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Caso Moro, tutto quello che ancora non torna/2

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16 marzo 1978 – 9 maggio 1978. Quaranta anni fa sembra concludersi uno degli episodi più tragici nella storia della Repubblica. L’approfondimento di Luca Longo. Ecco la seconda parte. La prima parte si può leggere qui

Alessio Casimirri e i due sulla Honda. Mentre all’incrocio si scatena la sparatoria, il tratto precedente di Via Fani è presidiato dai brigatisti Casimirri e Lojacono. Si trovano, quindi, proprio nei pressi della misteriosa Honda. Casimirri dopo l’agguato porta le armi a Raimondo Etro perché le nasconda e le custodisca. A tutt’oggi solo Etro, fra tutti gli ex BR, ha ammesso la presenza della moto. Mentre consegnava le armi, proprio Casimirri gli parla di «due in moto», non previsti, e li definisce «due cretini». Oltre al capo delle Br, chi potrebbe conoscere il segreto della moto è Casimirri, che però non sarà mai stato arrestato ed è latitante dal 1982 in Nicaragua. La commissione Moro recupererà un documento del 1982 da cui risulta che viene fermato dai carabinieri, ma stranamente rilasciato. Lo stesso Etro, che è suo amico e scapperà con lui, sospetterà sempre una fuga favorita dai servizi.

Anche Lojacono la farà franca. Nel processo Moro quater la giustizia italiana condannerà Lojacono all’ergastolo in contumacia per aver bloccato via Fani con Casimirri, intrappolando le auto di Moro (sentenza confermata nel 1997). Ma Lojacono, di madre svizzera, prende la residenza in Canton Ticino perché il diritto svizzero non prevede estradizione per i propri cittadini. I due brigatisti di copertura di Via Fani sono gli unici due brigatisti noti a non aver scontato nemmeno un giorno di carcere per i sei omicidi della vicenda Moro ma gli unici che, insieme all’irriducibile Moretti, potrebbero dirci qualcosa della Honda.

L’ispettore Rossi. Nel 2012 l’ex ispettore Enrico Rossi della DIGOS racconterà di una lettera anonima ricevuta nel 2009 da un quotidiano. Lo scrivente dirà di essere il passeggero della moto e di aver dato disposizione di spedire quella lettera sei mesi dopo la sua imminente morte per cancro. Sosterrà di essere stato alle dipendenze del colonnello Guglielmi insieme all’altro agente ai comandi della moto “proveniente da Torino”. Rossi dichiarerà di essere riuscito a identificare entrambi sulla base degli elementi concreti forniti dall’anonimo. “Sono riuscito a rintracciare nel 2011 gli uomini sulla Honda ma mi fermarono. E non sono riuscito ad interrogare quello che era alla guida”.

Le minacce telefoniche. Marini si trasferirà all’estero in seguito alle minacce di morte che gli arrivano a partire dalla sera stessa dell’agguato. Poco probabile che i brigatisti riescano ad individuare il numero di telefono di casa del testimone scomodo dopo solo poche ore e mentre sono impegnati a coprire la fuga e a occultare il prigioniero.

La ‘ndrangheta calabrese. Il primo a parlare di complici esterni è un super pentito della ’ndrangheta, Saverio Morabito, arrestato in Lombardia nei primi anni ’90. Le sue confessioni hanno permesso al PM milanese Alberto Nobili e alla Direzione investigativa antimafia di ottenere più di cento condanne nel maxi-processo “Nord-Sud”. Morabito, giudicato nelle sentenze «di assoluta attendibilità», rivelerà che un mafioso importante, Antonio Nirta, negli anni ’70 aveva legami inconfessabili con un carabiniere di origine calabrese, Francesco Delfino, poi diventato generale dei Servizi. Il pentito ne parlerà con paura e aggiungerà che il suo capo, Domenico Papalia, gli avrebbe rivelato che «Nirta fu uno degli esecutori materiali del sequestro Moro»: un segreto di mafia confermatogli anche dal boss Francesco Sergi.

