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Intelligenza artificiale, rischio o opportunità per il lavoro?

INtelligenza Artificiale

Il post di Matteo Massicci, nuovo blogger di Start Magazine

Quali sono le reali potenzialità e le ricadute della ricerca nell’ambito dell’intelligenza artificiale? Se una parte della scienza invita gli esperti alla prudenza e a operare scelte responsabili, paventando la distruzione di milioni di posti di lavoro e crisi economiche su scala planetaria, cresce l’interesse nei confronti di questa tecnologia sia dal punto di vista accademico sia da parte delle grandi aziende, con un aumento degli sforzi e degli investimenti volti a realizzare soluzioni e applicazioni. Eppure, più che dagli scenari distopici e fantascientifici del fronte pessimista, i rischi per il futuro di questo settore potrebbero derivare da una più banale perdita di entusiasmo verso l’intelligenza artificiale, che presenta problematiche intrinseche di difficile soluzione.

I dati diramati dall’osservatorio sull’Intelligenza Artificiale della Management School del Politecnico di Milano sembrano descrivere la nascita di un nuovo asset economico con grandi prospettive di crescita. Delle 721 imprese internazionali analizzate dallo studio sono stati infatti individuati 469 casi di progetti legati all’intelligenza artificiale, riconducibili a 337 aziende. Sono invece i numeri sulle startup a dimostrare lo stato di salute del settore e la fiducia da parte dei grandi investitori: le 460 esperienze recensite hanno raccolto 2,2 miliardi di dollari, con un finanziamento medio in crescita nell’ultimo anno da 5,5 a 8,8 milioni di dollari. Con percentuali più basse rispetto ad altri paesi e puntando per lo più su tecnologie consolidate, anche il nostro paese si affida ai nuovi strumenti: il 56% delle imprese italiane oggetto dell’indagine ha attivato progetti di intelligenza artificiale.

Il report non manca di fare luce sui campi di applicazione maggiormente interessati da questa rivoluzione tecnologica. Tra le soluzioni già implementate, il 38% del campione totale, troviamo una maggiore incidenza di quelle che fanno uso di algoritmi di processamento dati (35%), di Chatbot – programmi in grado di interloquire con gli utenti in maniera indipendente – e software di assistenza virtuale (25%) e di sistemi di raccomandazioni personalizzate al consumatore (10%). Nella graduatoria c’è anche spazio per gli ambiti che colpiscono maggiormente l’immaginario collettivo, come la guida autonoma (7%), gli oggetti intelligenti (7%) e i robot (4%).

Contrariamente ai timori di un impatto negativo sull’occupazione, espressi anche da Stephen Hawking durante l’anno appena trascorso, il lavoro dei ricercatori del Politecnico di Milano dimostra inoltre come il recente sviluppo dell’Artificial Intelligence sia stato accompagnato da una crescita interna delle domanda di lavoro e che l’utilizzo delle soluzioni AI da parte delle aziende è a oggi maggiormente finalizzato al miglioramento dei servizi e della qualità, e quindi della competitività, che all’aumento dell’efficienza. Considerati questi presupposti, viene da chiedersi se sussistano ancora rischi effettivi per il futuro dell’intelligenza artificiale. Ebbene, il pericolo potrebbe essere proprio quello di dissipare il patrimonio di conoscenze e di ricchezze fin qui accumulato a causa della perdita di interesse nei confronti degli sviluppi in questo particolare ambito di ricerca.

Ciò che rende difficile la realizzazione di intelligenze artificiali mature, cioè capaci di prendere decisioni autonome in qualsiasi situazione e contesto, è ancora oggi l’impossibilità di dotarle di quelle facoltà, tipicamente umane, alla base delle scelte che consideriamo razionali. In altre parole, non siamo in grado di instillare buon senso in questi sistemi decisionali. Nel tentativo di superare una tale difficoltà, gli informatici stanno adottando approcci metodologici diversi, come l’utilizzo delle cosiddette “reti neurali” – processori formati di connessioni tra neuroni artificiali che imitano l’attività del nostro cervello –, ma in molti pensano che una soluzione sia ancora lontana.

Senza una AI matura, anche il sogno di un trasporto umano automatizzato potrebbe rivelarsi irraggiungibile: in pochi sarebbero disposti ad affidarsi a veicoli incapaci di distinguere un essere umano da un oggetto inanimato o di comprendere atteggiamenti eticamente responsabili come il prestare soccorso a persone in difficoltà. I limiti connaturati all’Intelligenza Artificiale potrebbero quindi impedire – quantomeno nel breve e medio termine –  lo sviluppo di applicazioni efficienti e la loro diffusioni in ambiti differenti da quelli sopra elencati, con la conseguente e progressiva perdita di attrattività per gli investimenti da parte di pubblico e i privati. D’altro canto, come spiega il giornalista Richard Waters sul Financial Times, le stesse dinamiche si erano già presentate negli anni ’70, quando, a uno dei periodi più floridi per la AI e di grande entusiasmo nei confronti della nascente disciplina, erano seguiti anni di disillusione e di abbandono dei progetti di ricerca.

 

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