che non esiste una borsa dei diamanti aperta al pubblico. Inoltre sono stati messi sotto osservazione i prezzi con cui sono state venduti i preziosi, accusati di essere artificiosamente gonfiati.

L’erede ha fatto causa a Banco Bpm attraverso i legali dell’Adusbef, gli avvocati Camilla e Vincenzo Cusumano. L’istituto lombardo ha sempre scelto la strada della contrattazione singola nel caso dei diamanti, decidendo di volta in volta se trovare un accordo privato. Di solito, secondo quando riferiscono le associazioni dei consumatori, la banca propone al cliente di tenersi la pietra e offre un ristoro medio in contanti fino al 50% del valore pagato per la pietra.

Fatto sta che il giudice Massimo Vaccari della terza sezione civile del Tribunale di Verona ha stabilito un metodo per il ristoro al cliente che forse farà da apripista in Italia. Ha tenuto in considerazione l’ultimo listino Rapaport, un bollettino periodico che riporta il valore medio degli scambi delle pietre fra operatori (non è il prezzo finale) ed è soggetto a oscillazioni del 30%. Il giudice ha quindi fatto tradurre il listino dal dollaro all’euro e ha applicato alla cifra in questione il 30% in più.

Ha quindi stabilito che il valore di mercato delle pietre è oggi di circa un terzo rispetto a quanto pagato dalla signora, quindi 14.015,74 euro. Il Tribunale ha lasciato le pietre in mano al nipote e ha sentenziato che la banca deve pagare 32.206,66 euro (46.222,4 euro cui togliere 14.015,74 euro) più gli interessi e le spese legali. L’istituto però non deve corrispondere il danno morale. Alla fine si arriva ad una cifra attorno a 42mila euro su 46,2 mila euro che la banca ha incassato a suo tempo dalla cliente. Ora l’avvocato ha in mano “un’altra cinquantina di cause, che vanno da poche migliaia di euro a centinaia di migliaia. Anche in questi casi seguirò la via legale già percorsa, il 702 bis con rito sommario, che si è dimostrato molto veloce ed efficace”, spiega l’avvocato Camilla Cusumano a milanofinanza.it.

Nel frattempo, il gruppo Banco Bpm  che ha visto andarsene tre dirigenti apicali per la questione delle pietre collocate agli investitori retail, ha deciso di fare un passo in direzione di una risoluzione con i clienti. E, considerato il fatto che le domande di ammissione al passivo di Intermarket Diamond Business, la società che intermediava i diamanti per conto delle banche, inizieranno a essere esaminate dal tribunale non prima del 5 novembre 2019, offre una scorciatoia. Secondo stime di Aduc si tratta di 19mila richieste.

Il gruppo guidato dall’amministratore delegato Giuseppe Castagna ha messo a punto un processo per velocizzare le transazioni con i clienti che, avendo acquistato diamanti da Idb, li hanno ancora in custodia nei caveau gestiti dalla società fallita. L’offerta di Banco Bpm permetterà di sottoscrivere transazioni in anticipo rispetto ai tempi necessari al fallimento di Idb per la restituzione delle pietre ai legittimi proprietari e di ricevere in maniera celere il rimborso definito.

(estratto di un articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza; qui l’articolo integrale)

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