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Non solo Pegaso. Tutti i dubbi della Corte dei conti sulle università telematiche

Dal 2019 al 2024 gli iscritti alle università telematiche sono raddoppiati e il numero di laureati è triplicato ma l'Anvur promuove senza riserve solo il 9% degli atenei online. Restano infatti criticità su qualità della didattica, rapporto docenti/studenti e trasparenza nel reclutamento. Tutti i dati del Referto della Corte dei conti

 

Nel suo Referto sul sistema universitario 2025, tra le altre cose, la Corte dei conti analizza il finanziamento statale delle università telematiche. In Italia, quelle accreditate e che quindi rilasciano titoli accademici con lo stesso valore legale di quelli delle università tradizionali, sono 11, un numero stabile dal 2006.

Sono riconosciute dal ministero dell’università e della ricerca (Mur) e valutate periodicamente dall’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur). Le telematiche vengono finanziate sia da soggetti privati che con fondi pubblici e hanno registrato una forte crescita di iscritti durante e dopo la pandemia.

NORMATIVA IN EVOLUZIONE

Recentemente, ricorda la Corte, con il decreto n. 1835/2024, il Mur ha aggiornato il quadro normativo che le regola, con l’obiettivo di uniformare gli standard qualitativi della didattica online a quelli delle università tradizionali.

Le principali novità riguardano:

  • Esami in presenza: tutte le prove, compreso l’esame finale, dovranno svolgersi fisicamente presso sedi accreditate.
  • Lezioni sincrone obbligatorie: almeno il 20% della didattica dovrà avvenire in tempo reale.
  • Controlli Anvur: l’agenzia valuterà l’organizzazione delle sedi e la qualità dell’insegnamento.
  • Tutor individuale: ogni studente avrà un tutor per il supporto e il monitoraggio del percorso.
  • Formazione dei docenti: è obbligatoria la formazione continua degli insegnanti.
  • Regole valide per tutti: le nuove disposizioni si applicano a qualsiasi corso online, sia delle università telematiche sia di quelle tradizionali.

I requisiti sarebbero pensati per garantire qualità, trasparenza e un’esperienza formativa più vicina a quella degli atenei tradizionali.

I FINANZIAMENTI PUBBLICI ALLE TELEMATICHE

Le università telematiche accreditate, si legge nella relazione, ricevono ogni anno finanziamenti pubblici, in gran parte dal Mur e da altre amministrazioni centrali (38,6%), seguiti da contributi Ue e internazionali (34,9%) e in misura minore da fondi privati (21,8%).

Tra gli atenei più sostenuti dallo Stato figurano IUL, Uninettuno e San Raffaele di Roma, mentre Unicusano si distingue per i finanziamenti europei e internazionali e Pegaso per quelli privati. Alcune università, come Unitelma, IUL e Leonardo da Vinci, ricevono ulteriori risorse da enti pubblici di riferimento.

Il finanziamento statale, che nel 2023 ha raggiunto i 3 milioni di euro, si articola in una quota base (legata agli studenti attivi e alla valutazione Anvur) e una quota premiale (basata sulla qualità della ricerca e del reclutamento docenti). Le università Pegaso e Mercatorum hanno rinunciato ai fondi statali fino al 2022, mentre Leonardo da Vinci ne ha beneficiato solo dal 2025. L’ammontare e la ripartizione dei fondi variano nel tempo a seconda dei criteri ministeriali adottati.

CHI C’È DIETRO E COME SI SUDDIVIDONO GLI STUDENTI

La maggior parte delle università telematiche ha sede a Roma e alcune sono legate ad atenei tradizionali, come Unitelma alla Sapienza o Leonardo da Vinci all’ateneo di Chieti-Pescara.

Altre sono controllate da fondazioni o società private, come Uninettuno Foundation, Fondazione e-Campus e, soprattutto, Multidiversity S.p.A., che detiene il controllo totale o maggioritario di Pegaso, Mercatorum e San Raffaele, le quali da sole concentrano il 61% degli iscritti nell’a.a. 2023/2024.

Al contrario, le telematiche a controllo pubblico raccolgono solo il 2% degli studenti. In alcune di esse è prevista la presenza di un rappresentante del Mur nel Cda, misura vista come garanzia di orientamento pubblico, anche se non è obbligatoria per tutte.

