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Come si discute in Europa fra Stati sulla garanzia comune dei depositi bancari

L’articolo di Francesco Ninfole, giornalista di Mf/Milano finanza, sullo stato della discussione in Europa relativa alla garanzia comune dei depositi (Edis)

Ci vorrà ancora tempo per un accordo politico sulla garanzia comune sui depositi (Edis, European deposit insurance scheme). Il tema è stato citato nelle conclusioni dell’ultimo Eurosummit, anche se in modo blando e con linguaggio contorto: «Si dovrebbe iniziare a lavorare a una tabella di marcia al fine di avviare negoziati politici sull’Edis». I Paesi nordici guidati dalla Germania vogliono che la riduzione dei rischi delle banche (i crediti deteriorati del Sud Europa, non i titoli illiquidi di istituti tedeschi e francesi) preceda la loro condivisione (e quindi non vada in parallelo).

LA DISCUSSIONE TECNICA

A livello tecnico però le discussioni sono proseguite negli ultimi mesi. Secondo un rapporto di 20 pagine presentato dalla presidenza bulgara ai ministri finanziari, si è lavorato sulla base di due proposte: una ri-assicurazione, che poi conduca a una co-assicurazione, secondo il modello suggerito a ottobre 2017 dalla Commissione Ue; in secondo luogo, si è valutato un prestito obbligatorio tra fondi nazionali. La seconda opzione, più debole della prima, è stata sostenuta dal fronte nordico.

LA QUESTIONE DELLA RIASSICURAZIONE

In nessun caso è prevista una mutualizzazione dei rischi tra Stati. Il prestito obbligatorio, tuttavia, secondo una maggioranza di Paesi sarebbe un sistema più complicato e meno efficace, soprattutto se basato su accordi bilaterali tra fondi di tutela nazionali (e quindi senza un meccanismo centralizzato). Inoltre il sistema non permetterebbe il passaggio a una condivisione delle perdite tra Edis e fondi nazionali come la co-assicurazione (che invece seguirebbe la ri-assicurazione nella proposta della Commissione). La ri-assicurazione sarebbe finanziata con contributi ex-ante delle banche e in casi eccezionali con raccolta di capitali sul mercato.

LO STUDIO DELLA BCE

Sul tavolo dei ministri è arrivato anche uno studio della Bce, da cui emerge che l’Edis sarebbe un sistema più robusto di quelli nazionali e che proteggerebbe il sistema finanziario anche in caso di crisi severe. Inoltre con l’Edis non ci sarebbero significativi sussidi incrociati tra gli Stati, neppure nel caso di shock legati a Paesi specifici, anche perché i contributi delle banche sarebbero proporzionali ai rischi, sulla base di criteri Eba.

CHE COSA CHIEDE LA GERMANIA

L’analisi Bce, sebbene documentata in modo scientifico, è stata letta con scetticismo nei Paesi nordici, che però non hanno opposto considerazioni dettagliate e non hanno indicato metodologie migliori per valutare l’Edis. Alcuni governi hanno chiesto contributi ridotti per le banche grandi con attivi di oltre 30 miliardi (poiché probabilmente soggette a risoluzione), mentre la Germania vorrebbe sconti per le banche con schemi di protezione istituzionale (Ips).

IL CASO FITD

Un altro tema aperto riguarda la possibilità di usare l’Edis per misure alternative, diverse dal semplice rimborso dei depositi, come quelle varate in passato nei salvataggi da parte del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) in Italia, prima dello stop della Commissione Ue legato alle nuove interpretazioni sugli aiuti di Stato nel 2013. I Paesi del Nord temono un aggiramento del bail-in, ma altri Stati si sono detti favorevoli a ulteriori analisi su strumenti meno costosi nel lungo termine rispetto al rimborso dei depositi.

LO SCENARIO

Il minor onere del resto è stato il principio sempre applicato prima del 2013 dal Fitd, che ha garantito soluzioni delle crisi meno costose per le banche, senza perdite per gli obbligazionisti e con impatto nullo sulla stabilità finanziaria. I costi più bassi avrebbero attirato anche l’attenzione del Single Resolution Board, ora propenso ad analizzare misure alternative.

(Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza)

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