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Qual è la responsabilità dei colossi digitali?

di

L’articolo di Filippo Onoranti

Il vapore è senza dubbio protagonista della grande rivoluzione industriale. L’ineffabile nebbiolina
ha cominciato dapprima a far girare le rotelle di qualche scienziato, poi le ruote delle locomotive ed
in un batter d’occhio: il XX secolo!

Non è tuttavia questo il vapore che oggi sale agli onori della cronaca, si stratta di Steam: una
piattaforma sviluppata dal gruppo Valve, che gestisce la distribuzione di materiale digitale online, e
che si è specializzata in giochi multiplayer.

Un attimo ancora di pazienza prima di bandire queste poche righe come roba per chi ha poca vita
sociale. La piattaforma infatti, attivata nel 2003, oggi registra 45 milioni di utenti connessi
quotidianamente, il 25% in più di dodici mesi fa. Quasi sempre sono collegate – e profondamente
immerse nella dimensione digitale – almeno 10 milioni di persone, ed i picchi superano di gran
lunga i 15 milioni. Non si sta parlando di un social network o di un oggetto di consumo, assomiglia
di più ad un campo sportivo, ma digitale. È da lì che quando chiamate i vostri figli per cena li state
staccando; è li che sono stati invece di fare i compiti di scuola. In compagnia probabilmente a
qualche compagno coreano o canadese.

Tutti parlano di giovani, di cosa vogliono etc… Steam invece interagisce direttamente con loro, e lo
fa per un tempo ed offrendo una gratificazione tale da superare (di gran lunga) qualsiasi genitore,
insegnante o allenatore.

Con questa premessa sarà evidente il motivo di questo focus: la piattaforma, dopo tentativi durati
vari anni per regolamentare i contenuti critici, ha deciso di adottare una politica di assoluta libertà
evitando di limitare qualsivoglia forma di espressione. Potrete quindi trovare giochi a contenuto
razzista, sessista, pornografico, etc… scene di una cruenza che vi farà pensare a Dario Argento come
ad un timorato chierichetto, sono all’ordine del giorno.

Di questo fenomeno, per quanto tra i più rilevanti per una intera generazione a livello planetario
(fatta, al momento, eccezione per parte dell’Africa) è sorprendente l’avanzata tanto inesorabile
quanto silenziosa. Rileva poi, come soluzione messa in campo a tutela dei consumatori, la scelta di
investire il tempo e le risorse che sarebbero state destinate alla censura, ai “filtri” autogestiti. Infatti
la casa madre Valve, invece di continuare con l’interminabile sequela di contenziosi legali intorno a
politiche restrittive mai abbastanza efficaci e tempestive, ha scelto di riporre completamente la
responsabilità dei contenuti visualizzabili nelle mani dell’utente finale, mettendo a sua disposizione
un sistema di filtraggio dei contenuti analogo a quelli che si usano per le foto su Instagram. In tal
maniera ciascuno è libero di eliminare o meno dalla propria homepage elementi contrassegnati
come violenti, offensivi contro qualche specifica confessione, etc…

La delega di responsabilità che tanto desideriamo fare ad entità sopraindividuali, nella speranza che
facciano meglio di noi quello che non riusciamo ad ottenere da noi stessi, rimbalza su tutto quanto
esce “dall’internet” ormai da vent’anni. Pare che questa tecnologia se ne infischi delle nostre bigotte
incertezze e ci obblighi a guardare il Giudizio Universale senza braghe o a non guardarlo affatto.

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