AMPIA OFFERTA FORMATIVA MA IL RAPPORTO DOCENTI/STUDENTI RESTA CARENTE

Negli ultimi dieci anni, le università telematiche italiane, riferisce la Corte dei conti, hanno più che raddoppiato la loro offerta formativa, passando da 70 corsi nel 2011/12 a 166 nel 2022/23. I corsi si concentrano soprattutto nei settori economico, di ingegneria, politico-sociale, giuridico e psicologico, con una presenza marginale nell’area medica.

Tuttavia, nonostante la crescita, resta elevato il rapporto tra studenti e docenti: nel 2023 si contano 336 studenti per docente nelle telematiche, contro i 26 delle università statali. Anche considerando i docenti a contratto – molto più numerosi nelle telematiche (3.333 contro 506 strutturati) – il rapporto resta squilibrato, segnalando un uso intensivo di personale non strutturato.

L’ANVUR PROMUOVE SOLO IL 9% DELLE TELEMATICHE SENZA RISERVE

Dall’analisi dei decreti ministeriali e dei Rapporti Anvur sull’accreditamento delle università telematiche emergono forti disparità nella qualità dell’offerta formativa.

Solo il 9% degli atenei ha ottenuto un giudizio pienamente soddisfacente, grazie a una buona organizzazione didattica, presenza costante di tutor e collaborazioni internazionali.

Al contrario, il 37% ha ricevuto un giudizio “condizionato”, con sospensione dei fondi statali e obbligo di riesame, a causa di carenze nella docenza, nella didattica, nell’orientamento e nell’internazionalizzazione. Tra le criticità più diffuse figurano la scarsa attenzione agli studenti meno preparati, la mancanza di criteri trasparenti per il reclutamento dei docenti e l’uso eccessivo di test di ingresso ripetibili.

IDENTIKIT DI CHI SI ISCRIVE

Negli ultimi sei anni, riferisce la Corte, il numero di iscritti alle università telematiche è più che raddoppiato: da 113.451 nell’anno accademico 2018/2019 a 265.831 nel 2023/2024. Tuttavia, questo aumento è trainato principalmente da studenti già in possesso di esperienze universitarie pregresse, mentre il numero di immatricolati, cioè chi affronta per la prima volta l’università, è rimasto stabile o in lieve calo. Nel 2023/2024 solo il 21% degli iscritti al primo anno era una neomatricola.

Gli iscritti alle università online sono mediamente più adulti rispetto a quelli delle università tradizionali. Gli studenti full-time hanno un’età media di circa 32 anni, contro i 23 anni delle università statali. Quelli part-time arrivano a un’età media di 37 anni, spesso già inseriti nel mondo del lavoro. Inoltre, la scelta del part-time è molto più diffusa tra gli studenti telematici. Il Sud e le Isole rappresentano una quota maggiore di immatricolati rispetto agli atenei tradizionali, segno che la didattica online risponde a esigenze logistiche e socio-economiche specifiche.

Nel 2023/2024 il 4,7% degli studenti iscritti alle telematiche si è trasferito verso atenei statali, mentre il 2,16% ha fatto il percorso inverso. Questi dati mostrano una mobilità significativa, segno che la scelta tra modalità telematica e in presenza non è rigida e risponde a esigenze personali, lavorative o organizzative.

BOOM DI LAUREATI E OCCUPAZIONE

Dal Referto emerge poi che le telematiche attraggono principalmente studenti dei corsi in area economica, sebbene in calo (dal 23% nel 2018/2019 al 18% nel 2022/2023), giuridica (12%), psicologica, educativa e motorio-sportiva (intorno al 12%). Inferiori le iscrizioni nei settori medico-sanitari e scientifici, a differenza delle università tradizionali dove queste aree sono più rappresentate.

Dal 2019 al 2023 il numero di laureati nelle università online è triplicato, passando da 20.870 a oltre 61.710. Tuttavia, la crescita è concentrata in pochi atenei (Pegaso, eCampus, Mercatorum), mentre altri, come Marconi e Unicusano, mostrano un calo. Il 61% dei laureati ha ottenuto il titolo in corsi triennali, contro il 52% delle università statali. Le lauree magistrali sono meno rappresentate nelle telematiche.

Infine, secondo l’indagine Almalaurea 2024, il tasso di occupazione dei laureati magistrali delle telematiche (a.a. 2022) è del 90,97%, contro il 70,68% delle università tradizionali. Tuttavia, questi dati sono influenzati dalla maggiore età media e dall’elevata probabilità che molti studenti fossero già occupati durante gli studi.

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