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Mes, a cosa serve il Fondo Salva-Stati

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Il post di Alessandra Servidori

 

Parliamo per anagrammi e spesso non si approfondiscono le situazioni in cui siamo comunque chiamati a rispondere. Il Fondo Salva Stati non è una novità e la questione del debito alla quale siamo incatenati è altrettanto nota. D’altronde non sfugge a nessuno che ci troviamo sul declino inarrestabile che ha visto Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo essere sostenute.

Oltre alla questione del rimettere mano alla riforma negoziata dal Conte 1 (discussa peraltro nel 2018 quando al governo c’erano le anime belle salviniane e pentastellate che oggi brandiscono come clave i niet sulla questione) che contiene evidentemente provvedimenti da chiarire come la non automaticità delle iniziative per gli Stati debitori e l’ammissione lucida e veritiera che fu l’Italia a chiedere di modificare il trattato per il salvataggio delle banche in difficoltà.

Dunque, oggi che siamo a 11 anni dallo scoppio della grande crisi e otto dall’avvio del quantitativing easing della Bce nel secondo semestre e ora alla fine del 2019 siamo evidentemente in una crisi di recessione incombente. Peraltro è evidente che la difficoltà economica europea consiste nel persistente squilibrio dei saldi netti delle partite correnti tra paesi dell’area, oggi rappresentati dalla capofila Germania in grande affanno.

Il ritorno a monete nazionali come soluzione dei problemi è anacronistico perché produrrebbe effetti socialmente regressivi a seguito della riduzione del potere di acquisto dei salari e delle pensioni in conseguenza della inevitabile svalutazione monetaria e della speculazione che verrebbe dalle potenze mondiali.

L’altalena degli spread tra i tassi di interesse sui titoli pubblici europei che si verifica ad ogni difficoltà economica e politica costituisce la prova che l’impossibilità di rifinanziare il debito pubblico porta a situazioni devastanti — legate ai diversi canali attraverso cui si producono — e agli attacchi speculativi alla moneta Ue cioè l’euro, la quale è una moneta fiduciaria senza Stato sovrano che appartiene ai paesi aderenti all’unione. Quindi quando la Bce interviene a sostenere uno Stato in difficoltà deve garantire una equivalente contropartita per tutelare gli altri Stati senza aumentare il totale delle passività degli altri mercati e soggetti economici.

Ed è bene ricordarsi che i Trattati istitutivi hanno il divieto di finanziare il deficit pubblico degli Stati membri della stessa unione attraverso la creazione monetaria diretta.

Dunque la questione della riforma del Fondo Salva Stati va affrontata in concomitanza con altre questioni importantissime che riguardano tutti gli stati dell’unione pena l’uscita drammatica che si sta producendo con la Gran Bretagna.

Vent’anni fa si iniziò un percorso di unificazione dei paesi che oggi è messa a dura prova da egoismi e mancanza di lungimiranza politica. Il rapporto tra Italia ed Europa è ad un passaggio fondamentale: abbiamo nodi che non sappiamo o vogliamo affrontare con una situazione di un’Europa che si riorganizza su un motore che è euroasiatico e un’Italia che non riesce a stare coerentemente dentro a uno schema così costruito

È sicuramente necessario procedere sull’unificazione sociale dei 27 Paesi anche riformando il sistema monetario europeo con la reintroduzione di controlli sui movimenti speculativi del capitale, con un quadro complessivo di unificazione delle politiche fiscali e armonizzazione dei diritti sociali su scala europea, collocando il lavoro in una dimensione centrale, dei suoi interessi, del suo peso politico ed economico, per negoziare seriamente i nuovi contorni della nuova dimensione sociale, condividendo e impegnandoci per evitare una deflagrazione dell’Europa.

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