Economia

Vi spiego i problemi delle banche tedesche. L’analisi del prof. Onado

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banche tedesche

L’analisi di Marco Onado, docente di Diritto ed Economia dei Mercati Finanziari all’Università Bocconi di Milano, sulle banche tedesche tratta da Lavoce.info

Tutto il settore bancario europeo, non solo quello tedesco, è ipertrofico. Il problema si fa più acuto quando i tassi sono molto bassi. Per risolverlo non bastano le fusioni, occorrono politiche fiscali e finanziarie coraggiose, che non sono all’orizzonte.

“Les feuilles mortes se ramassent à la pelle”, cantava molti anni fa Yves Montand sui versi di Prévert. Nell’autunno inclemente del 2019 si accumulano invece cattive notizie sull’Europa e sulle sue banche. Nel giro di pochi giorni, Moody’s ha lanciato un grido di allarme sulle banche tedesche condiviso dalla stessa Bundesbank; Oliver Wyman ha messo in evidenza le debolezze di quelle italiane; Fitch ha avanzato l’ipotesi che l’intero continente e in particolare l’Eurozona siano colpiti dalla “sindrome giapponese” cioè siano entrati in un circolo vizioso fatto di deflazione e crisi bancaria endemica.

La solita analisi dell’Eba (European Banking Authority) ha ribadito il calo strutturale della redditività, certificando che le banche tedesche (almeno le principali) sono le uniche a registrare redditività negativa nel 2018. E come non bastasse, la Banca centrale europea ha pubblicato uno studio che con rigore scientifico dimostra che il settore bancario europeo è afflitto da un eccesso di capacità produttiva che si è solo marginalmente ridotto dopo la crisi; il fenomeno è particolarmente evidente in Germania, anche se l’Italia segue a ruota in questa non invidiabile classifica.

La diagnosi è quindi impietosa e pressoché unanime, ma non è affatto una novità. I problemi di oggi delle banche europee sono così gravi e diffusi perché riflettono debolezze strutturali dovute in primo luogo a una crescita eccessiva dei prestiti in quasi tutti i paesi, subito dopo l’introduzione dell’euro (Italia compresa, anche se in forma meno patologica di Irlanda, Spagna o Grecia), che si è inevitabilmente tradotta, quando la festa è finita, in insolvenze dei debitori e perdite per le banche.

La Germania ha avuto il suo boom del credito prima dell’introduzione dell’euro, a seguito della riunificazione e questo secondo molti autori, anche tedeschi, ha provocato un deterioramento del credito non riconosciuto né dalle banche né da compiacenti regolatori. E per raddrizzare la barca, le banche, in particolari le potenti Landesbanken controllate dai Länder, non hanno trovato di meglio che investire a piene mani nei titoli americani, compresi quelli più tossici. Non a caso, le prime banche a fallire sono state quelle tedesche e non a caso è stata la Germania a spendere di più in Europa (escluso il Regno Unito) per salvare le sue.

Ma la crescita eccessiva del credito negli ultimi decenni è una parte di un problema più complesso: tutto il sistema bancario europeo è ipertrofico nella duplice accezione di troppo grande in senso economico rispetto alle esigenze della realtà produttiva e troppo grande in senso fisico rispetto all’evoluzione tecnologica in atto.

È allora ovvio che il problema divenga particolarmente acuto in uno scenario in cui i tassi di interesse (che sono la prima determinante della redditività bancaria di base) rimarranno sui livelli più bassi degli ultimi 70 anni. Ma questo è solo parte della spiegazione, tant’è che le banche americane, che pure stanno affrontando lo stesso scenario, godono di ottima salute.

Il problema è che la redditività di base (cioè il reddito rispetto al totale dell’attivo) delle banche europee e in particolare tedesche anche prima della crisi, era bassa: circa la metà delle americane. Solo riducendo il capitale (cioè aumentando il rischio finanziario) prima della crisi si arrivava anche in Europa a una redditività del capitale elevata. Adesso che, con colpevole ritardo, le autorità hanno corretto l’errore e hanno forzato un necessario processo di irrobustimento patrimoniale, il re è nudo, come nella favola di Andersen.

La Germania somma tutte queste debolezze. Il paese ha sempre difeso con orgoglio la sua struttura bancaria fatta di tre pilastri: quello privato dei grandi istituti; quello pubblico delle Landesbanken, quello cooperativo delle banche popolari e delle casse di risparmio e si trova oggi con un sistema ipertrofico fatto di 1.783 banche (di cui 1.250 nella categoria delle popolari e casse di risparmio), quasi 30 mila sportelli e oltre 600mila dipendenti (più del doppio dell’Italia).

In altri paesi, a cominciare dal nostro, la situazione non è certo migliore e pesanti ristrutturazioni sono necessarie in tutta Europa, anche perché la tecnologia sta rivoluzionando i servizi bancari e solo istituzioni efficienti si possono permettere gli ingenti investimenti che si prospettano.

Non ci si può allora stupire se il sistema bancario anziché essere fattore di sviluppo diventa una palla al piede dell’economia, come è appunto avvenuto in Giappone a partire dagli anni Novanta.

Le fusioni bancarie invocate sono una soluzione forse necessaria per alcuni casi aziendali, ma certo non sufficiente a livello di sistema. Occorrono politiche fiscali e finanziarie coraggiose, cioè quelle che la scorsa Commissione europea non ha mai neppure concepito e che, a giudicare dagli inizi, non sembrano probabili neanche per quella che debutta in questi giorni. L’autunno delle banche rischia di trasformarsi nell’inverno del nostro scontento.

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