Economia

Tutte le magagne di Mps, Banco Bpm e Unicredit sull’affaire diamanti svelate dall’Antitrust

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Ecco come e perché l’Antitrust nel 2017 ha sanzionato Idb, Dpi, Banco Bpm, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mps sul caso diamanti

Si è chiusa con cinque banche coinvolte nell’inchiesta della procura di Milano – Banco Bpm e Banca Aletti, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mps -, il sequestro di ingenti somme a carico delle due società di vendita, Dpi e Idb, e numerosi vip coinvolti, l’inchiesta sulla presunta truffa nella vendita di diamanti a risparmiatori e investitori.

SEQUESTRO PREVENTIVO DI OLTRE 700 MILIONI DI EURO

La Guardia di Finanza ha eseguito infatti un sequestro preventivo di oltre 700 milioni di euro nell’indagine coordinata dal procuratore aggiunto Riccardo Targetti e dal pm Grazia Colacicco su una serie di fatti avvenuti tra il 2012 e il 2016 quando, secondo l’accusa, due società – la Intermarket Diamond Business spa (Idb) e la Diamond Private Investment spa (Dpi) – avrebbero venduto attraverso l’intermediazione degli sportelli bancari, diamanti ad un prezzo molto superiore al loro reale valore.

COINVOLTE DPI, IDB E BANCO BPM, BANCA ALETTI, UNICREDIT, INTESA SANPAOLO E MPS

Il provvedimento cautelativo si è abbattuto pesantemente sulle due società intermediarie con il sequestro di 253 milioni a carico di Dpi e 328 milioni di Idb (fallita lo scorso gennaio) e sugli istituti di credito: 83,8 milioni sono a carico di Banco Bpm e di Banca Aletti, 32 milioni nei confronti di Unicredit, 11 milioni nei confronti di Intesa Sanpaolo e 35,5 milioni a carico di Mps.

L’ANTITRUST AVEVA ACCESSO I RIFLETTORI GIÀ NEL 2017

Ad accendere i riflettori sulla vicenda era già stata l’Antitrust che al termine dell’istruttoria il 30 ottobre 2017 aveva comminato sanzioni complessive per 12,35 milioni di euro a carico delle due società (Idb e Dpi) e di Banco Bpm, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mps. Gli stessi istituti, per rispondere alla proteste dei risparmiatori, avevano comunque deciso in alcuni casi di provvedere a un rimborso di quanto investito da parte di alcuni risparmiatori. (qui il provvedimento su Idb  e qui il provvedimento su Dpi)

I PROFILI DI SCORRETTEZZA RILEVATI DALL’AUTHORITY

Secondo l’Antitrust i profili di scorrettezza riscontrati per entrambe le società avevano riguardato le “informazioni ingannevoli e omissive diffuse attraverso il sito e il materiale promozionale” predisposto dalle stesse aziende sul prezzo di vendita dei diamanti, presentato come quotazione di mercato, frutto di una rilevazione oggettiva pubblicata sui principali giornali economici. Ma anche l’andamento del mercato dei diamanti, rappresentato in stabile e costante crescita e l’agevole liquidabilità e rivendibilità dei diamanti alle quotazioni indicate e con una tempistica certa.

LA QUESTIONE DEI PREZZI DEI DIAMANTI RILEVATA DAL GARANTE

Secondo l’Authority erano da considerarsi scorrette anche la qualifica dei professionisti come leader di mercato. In realtà, come sottolineava l’Antitrust, “alla luce delle risultanze istruttorie è emerso che le quotazioni di mercato erano i prezzi di vendita liberamente determinati dai professionisti in misura ampiamente superiore al costo di acquisto della pietra e ai benchmark internazionali di riferimento (Rapaport e IDEX); l’andamento delle quotazioni era l’andamento del prezzo di vendita delle imprese annualmente e progressivamente aumentato dai venditori; e le prospettive di liquidabilità e rivendibilità erano unicamente legate alla possibilità che il professionista trovasse altri consumatori all’interno del proprio circuito”.

LE QUOTAZIONI DATE DALLE AZIENDE? “ EQUIVALE ALLA PUBBLICAZIONE A PAGAMENTO DEL PROPRIO LISTINO PREZZI”

Per quanto riguarda le quotazioni, rileva l’Antitrust nel proprio provvedimento, “nel materiale promozionale IDB fa costante riferimento alla ‘quotazione’ dei diamanti trattati. Talvolta, si riferisce ai valori pubblicati come ‘prezzi dei diamanti da noi trattati’. In ogni caso, come ammesso anche da IDB, la ‘quotazione’ del diamante IDB pubblicata periodicamente sul Sole24Ore non è un parametro tratto da rilevazioni di mercato e poi pubblicato a cura di IDB: è soltanto il prezzo – solo in parte riferibile al valore della pietra – fissato autonomamente da IDB secondo le proprie convenienze commerciali, aumentato progressivamente nel tempo sulla base di parametri definiti discrezionalmente dalla società. La fonte delle ‘quotazioni’ dei diamanti è dunque la stessa IDB e la pubblicazione delle c.d. quotazioni a cura di IDB – indicata tra i servizi che la società si fregia di offrire ai consumatori – equivale alla pubblicazione a pagamento del proprio listino prezzi”. Più o meno lo stesso accadeva per Dpi.

GLI ISTITUTI DI CREDITO ERANO IL PRINCIPALE CANALE DI VENDITA

Non solo. Secondo l’Antitrust gli istituti di credito erano il principale canale di vendita dei diamanti per entrambe le imprese e utilizzavano il materiale informativo predisposto da Idb e Dpi, proponendo l’investimento a una specifica fascia della propria clientela interessata all’acquisto dei diamanti come un bene rifugio e per diversificare i propri investimenti. Il fatto che l’investimento fosse proposto da parte del personale bancario forniva ampia credibilità alle informazioni contenute nel materiale promozionale delle due società, determinando molti consumatori all’acquisto senza effettuare ulteriori accertamenti.

DAL 2011 AL 2017 IDB E DPI, HANNO PERFEZIONATO VENDITE PER OLTRE UN MILIARDO DI EURO

Secondo i dati dell’indagine condotta dall’Antitrust, dal 2011 al 2017 Idb e Dpi, hanno perfezionato vendite per oltre un miliardo di euro. Di questi, più della metà, 600 milioni di euro, sono riconducibili al solo Banco Bpm che grazie al suo ruolo di intermediario per circa 30-40 mila clienti ha incassato nel periodo oltre 100 milioni di commissioni. Stesso ruolo svolto da Unicredit, che ha registrato 40-50 milioni di commissioni in sei anni. Più marginale il ruolo degli altri istituti. Intesa Sanpaolo, attiva da metà 2015, ha dichiarato 7000 clienti nel 2016, Mps circa 14 mila operazioni (alcune riconducibili a più soggetti) dal 2013 al 2016 e commissioni totali tra i 30 e i 50 milioni di euro.

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