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L’economia della Turchia rallenta? Ankara punta sulle pmi

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Affacciata su ben 4 mari, la Turchia è stata sin dalle origini l’incarnazione della definizione “culla della civiltà”. Sul suo territorio, che si estende per oltre 780 mila Km2, e che tocca l’Anatolia, il Nord della Mesopotamia fino a lambire la Grecia e la Bulgaria si sono avvicendati, dalla notte dei tempi, popoli noti e meno noti: Ittiti, Frigi, Ioni, Lidi, Lici, Persiani, Macedoni, Selgiuchidi, Romani.

La doppia tensione della Turchia, da una parte l’anima europea e mediterranea e dall’altra quella asiatica, è per il Paese elemento di ricchezza, anche economica. L’economia turca è cresciuta negli anni 2010 e 2011 a tassi elevati del 9,5% e dell’8,8%. Nel 2013 il Pil si è attestato sul 4%, dopo che nel 2012 era sceso al 2,2%. Le previsioni di quest’anno, 2014, da parte del Fondo monetario internazionale, parlano di una crescita del 2,1%, progressione sostenuta soprattutto dallo sviluppo del settore pubblico e dagli investimenti esteri. I problemi che permangono nell’economia turca sono rappresentati dall’inflazione, dalla disoccupazione e dal deficit commerciale.

 

Una economia che rallenta 

Nonostante i termini della crescita economica rimangano validi nel medio periodo (il Fondo monetario internazionale parla di un ritorno a un +3% per il 2015) la Turchia si è trovata, e si trova, ad affrontare una serie di problemi che, sommati tutti, rilevano con chiarezza le debolezze del sistema economico: il deprezzamento della Lira turca, il venir meno degli acquisti dei titoli da parte della Federal Reserve e l’instabilità sociale, con le manifestazioni di piazza nel 2013, sono elementi che, uniti alla frenata mondiale dell’economia, hanno determinato un rallentamento dei ritmi di sviluppo.

I settori più promettenti dell’economia turca sono l’industria automobilistica, i trasporti (bisognerà rafforzare la capacità autostradale), il real estate, l’energia, la finanza e l’Ict. Attualmente, un ruolo importante tra i settori economici è ricoperto dall’agricoltura e dalla produzione di macchinari. Su questi ultimi il lavoro che il governo turco dovrà realizzare è quello dell’introduzione di una maggiore innovazione tecnologica. Il settore manifatturiero rappresenta più di un quarto dell’economia di Ankara. Da segnalare, nel 2013, un’ottima performance del comparto delle costruzioni (ben il 7,1%).

Alle porte di Bruxelles

Sotto il profilo economico, un eventuale ingresso della Turchia nell’Unione Europea non muterebbe di molto le cose, in quanto Ankara e Bruxelles sono legate, dal 1996, da un’unione doganale. Negli ultimi anni la maggior parte delle join venture industriali, bancarie e commerciali sono state sottoscritte con Stati dell’Unione Europea. Più complesso invece, sotto il profilo della politica estera, pronosticare un ingresso della Turchia in Europa. A questo progetto si sono opposti francesi e tedeschi, anche a causa della situazione in cui versa Cipro, divisa di fatto in due Repubbliche, la Repubblica di Cipro e la Repubblica turca di Cipro del Nord, Stato non riconosciuto dalla Comunità internazionale.

E’ da segnalare, inoltre, a livello economico, l’importante attivismo delle piccole e medie imprese verso aree come il Medio Oriente, fenomeno che sta spostando il baricentro economico e politico dalle coste occidentali all’interno del paese. Non a caso la Bers, Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, intende accelerare i programmi di ampliamento delle piccole e medie imprese turche che operano fuori dalle grandi aree metropolitane di Istanbul ed Ankara. Ad iniziare da settori come industria, agricoltura, finanza, infrastrutture ed energia, per ora l’anello debole dell’economia turca.

 

Articolo pubblicato nella sezione OIL BOOK di www.abo.net (About Oil)

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