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Pillole di Covid-19

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Covid-19: cosa si è fatto e come va (non solo in Veneto). Il post di Stefano Biasioli


Come ogni giorno, domenica, alle ore 12.30, mi sono sorbito la conferenza stampa di Luca Zaia, dalla sala della Protezione Civile di Mestre.

I NUMERI

Il presidente della regione Veneto ha snocciolato i soliti numeri che testimoniano, per grazia ricevuta, il calo della virosi in Veneto.

A differenza dei 500 esperti nazionali,  il “gruppo di lavoro Veneto” non ha sbagliato le previsioni sull’andamento del virus. Dal 3 maggio, i letti occupati in T.I. (terapia intensiva) sono calati da 99 a 50 e il numero dei ricoverati è sceso da 1.056 a 601.  Ma, dato ancor più significativo, al 17 maggio il numero dei pazienti – ancora positivi – ricoverati in Veneto è pari al 50% di tutti i pazienti attualmente ricoverati per virosi (322 in tutto).

Battaglia vinta? No, risultato importante ma non ancora definitivo. L’esito finale dipenderà da tante cose, dal lato virus (suo imborghesimento, effetto del caldo sul virus) ma soprattutto dal comportamento di ogni cittadino veneto: tutela personale, ossia mascherine, distanza, buon senso civico.

IL RETROSCENA

Numeri positivi, notizia importante. Ma, ancor più “succoso” è stato il retroscena romano, raccontato. L’iniziale Dpcm prevedeva che la nuova fase della virosi fosse guidata dalle Linee Guida Inail, ossia da quelle che prevedevano rigidamente ampi spazi affinché potessero essere riaperte le attività commerciali, i bar, i ristoranti, le spiagge. Venerdì, dopo un lungo incontro telematico tra Governo e Regioni, si era convenuto che le linee guida da rispettare non fossero quelle Inail ma quelle unitariamente proposte dai Governatori.

Tutto a posto? Neppure per sogno! Nonostante i racconti di Conte a telecamere riunite, la bozza successiva  del Dpcm “sfumava l’accordo di venerdì notte”, costringendo i Governatori a chiedere un nuovo incontro notturno (ore 1-3 della notte di domenica 17) in cui alla fine, Conte accettava di includere nel testo finale del Dpcm le linee guida regionali, sia come parte integrante del testo che come allegato allo stesso.

Perché Conte ha accettato questo cambio di passo? Perché pensa di aver gettato sulle spalle dei Governatori l’eventuale ripresa della virosi. Il Nostro, dopo mesi in cui ha cercato vanamente di “fare il Duce ovvero il Churchill” – ovviamente incartandosi sempre di più e caricandosi di errori di cui un giorno risponderà – adesso cerca di scaricare i possibili ricontagi sui  responsabili regionali. Dicendolo anzi esplicitamente a Zaia, Bonaccini, Toti e Co.

Zaia e Co. non si sono tirati indietro ed hanno accettato la sfida, con grande senso di responsabilità. Perché l’hanno fatto? Perché contano sul grande senso civico e di autotutela del 95% dei loro cittadini, ormai istruiti sul pericolo del contagio.

Però nelle stesse ore il viceministro Sileri, evidentemente fuori tempo e fuori luogo, sparava dichiarazioni a raffica, attribuendo alle Regioni ogni nefandezza relativa al Covid-19 e sparlando a favore di una modifica del titolo V° della Costituzione, ossia del ritorno dell’intera gestione sanitaria (ordinaria e emergenziale) a carico dello Stato.

Quello Stato e quei “corpi statali” che sono stati colpevolmente carenti, come tempi e come scelte.

E, invece…

L’AUTONOMIA REGIONALE

I fatti hanno ampiamente dimostrato che, nell’80% dei casi, le Regioni hanno affrontato in modo adeguato la pandemia, usando armi e munizioni da loro autonomamente procurate, visto che quelle ripetutamente promesse dal Governo avevano-hanno fatto la fine del promesso denaro pubblico: sono arrivate in ritardo, con il contagocce, in quantità insufficiente.

E che dire delle linee guida comportamentali/strategiche?

Quelle nazionali, confuse e anch’esse in ritardo, sono state emanate dopo le drastiche ma adeguate scelte di Zaia: blindare Vò Euganeo, tamponare infettati/parenti/contatti/sanitari, creare in ospedale percorsi Covid-19 e non Covid.19, potenziare le pneumologie-le malattie infettive- le T.I., usare tutto l’armamentario medico e strumentale possibile e immaginabile.

Scelte terapeutiche responsabili (basate sull’esperienza), in assenza di linee guida farmacologiche sicure, nazionali, europee, statunitensi o cinesi.

Perché tanti morti tra i medici e i sanitari? Perché questi Colleghi sono stati mandati a combattere a “mani nude”, ossia con carenza di guanti, mascherine, camici, disinfettanti. Soprattutto nel critico periodo dal 12 febbraio al 23 marzo, in Veneto. Tempi un po’ diversi, altrove, ad esempio in Lombardia e Piemonte.

Le regioni sono state all’altezza. E, nei fatti, hanno dimostrato che l’autonomia regionale è un valore, anche in sanità. Hanno dimostrato che autonomia è responsabilità, da parte di chi governa e da parte di chi è governato.

Conte non ha avuto fiducia negli italiani e li ha trattai da sudditi, da febbraio ad oggi. E vuole trattarli da sudditi fino al 31 dicembre 2020, perché questa è la data prevista per la fine dell’emergenza, nel Decreto Legge che va  in G.U. lunedì 18.

 

Stefano Biasioli

Primario ospedaliero “in pensione” ma “pensante e attivo”

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