Il trasferimento. Secondo una testimone, dopo la tempesta di fuoco, il trasferimento di Moro sull’auto dei brigatisti avviene con calma surreale. Gherardo Nucci, giornalista ASCA, fa a tempo ad affacciarsi sulla terrazza al 109 di Via Fani (sopra il Bar Olivetti) rientrare per prendere la macchina fotografica, uscire di nuovo e scattare dodici foto della scena.

Le foto di Nucci. Il rullino viene consegnato alla magistratura dalla moglie del giornalista. Non se ne troverà più traccia.

La ‘ndrangheta rimette tutto a posto. Nonostante si tratti di terrorismo politico di sinistra, e non di un fatto di mafia, la ndrangheta calabrese è molto interessata alle foto scattate da Nucci. Ecco uno stralcio delle intercettazioni telefoniche effettuate sul telefono di Sereno Freato in contatto con l’On. Benito Cazora, incaricato dalla DC di tenere i rapporti con la malavita calabrese per cercare di avere notizie sulla prigione di Moro. Cazora: Un’altra questione, non so se posso dirtelo. – Freato: Si, si, capiamo. – Cazora: Mi servono le foto del 16, del 16 Marzo. – Freato: Quelle del posto, lì? – Cazora: Si, perchè loro… [nastro parzialmente cancellato]…perché uno stia proprio lì, mi è stato comunicato da giù. – Freato: E’ che non ci sono… ah, le foto di quelli, dei nove – Cazora: No, no! Dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una foto preso sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio… noto a loro. – Freato: Capito. E’ un po’ un problema adesso. – Cazora: Per questo ieri sera ti avevo telefonato. Come si può fare? – Freato: Bisogna richiedere un momento, sentire. – Cazora: Dire al ministro. – Freato: Saran tante! – Detto, fatto. Foto sparite. La ‘ndragnheta può stare tranquilla.

Le foto di Gualerzi. A metà di via Stresa e a 50 metri dall’incrocio con Via Fani, si affaccia il negozio dell’ottico Gennaro Gualerzi. Questi vede sfrecciargli davanti una 128 scura con a bordo persone che si stanno togliendo la giacca, sente delle grida, prende al volo una macchina fotografica ed esce di corsa scattando 11 fotografie entro le 09:15. L’esistenza delle foto è indicata per la prima volta in un rapporto del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Via Trionfale agli atti della Prima Commissione Moro. È un sommario del verbale rilasciato la mattina del 16 marzo dall’ottico (il nome indicato è sbagliato: “Gualersi”). Sono riportate 11 foto ma vengono corrette a penna in 16. Queste spariscono subito dopo la consegna ai Carabinieri e vengono ritrovate solo nel maggio 2017.

Il mafioso. Tra le foto di Gualerzi compare Giustino De Vuono lo “scotennato”. Il volto su questa immagine inedita sembra perdersi tra la folla ma di seguito si può vedere il suo ingrandimento a confronto con le poche immagini ufficiali che lo riguardano, inclusa quella che lo raffigura su alcuni documenti del Paraguay nei quali compare il riferimento all’accusa per i reati di sequestro e omicidio della scorta di Moro.

Un altro mafioso. In un’altra foto di Gualerzi spunta – proprio davanti al Bar Olivetti – un altro noto mafioso: Antonio Nitra, detto “due nasi”.

