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aiuti di stato

Come vengono usati gli aiuti di Stato. Report

Che cosa emerge dallo State Aid Scoreboard 2025 della Commissione europea sugli aiuti di stato nell'Ue.

Meno soldi, ma più mirati. È questa la fotografia che emerge dallo State Aid Scoreboard 2025 della Commissione europea, che racconta come nel 2024 gli Stati membri abbiano progressivamente chiuso la stagione degli aiuti emergenziali legati alla pandemia e alla guerra in Ucraina, senza però rinunciare a usare la leva degli aiuti di Stato come strumento di politica industriale, climatica e tecnologica.

Nel complesso, nel 2024 i Ventisette hanno speso 168,23 miliardi di euro in aiuti di Stato, in calo netto rispetto ai 203,35 miliardi del 2023 (-17%). Un ridimensionamento significativo, che conferma il ritorno verso livelli di spesa più vicini al periodo pre-crisi. Ma il dato politicamente più rilevante è un altro: circa il 90% degli aiuti è stato destinato alle priorità strategiche dell’Unione europea, mentre solo il 10% ha riguardato misure di crisi ancora legate agli effetti dell’invasione russa dell’Ucraina o, in misura ormai residuale, al Covid-19.

LE PRIORITÀ UE: GREEN, ENERGIA, INNOVAZIONE E TERRITORI

Le priorità finanziate dagli aiuti di Stato nel 2024 ricalcano fedelmente l’agenda europea. In cima alla lista resta la protezione dell’ambiente e il risparmio energetico, che da soli assorbono 68,82 miliardi di euro, pari al 45% di tutti gli aiuti destinati alle priorità Ue. Un dato che non solo conferma, ma rafforza una tendenza ormai strutturale: negli ultimi sei anni la spesa per ambiente ed energia ha raggiunto livelli comparabili alla somma di tutte le altre categorie.

All’interno di questo capitolo, però, si registra un cambiamento qualitativo. Se fino al 2021 la parte dominante degli aiuti era legata soprattutto alla decarbonizzazione, nel 2024 cresce in modo marcato il peso degli interventi per la produzione di energia e la modernizzazione delle infrastrutture energetiche. Gli aiuti per la riduzione delle emissioni restano elevati (30,45 miliardi), ma quelli per produzione e reti energetiche arrivano a 27,31 miliardi, segnalando un passaggio dalla gestione dell’emergenza energetica a una fase più strutturale di investimenti.

Accanto al capitolo green, restano centrali ricerca, sviluppo e innovazione, con 14,16 miliardi di euro, e lo sviluppo regionale, che nel 2024 ha assorbito 13,42 miliardi. Gli Importanti progetti di comune interesse europeo (Ipcei), sempre più rilevanti per le catene industriali strategiche, hanno registrato una spesa di 2,62 miliardi, mentre 4,59 miliardi sono stati destinati alla diffusione della banda larga, a sostegno della crescita digitale. Non marginali neppure gli aiuti all’agricoltura e alle aree rurali (10,43 miliardi) e quelli a pesca e acquacoltura (212,87 milioni).

Come ha sottolineato la vicepresidente esecutiva Teresa Ribera, “nel 2024 la tutela dell’ambiente e il risparmio energetico sono rimasti al centro della spesa per gli aiuti di Stato, insieme alla ricerca e allo sviluppo”, a dimostrazione che “la transizione verde e l’innovazione digitale continuano a essere considerate leve essenziali per famiglie e imprese europee”.

GERMANIA, FRANCIA E ITALIA: CHI SPENDE DI PIÙ

Se si guarda ai numeri assoluti, la mappa degli aiuti di Stato riflette ancora una volta il peso delle grandi economie. La Germania è il primo spender europeo, con 41,37 miliardi di euro, pari a circa un quarto di tutta la spesa Ue. Seguono la Francia, con 34,18 miliardi (20%), e l’Italia, con 18,34 miliardi (11%). In fondo alla classifica si trovano, come prevedibile, le economie più piccole: Malta, Cipro e Lettonia.

La Francia si conferma il secondo grande pilastro del sistema europeo degli aiuti di Stato. Nel 2024 Parigi ha destinato una quota significativa delle risorse soprattutto a ambiente, energia e innovazione, ma anche alla ricerca e sviluppo, che rappresenta una delle voci più rilevanti del modello industriale francese. In termini relativi, la spesa francese per aiuti di Stato ha superato l’1% del Pil, collocando il Paese tra quelli che più intensamente utilizzano questa leva per sostenere competitività industriale, filiere strategiche e transizione verde, spesso con un mix di sussidi diretti e agevolazioni fiscali mirate.

IL CASO TEDESCO: TRA DIFFICOLTÀ ECONOMICHE E SPINTA AGLI AIUTI

La Germania non guida solo per dimensione della spesa, ma anche per orientamento settoriale. Nel 2024 circa il 74% degli aiuti tedeschi è stato indirizzato a obiettivi ambientali ed energetici, una quota tra le più alte nell’Unione. Un dato che assume un significato politico particolare se letto alla luce della fase attraversata dall’economia tedesca.

Dopo essere stata per anni la locomotiva d’Europa, la Germania ha vissuto un biennio di recessione nel 2023 e nel 2024, per poi tornare solo marginalmente in territorio positivo nel 2025, con una crescita del Pil pari allo 0,2%. Una ripresa fragile, che non ha sciolto i nodi strutturali dell’economia tedesca – dalla competitività industriale ai costi dell’energia, fino alla concorrenza cinese e ai dazi americani – e che spiega anche il forte ricorso agli aiuti di Stato come strumento di politica economica e industriale.

