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Lavoro, che ne sarà dell’italiano medio?

di

alternanza scuola-lavoro

Il post di Angela Lupo

L’assetto normativo e l’impianto contrattuale dell’universo del lavoro abbraccia l’intera Storia d’Italia, la storia dal dopoguerra in poi fino al periodo che stiamo vivendo di emergenza pandemica epocale.

L’Italia post bellica si affacciava verso un Mondo a pezzi che la guerra aveva dilaniato: il Paese ne usciva sconfitto e impoverito ma, grazie alle grandi capacità di politici e capitani d’industria, ma anche di intellettuali ed esponenti della cultura del tempo, riusciva a recuperare posizioni importanti nella scala mondiale, raggiungendo il c.d. boom economico e segnando, in anni a venire, un glorioso quarto posto tra i Paesi più industrializzati del Mondo. L’Italia delle tutele del lavoro riceveva prestigio anche grazie a strumenti normativi significativi: tra tutti lo Statuto dei Lavoratori e la Legge quadro per il Pubblico Impiego n. 93/83. Le relazioni industriali e i contratti collettivi si sono svolti, dopo i contrasti del periodo degli anni ’70-’80, all’insegna del rispetto e della reciprocità, non ultimo il CCNL dei Metalmeccanici siglato il 26 novembre 2016, un contratto che segna di sicuro una svolta nella storia delle relazioni tra le parti sociali, tra i Sindacati cioè e le Associazioni di Categoria in ambito imprenditoriale.

Il mondo del lavoro si è sviluppato enormemente grazie all’avvento di internet e sperimentando robotica e nuove tecnologie. Il Paese Italia non si è sottratto a ricevere impulso dalle novità tecnologiche: molte sono state le realtà che hanno cercato di implementare il digitale sperimentando, di volta in volta, nuovi percorsi “vitruosi”. Innovazione, Industria4.0, big date e AI: uno skyline bellissimo, ma pur sempre poco fruibile per l’italiano medio, persino per il cittadino residente in una città del Nord ricco e prospero.

Molte le novità dei Modelli contrattuali che, nel corso del tempo, si sono sviluppate in Italia (taluni prendendo spunto dalle novità che, da oltre manica e oltre oceano, giungevano, in particolare dalla Silicon Valley ma anche dall’Est asiatico): dalla divisione iniziale tra lavoro pubblico e lavoro privato e, all’interno dell’ambito privatistico, concependo, da un lato, il lavoro subordinato a tempo indeterminato e a tempo determinato e, dall’altro, il lavoro autonomo e quello propriamente delle partite IVA e delle ditte individuali, si è giunti a fare i conti con nuove realtà lavorative e imprenditoriali, dai riders ai startupper, dal telelavoro alle posizioni coworking.

Nel mondo industriale moderno, a partire dagli anni ’50 in poi e sino al periodo ante pandemia, il luogo e lo spazio coincideva quasi sempre con la fabbrica o l’ufficio o il supermercato o la scuola e l’Università o gli studi professionali o i negozi e gli store. Già nel primo decennio del 2000 si sono intraviste nuove forme lavorative, differenti paradigmi, talora inquadrati, all’interno delle partite IVA o del lavoro autonomo, soprattutto in ambito moda e design, settori questi caratterizzati da progettualità e creazione (dai co.co ai lavori a progetto per giungere alle nuove formulazioni introdotte dal Jobs Acts). In buona sostanza, alle mansioni si è sostituito il “progetto” in un ottica di “collaborazione”, flessibilità e assenza del  vincolo d’orario. Sono significativi gli aumenti esponenziali delle cifre inerenti lì apertura di partite IVA (molte delle quali celanti veri rapporti di lavoro subordinato e continuativo): dietro queste aperture, chissà, si nasconde il sogno di libertà o di fare da sé, correndo dietro all’esempio di coloro che sono diventati famosi.

Poi a febbraio scorso giunge la pandemia e fa saltare ogni aspetto lavorativo possibile: si inaugura la stagione delle conference call, delle video-conferenze in una corsa pazzesca per trovare la migliore piattaforma web e il miglior prodotto telefonico. L’Italia (e il Mondo intero) sperimenta l’assenza di contatto o di presenza sul luogo di lavoro; prende piede ovunque la parola lavoro agile o smartworking, parola anglosassone che ha ricevuto, anche nel nostro Paese, un quadro normativo di riferimento che concepisce una modalità di lavoro, il lavoro a distanza: l’Osservatorio del Politecnico di Milano lo ha definito alla stregua di una “nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, orari, strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione dei risultati”.

Nel primo lockdown sembra che in alcuni settori (assicurativo/bancario, scuola, privato terziario soprattutto nelle grandi realtà aziendali) l’applicazione del lavoro a distanza abbia dato buoni risultati.