Altri rullini scomparsi. La lista dei rullini scomparsi è inarrestabile: solo il 21 gennaio 2016 il Messaggero pubblica una foto inedita scovata fra i faldoni del processo per l’omicidio Pecorelli. Si parla anche di alcune foto a loro volta sparite dagli uffici della Procura che ritraggono parte del commando proprio durante l’azione, ma non è chiaro chi le abbia scattate o se siano mai esistite. Altri rullini vengono poi rinvenuti da una abitante della zona nel proprio giardino e da questa consegnate a un agente in borghese. C’è la testimonianza ma non se ne ha più traccia. Il giornalista Diego Cimara riferisce alla Commissione Moro dell’esistenza di altri rullini, poi scomparsi, ma anche su questo non ci sono altri elementi. Infine un’altra serie – inutile dirlo, scomparsa –  di cui Antonio Ianni ha parlato alla stessa Commissione. Ianni è il primo fotografo arrivato sul posto. Scatta tre rullini quando i corpi non sono ancora stati coperti. La sera stessa, Ianni rientrando a casa trova la sua abitazione sottosopra, ma i rullini sono al sicuro: li aveva subito portati alla sede ANSA di Roma, dove lavora. Nei giorni successivi i rullini e alcune delle foto sviluppate da questi vengono trafugate direttamente dall’archivio fotografico dell’agenzia.

Spinella troppo presto. L’allarme viene diramato dalla questura di Roma alle ore 09:02. Ma Emidio Biancone, autista del capo della DIGOS Domenico Spinella, ha dichiarato in tre interrogatori separati che a quell’ora stava già correndo sul luogo dell’agguato con la Alfasud targata S88162 e Spinella a bordo. L’auto esce dalla Questura di Roma “poco dopo le 08:30”. Prima dell’allarme generale … ma quasi mezz’ora prima dell’agguato.

Le due borse. Eleonora Moro confermerà che suo marito non si separa mai da cinque borse: una con documenti riservati, una con medicinali e oggetti personali, tre con ritagli di giornale, libri, tesi di laurea dei suoi studenti. Nell’auto crivellata di colpi vengono ritrovate solo le ultime tre. Ma i testimoni non notano i terroristi trasferire anche le due borse “sensibili” insieme a Moro. Inoltre, quando Eleonora viene portata sul luogo dell’agguato, lei stessa mostra ai carabinieri che il lago di sangue che aveva inzuppato tutti i tappetini aveva risparmiato proprio due zone dove evidentemente erano appoggiate le due borse. Sparite, quindi, quando il sangue si era già rappreso e i brigatisti erano già lontani.

Ancora le borse. Bonisoli e Morucci si contraddiranno e dal confronto delle loro dichiarazioni non risulterà chiaro se e chi prelevi le due borse mancanti. Né spiegano con che criterio scelgono proprio le due borse giuste. La confusione è notevole se si pensa che dopo l’agguato vengono ritrovate nella 130 solo due delle tre borse abbandonate. La terza borsa scompare per sei giorni e poi viene fortuitamente ritrovata durante una nuova perquisizione nel bagagliaio della 130, dove prima nessuno l’aveva notata. In conclusione, due borse vengono subito ritrovate fra i sedili della 130, una sei giorni dopo nel bagagliaio e proprio le due con documenti riservati e oggetti personali scompaiono per sempre.

La pattuglia. Caricato Moro, i terroristi riescono a dileguarsi grazie ad un’altra sorprendente coincidenza: una volante della polizia staziona come ogni mattina in Via Bitossi per proteggere il giudice Walter Celentano.

Proprio qui stanno arrivando le auto dei brigatisti in fuga; ma qualche istante prima, un allarme del Centro Operativo Telecomunicazioni) fa muovere la pattuglia.

Via Bitossi. Proprio accanto alla pattuglia in via Bitossi (è lunga in tutto 150 m) è parcheggiato il furgone Fiat 850T grigio chiaro (in alcune versioni è blu) con la cassa di legno pronta ad accogliere e nascondere Moro durante il trasferimento. I brigatisti lasciano il furgone nella via dove si trova la volante perché è a solo 2 km di strada dal punto dell’agguato. Ma avrebbero potuto scegliere molti altri luoghi più discreti. Il furgone non verrà ritrovato.