È in questo contesto che si inserisce il recente via libera della Commissione europea a un regime tedesco da 200 milioni di euro per l’idrogeno rinnovabile, approvato a gennaio. Il programma sostiene la produzione in Canada di combustibili rinnovabili di origine non biologica, destinati a essere importati in Germania e venduti nel mercato europeo, contribuendo agli obiettivi del Clean Industrial Deal, della strategia Ue sull’idrogeno e del piano RepowerEU. Secondo Bruxelles, il regime consentirà di evitare fino a 2,47 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente e avrà un impatto limitato sulla concorrenza, grazie a meccanismi competitivi e salvaguardie stringenti. Un segnale chiaro di come Berlino continui a puntare sugli aiuti di Stato per accompagnare la transizione industriale in una fase economica ancora definita “molto critica” dallo stesso cancelliere.

L’ITALIA: MENO SPESA, MA FORTE PESO DEGLI AIUTI DI CRISI

Se Berlino ha scelto di rafforzare gli aiuti di Stato come leva di politica industriale per accompagnare l’uscita da una fase economica difficile, il caso italiano mostra una traiettoria diversa. Per l’Italia, il 2024 è stato un anno di riduzione della spesa complessiva, ma anche di ribilanciamento degli interventi. Con 18,34 miliardi di euro, Roma resta terza per volume assoluto di aiuti di Stato, pari a circa l’11% della spesa complessiva Ue. Tuttavia, il profilo italiano si distingue per una caratteristica precisa: una quota ancora molto elevata di misure legate alla crisi, pari a circa il 37% del totale nazionale. In termini assoluti, significa che oltre 6,7 miliardi di euro di aiuti di Stato nel 2024 sono stati destinati a interventi emergenziali, una percentuale nettamente superiore alla media europea e più alta rispetto a quella registrata da altri grandi Stati membri.

All’interno di questo capitolo, pesa in modo determinante il ricorso agli aiuti di crisi legati all’invasione russa dell’Ucraina. Secondo i dati dello Scoreboard, l’Italia è stata nel 2024 il primo paese Ue per spesa assoluta in questo tipo di aiuti, con circa 5,93 miliardi di euro destinati a contrastare le gravi perturbazioni economiche causate dal conflitto. Un livello di intervento nettamente superiore a quello di altri grandi paesi: la Francia ha speso 1,63 miliardi, mentre la Romania si è attestata a 1,23 miliardi. Il dato colloca l’Italia al centro della risposta europea agli effetti economici della guerra, soprattutto sul fronte dell’energia e del sostegno alle imprese più esposte.

Questa scelta riflette una doppia dinamica strutturale. Da un lato, l’elevata esposizione del sistema produttivo italiano agli shock energetici, che hanno colpito in modo particolare le imprese manifatturiere e le filiere energivore. Dall’altro, la difficoltà di alcune aree territoriali e di segmenti dell’industria a recuperare pienamente competitività dopo una lunga sequenza di crisi. Non a caso, una parte rilevante degli aiuti di crisi italiani è stata indirizzata a misure di compensazione dei costi energetici e di sostegno alla liquidità.

Accanto agli aiuti per ambiente ed energia, che restano centrali anche nel caso italiano, continuano quindi ad avere un peso significativo le misure per il sostegno al tessuto produttivo locale, alle aree svantaggiate e all’occupazione. In base ai dati dello Scoreboard, una quota rilevante degli aiuti italiani confluisce nello sviluppo regionale, voce che a livello Ue ha assorbito 13,42 miliardi di euro nel 2024 e che in Italia rimane uno degli strumenti chiave per sostenere investimenti e coesione territoriale.

Sul piano degli strumenti, l’Italia mantiene una forte specificità nel panorama europeo. Nel 2024, circa il 43% degli aiuti di Stato italiani è stato erogato sotto forma di agevolazioni fiscali, mentre i sussidi diretti hanno rappresentato poco più del 40%. Una composizione diversa da quella di Germania e Francia, dove prevalgono maggiormente i contributi diretti, e coerente con una strategia che punta su crediti d’imposta e incentivi automatici per raggiungere una platea ampia di beneficiari.

Allo stesso tempo, l’Italia resta un attore rilevante sul fronte europeo, partecipando in modo attivo agli Importanti progetti di comune interesse europeo (Ipcei), che nel 2024 hanno mobilitato 2,62 miliardi di euro a livello Ue. In particolare nei settori dell’energia, delle tecnologie strategiche e dei semiconduttori, l’azione nazionale si intreccia sempre più con quella comunitaria, confermando una strategia che mira a compensare i vincoli di bilancio nazionali con una maggiore integrazione nelle politiche industriali europee.

MENO EMERGENZA, PIÙ POLITICA INDUSTRIALE

A parte alcuni casi, come appunto quello italiano, il dato forse più rilevante della relazione della Commissione riguarda il crollo degli aiuti di crisi, scesi nel 2024 a 16,33 miliardi di euro, con una riduzione del 67% rispetto all’anno precedente. La fase emergenziale sembra definitivamente alle spalle, anche se restano differenze marcate tra Stati membri.

Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un’Europa che, pur riducendo la spesa complessiva, non rinuncia agli aiuti di Stato, ma li utilizza in modo sempre più selettivo per accompagnare la transizione energetica, rafforzare la base industriale e sostenere la competitività. Una dinamica che riapre inevitabilmente il dibattito politico sulle asimmetrie tra paesi con maggiore spazio fiscale e Stati più vincolati, ma che conferma anche la centralità degli aiuti come strumento strutturale dell’azione economica europea.

Dalla crisi alla competitività: la stagione degli aiuti di Stato cambia forma, ma non scompare.

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