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Turchia, cuore in Asia e cervello in Europa

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Con una posizione centrale all’interno di quello che Zbigniew Brzezinski – Consigliere per la sicurezza nazionale all’epoca della presidenza di Jimmy Carter – ha definito “arco della crisi”, o Grande Medio Oriente, la Turchia ha assunto nel tempo un ruolo geopolitico sempre più importante. L’arco della crisi, un’immensa area che va dal Marocco all’Afghanistan, passando per l’area del Golfo e del Caucaso, sino all’Asia Centrale, è una macro-regione, variegata, occupata nel mezzo proprio dalla Turchia, crocevia di interessi economici e pulsioni sociali tra Europa, Asia e Africa.

Il padre della Turchia contemporanea, Kemal Ataturk – che nel 1923 diede vita alla Repubblica di Turchia, dopo la dissoluzione dell’Impero Ottomano – è stato sostenitore di uno Stato Nazione moderno, dove il credo religioso dell’Islam rappresenta un fattore personale e non politico.

Le categorie della religione e della politica non si incontrano e la loro non permeabilità è alla base del modello democratico turco così come lo abbiamo conosciuto. La Turchia ha rappresentato agli occhi dell’Occidente un modello interessante di integrazione democratica in un Paese a stragrande maggioranza musulmano.

 

Un alleato difficile 
Componente della Nato, la Turchia ha avuto storicamente con gli Stati Uniti un rapporto di collaborazione e durante la Guerra Fredda ha rappresentato un avamposto fondamentale per l’Occidente, incastonato tra l’influenza dell’Urss e i nazionalismi arabi. Lo stretto dei Dardanelli, il Mare di Marmara e il Bosforo erano il punto di confine dell’influenza occidentale nello scontro con l’allora Unione Sovietica. Il modello politico istituzionale di un Islam “laico” al governo è stato la cifra della Turchia e ha rappresentato agli occhi di molti un paradigma istituzionale e politico molto attraente.

L’interesse dell’Occidente nei confronti della Turchia è stato dettato soprattutto dalla questione mediorientale: la Turchia, agli occhi di Europa e Usa, potrebbe ricevere molti vantaggi da una soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese.

Soprattutto per ragioni economiche, data la proiezione della Turchia quale potenza economica nel suo contesto regionale. Secondo alcuni osservatori, il ruolo di Ankara potrebbe rivelarsi più utile per l’Europa senza che questa aderisca all’UeCon il crescente protagonismo della Turchia a livello internazionale, è diventato sempre più difficile per la classe dirigente del paese darsi una effettiva linea politica.

 

Cauti in politica estera 
Per un periodo la Turchia ha mostrato un atteggiamento di apertura verso i Paesi esteri, ma quando si è trattato di scegliere, per esempio, tra Azerbaijan e Armenia (divise ancora oggi dalla questione Nagorno-Karabakh) o tra Hamas e Al Fatah, le difficoltà sono affiorate in tutta evidenza. Difficoltà che la Turchia sta affrontando nel quadro della controffensiva messa in atto dalla grande coalizione, che raccoglie Occidente e Paesi arabi, nei confronti dell’Isis. L’atteggiamento di Ankara è a dir poco ambiguo.

Dal 2013 ad oggi, con le manifestazioni di piazza e con gli scandali che hanno scosso i governi presieduti da Erdogan, in molti hanno visto sfumare le basi laiche della democrazia turca, così come erano state pensate da Kemal Ataturk. Il partito conservatore di Erdogan ha fatto da valvola di sfogo di un Islam “profondo”, forse mai sopito nell’animo della nazione turca.

L’aver descritto, frettolosamente, il modello turco come il migliore possibile anche all’indomani della primavera araba è stato la prova di un altro errore nella valutazione che l’Occidente ha fatto del Paese nella storia recente. L'”Islam profondo” si ritrova nell’Organizzazione Cooperazione economica (Oce), fondata da Turchia, Iran e Pakistan, un modo per rievocare il ruolo di tre grandi imperi musulmani: quello turco-ottomanno, quello persiano safavida e quello dei Moghul. Imperi nati sulle steppe del Turkestan e tra le alture dell’Altai.

 

Articolo pubblicato nella sezione OIL BOOK di www.abo.net

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