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I costi nascosti del consumo di suolo in Italia

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Il post Matteo Massicci, blogger di Start Magazine

Lo scorso 17 luglio è stato presentato a Montecitorio il nuovo rapporto sul ‘Consumo di suolo dinamiche territoriali e servizi ecosistemici’. Il documento, giunto alla quinta edizione, analizza l’evoluzione e le dinamiche del degrado del territorio e si propone come strumento di riferimento per l’attuazione di politiche nazionali volte alla limitazione del fenomeno. L’indagine, realizzata dall’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale (ISPRA) e dal Sistema Nazionale di Protezione Ambientale (SNPA), tenta quest’anno, per la prima volta, di quantificare anche l’impatto economico indiretto derivante dalla perdita di funzioni ambientali fondamentali quali l’approvvigionamento alimentare, la produzione e la trasformazione di sostanze e lo stoccaggio dell’acqua.

La fotografia del nostro paese scattata dal Rapporto 2018 sul consumo del suolo mostra, dopo un rallentamento decennale causato dalla crisi economica, un incremento dei processi di artificializzazione del territorio. L’analisi sui dati prodotti dalla rete della Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente (ARPA) rivela infatti come nell’ultimo anno siano andati persi, al netto delle aree considerate riconvertibili quali cantieri, cave e impianti fotovoltaici, 52.000 chilometri quadrati di superficie naturale, portando a 7,75 la percentuale complessiva di suolo consumato. Spinte dalle migliori performance economiche, a contribuire maggiormente nel computo delle aree del nostro paese interessate dal fenomeno troviamo le regioni del nord Italia. Nel resto del Paese, il tasso di crescita si attesta sui valori della media nazionale, più 0,23 percento rispetto al 2016, eccezion fatta per la Puglia.

Non sono solo le grandi città a cedere parte del loro territorio. Nel novero troviamo anche i piccoli comuni – con un numero di abitanti inferiore a 20.000 – e le zone protette e quelle a media o bassa concentrazione di impermeabilizzazione del suolo. Sono proprio queste ultime a rappresentare le aree che hanno subito più della metà (57%) degli interventi di artificializzazione. I dati indicano quindi come nel nostro paese sia in atto un’intensificazione dell’urbanizzazione e, allo stesso tempo, della frammentazione del territorio. Tale tendenza non risulta tuttavia supportata da una corrispettiva crescita demografica, che dovrebbe giustificare la maggiore richiesta di strutture e infrastrutture, a dimostrazione dell’insostenibilità di questo modello di crescita.

Anche all’interno dell’ambito europeo l’Italia si piazza ai vertici della classifica di suolo consumato in relazione all’intera superficie territoriale. Sulla base di dati comunitari relativi al 2015, il nostro paese presenta una percentuale di costruito (6,9%) decisamente superiore alla media europea, posizionandosi al quinto posto dopo Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo e Germania. Per quanto concerne invece l’incremento medio annuo dell’impermeabilizzazione nel periodo 2009-2012, l’Italia viene superata solo da Liechtenstein e Cipro, nazioni con una limitata estensione territoriale. Alla luce delle linee guida per una crescita sostenibile tracciate dall’unione europea, che raccomandano l’azzeramento del consumo di suolo entro il 2050, un simile scenario non depone perciò a favore del nostro paese.

Ma le informazioni più interessanti fornite dal Rapporto 2018 sul consumo di suolo riguardano il danno economico indiretto derivante dal degrado del territorio e dalla conseguente perdita dei servizi ecosistemici, e cioè di tutti i benefici e le risorse fornite all’uomo dagli ecosistemi. L’indagine ha stimato il valore del mancato flusso di 11 funzioni naturali essenziali, tra cui compaiono disponibilità di acqua, produzione agricola e di legname e riduzione di particolato e ozono, svolte dal suolo nel periodo 2012-2017. La cifra approssimativa derivante dal calcolo oscilla da un minimo di un miliardo e seicento milioni a un massimo di due miliardi e cento milioni di euro. Sebbene i numeri rimangano indicativi, soprattutto a causa della difficoltà nella monetizzazione dei parametri di riferimento, la loro entità sottolinea il ruolo centrale del suolo anche all’interno dei settori produttivi. Ciò rende necessario l’attuazione di politiche condivise volte alla limitazione del consumo del territorio, ancora oggi assenti, al fine di favorire uno sviluppo sostenibile e salvaguardare i già fragili equilibri ambientali del nostro paese.

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