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Come aiutare le imprese

Cdp

Il post di Alessandra Servidori

 

Li abbiamo visti in Piazza Montecitorio sofferenti e in preda a disperazione e mi sono chiesta se siamo informati noi tutti della situazione finanziaria che sta massacrando le imprese italiane e dunque la vita di tante famiglie cadute in povertà.

Le imprese italiane sono in grande sofferenza perché già negli ultimi 10 anni i prestiti delle banche italiane alle imprese sono crollati di oltre 186 miliardi di euro. Il calo, che in media è pari a quasi 20 miliardi l’anno, è stato del 21,79%, dagli 856 miliardi di luglio 2010 ai 669 miliardi di luglio 2020.

Tre osservatori autorevoli — il Centro studi di Unimpresa, Istat e Abi — hanno ratificato la enorme difficoltà del sistema poiché che sono scesi bruscamente i finanziamenti alle imprese a breve termine, con una riduzione di 135 miliardi e sono diminuiti di 79 miliardi quelli di lungo periodo: variazioni negative solo in parte compensate dai crediti a cinque anni, saliti di 28 miliardi. Estendere la proroga delle garanzie delle gestione sofferenze che sono garanzie concesse dallo Stato, in conformità a decisioni della Commissione europea, finalizzate ad agevolare lo smobilizzo dei crediti in sofferenza dai bilanci delle banche e degli intermediari finanziari con sede legale in Italia (cd cartolarizzazioni) e anche ad altre probabili inadempienze e dunque mitigare la rigidità delle norme sulla definizione di default per le imprese e mantenere le moratorie tutto il tempo necessario, diventa fondamentale in questo periodo di forte crisi per attivare strumenti e misure volti a rafforzare il capitale e diversificare le fonti di indebitamento, realizzare un ambiente normativo favorevole per lo sviluppo della finanza sostenibile.

Durante l’audizione tenuta il 7 aprile presso la Commissione Finanze della Camera sugli sviluppi della pandemia e gli effetti sul sistema bancario italiano, Abi ha ripetuto quanto già sottolineato dai banchieri italiani, ossia che in questa situazione pandemica occorre da un lato evitare che l’avvitamento delle rigide misure europee (ad esempio, la definizione di default) restringa il flusso del credito all’economia, e dall’altra che le risorse disponibili (soprattutto quelle del Recovery Fund europeo) vengano disperse in mille rivoli e in investimenti non produttivi.

Abi ha evidenziato l’opportunità di un rafforzamento delle misure volte a incentivare l’investimento e l’aumento di capitale dell’impresa, come l’aiuto alla crescita economica (ACE) rinnovata e rafforzata, condividendo le norme ESG (fattori di rischio) per le banche più chiare e certe, perché “lo sviluppo della finanza sostenibile richiede un ambiente normativo favorevole che abbia standard chiari per orientare le attività economiche delle imprese ed i flussi finanziari”. Occorre una completa definizione della Tassonomia europea per le attività sostenibili. La nuova normativa richiederà alle banche di rendicontare e di incrementare la quota parte delle proprie esposizioni verso attività e progetti allineati con la Tassonomia.

Istat infatti dimostra che l’insolvenza costituisce il principale rischio nei mesi prossimi per il settore produttivo italiano aumentando già ora l’esposizione del sistema bancario a possibili trasmissioni dello shock dal segmento non finanziario.

Secondo Istat la crisi pandemica ha inciso anche sulle strategie di finanziamento delle imprese che, per fronteggiare la crisi di liquidità, hanno utilizzato un insieme di strumenti e il credito bancario ha rivestito un ruolo centrale.

In generale, sulla base delle indicazioni fornite dalle imprese per il 2021, le modifiche ai canali di finanziamento “appaiono transitorie e legate per lo più all’emergenza sanitaria”.

A fine 2020 quasi un terzo delle imprese considerava a rischio la propria sopravvivenza, oltre il 60% prevedeva ricavi in diminuzione e solo una su cinque riteneva di non avere subito conseguenze o di aver tratto beneficio dalla crisi. Le prospettive di ripresa per il 2021 sono giudicate limitate: meno di una impresa su cinque prevedeva una normale prosecuzione dell’attività nella prima metà dell’anno.

La crisi ha colpito soprattutto le unità di piccola e piccolissima dimensione: a fine 2020 si dichiaravano a rischio oltre il 33% delle microimprese (3-9 addetti), il 26,6% delle piccole (10-49 addetti), il 15,1% delle medie (50-249 addetti) e il 10,7% delle grandi (250+ addetti). Per il 58,1% delle imprese con almeno 3 addetti il principale vincolo alla ripresa nel primo semestre del 2021 è la diminuzione della domanda interna; per il 19,2% quella della domanda estera, per il 34,1% il rischio di liquidità, cui provvedere anche attraverso nuove fonti di finanziamento, e tra queste nuovo credito bancario.

Infine, chi opera sui mercati esteri resiste meglio alla crisi: forme di internazionalizzazione avanzate (esportazione su scala globale, appartenenza a gruppi multinazionali) si associano a minori rischi di chiusura, problemi di liquidità, di domanda o di approvvigionamento.

Ma sappiamo bene che in Italia la nostra forza è sempre stata l’impresa artigianale familiare e se mancano gli ordinativi manca il lavoro e la povertà ci strozza.

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