Gli analisti si rincorrono e fanno a gara per formulare cifre pazzesche all’interno di  report che dicono una cosa sola: il primo lockdown avrebbe cancellato 330 mila posti di lavoro, a seguito della sospensione, totale o parziale, di molte attività e per alcuni settori merceologici.

Le statistiche individuano l’età più penalizzata di questa pandemia ossia la generazione che va dai 15 ai 34 anni e individua i settori del commercio, comparto accoglienza e ristorazione gli ambiti lavorativi con le maggiori criticità.

Il comparto della Pubblica Amministrazione zoppica e, anche in alcune realtà come ad esempio i Tribunali principali d’Italia, resta totalmente paralizzata, nonostante l’accredito puntuale di stipendi ed emolumenti. Anche questa è diseguaglianza sociale.

Il comparto pubblico è il luogo più sicuro per un posto di lavoro che neppure una pandemia così devastante può far venire meno. Non è solo questione di tutele o di rapporti di lavoro virtuosi: il Paese ha bisogno di funzionare e, dunque, anche il comparto della Pubblica Amministrazione deve funzionare a pieno. Il lockdown ha visto settori della PA stravolti letteralmente dalla mole di lavoro (si pensi al personale medico, paramedico e del comparto delle pulizie negli ospedali; si pensi al personale delle Forze dell’Ordine e delle Forze Armate impiegati nei luoghi cruciali della pandemia; si pensi a comparti funzionanti come quello dell’Agenzia Entrate e dell’Inps; si pensi al mondo della Scuola e in parte a quello delle Università). Per contro, ci sono stati settori del comparto PA fermi e inefficienti persino in tempi attuali (si pensi al settore giustizia ma anche alcune realtà locali dove sembra impossibile far lavorare in smartworking).

Il settore privatistico è stato protagonista di grandi numeri (la manifattura che, dopo un momento choc iniziale, si è riconvertito a produzioni nuove; il campo dell’alimentare e della grande distribuzione che ha ricevuto rimbalzi non indifferenti), ma anche di moltissimi esempi non felici (il commercio al dettaglio, la ristorazione, la moda, i piccoli commercianti, le partite IVA e le realtà professionali).

In buona sostanza, chi è riuscito a riconvertire e a rinnovarsi ha superato, pur se debolmente, l’asticella che la pandemia aveva alzato; chi non è riuscito, andrà ad occupare la schiera dei disoccupati o dei non occupati. Il Governo ha dato spinte su determinati fronti, tanti, ma vasto appare il  problema che il patogeno Covid_19 ha scatenato: la necessità di evitare contatti, presenza, assembramenti, ritrovi e dunque possibilità di facile accesso all’acquisto di consumi e beni.

Siamo usciti dalla miseria, spirituale e materiale, di un conflitto mondiale tramutando un Paese agricolo in un Paese industrializzato ex novo che addirittura giunse a essere sesta e poi quarta potenza industriale al mondo: perché non si potrebbe fare altrettanto oggi, in piena pandemia, disegnando una road map del lavoro alla luce del Lavoro Nuovo che l’emergenza ci ha fatto già conoscere?

Implementare il digitale non è solo questione di sviluppo di reti 5G; il digitale invade già di per sé le nostre giornate e scandisce i tempi del nostro lavoro. La vera sfida che toccherà ogni singolo cittadino, dal lavoratore subordinato o autonomo all’imprenditore, potrà essere vinta, in parte coltivando una sana volontà sovrana di coesione sociale, anche ricreando un vero Customer&Business Plan, all’interno di una rivoluzione copernicana in cui le Parti sociali (Sindacati e Imprenditori) siano dalla stessa parte per “Fare Business” e per diventare essi stessi Customer, consumatori di prodotti.

La pandemia ha accelerato lo sviluppo di realtà lavorative ed ha impedito/concepito le relazioni sociali, in un Tempo e in un Spazio diverso da come siamo stati abituati a concepire sino a febbraio 2020. Compito dello Stato è certamente quello di aiutare a tracciare un orizzonte possibile – questo il vero significato della Politica – ma sta anche a ciascun cittadino (lavoratore, autonomo o imprenditore) aiutare a definire i contorni di una cornice di lavoro, un vero frame work che disegni il volto nuovo al Paese, cominciando oggi, in piena pandemia, e progettando il domani e il dopodomani.

E, dunque, perché non provare a concepire un doppio binario per il lavoro: da un lato, il “lavoro antico”, svolto secondo i paradigmi ante pandemia, laddove possibile; dall’altro, implementando un nuovo modo di lavorare a distanza, attraverso digitalizzazione e tecnologia, facendo buon uso del sistema piattaforme e introducendo, normativamente parlando, nuove formule anche per il settore societario, in modo da rendere fruibile e sostenibile ogni realtà lavorativa per qualunque luogo?

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