L’appunto. Tra i reperti sequestrati a Morucci dopo il suo arresto verrà scoperto un appunto recante il numero di telefono del commissario capo Antonio Esposito (P2), in servizio proprio la mattina del rapimento. Non c’è alcuna prova che sia stato Esposito a far togliere di mezzo la pattuglia in Via Bitossi.

La catena. Dopo aver prelevato Moro, i brigatisti fuggono sulla Fiat 132 blu guidata da Bruno Seghetti, che da Via Stresa è tornata in retromarcia su Via Fani per prelevare Moro trascinato da Raffale Fiore. Nascosto l’ostaggio con una coperta, anche Moretti scende dalla 128 dell’agguato e sale sulla 132 che parte subito in direzione di Via Trionfale. La Fiat 128 bianca di Casimirri e Lojacono, su cui sale anche Gallinari, la segue a ruota. Morucci preleva le borse dalla 132 e sale sulla 128 blu parcheggiata indietro lungo via Fani e su cui sono già saliti Balzerani e Bonisoli, poi segue le prime due a circa 50 m di distanza. La 128 blu deve aprire il corteo ma si ritrova in coda, supera le altre due ma viene bloccata in una curva stretta e ritorna in coda. Il commando ha pianificato di imboccare Via Casale De Bustis, una strada privata bloccata da una sbarra. Qui si fermano, e dalla 132 scende un brigatista con un tronchese per tagliare la catena, sollevare la sbarra e risalire in auto. Operazione poco credibile perché il tronchese dovrebbe essere pronto sulla 128 che avrebbe dovuto mantenersi in testa e perché la rottura della catena potrebbe richiamare l’attenzione. Inoltre il corteo potrebbe essere inseguito ed avere solo pochi secondi di vantaggio. Il superamento della sbarra richiede certamente molti preziosi secondi.

Il cambio. Secondo gli esecutori, il commando brigatista preleva un gruppo di nuovi mezzi in Via Bitossi ma tutte le auto usate vengono portate in Piazza Madonna del Cenacolo. In mezzo alla piazza Moro viene trasferito e chiuso in una cassa nel furgone Fiat 850T guidato da Moretti che parte seguito da una Dyane azzurra al cui volante è Morucci. I due mezzi scompaiono. Per portare a termine il sequestro del più importante uomo politico italiano – e fronteggiare eventuali posti di blocco – le BR diranno di aver usato solo un furgone e una utilitaria. Ma ad esempio per rapire Vittorio Vallarino Gancia nella tranquilla strada fra Canelli e Alessandria, le stesse Br ne avevano usate tre.

Via Licinio Calvo. La Fiat 132 blu, la Fiat 128 blu e la Fiat 128 bianca usate nella prima parte della fuga vengono portate tutte e tre a quasi un km dalla Piazza, in via Licinio Calvo, quindi abbandonate. Il problema è che vengono lasciate in tre momenti diversi: la 132 viene abbandonata al civico 1 alle 09:23, due testimoni vedono allontanarsene un uomo e una donna (se è vero, non è mai stata identificata: Barbara Balzerani era sulla 128 blu). L’auto viene identificata dalle forze dell’ordine a meno di mezz’ora dal rapimento. Alle 04:10 della notte fra il 16 ed il 17 marzo, la 128 bianca viene identificata sulla stessa via all’altezza del civico 23. Solo alle 21:00 del il 19 marzo viene individuata, sul lato sinistro all’altezza dei civici 23 e 25, la Fiat 128 blu, a pochi metri dal luogo in cui era stata trovata la 128 bianca due giorni prima. Le immagini del servizio RAI di Piero Badaloni dopo il ritrovamento della prima 128, dimostrano che l’altra 128 il 18 marzo non c’era ancora. E i verbali di Polizia dichiarano che tutte le auto in sosta nella via sono state ispezionate dopo ciascuno dei tre separati ritrovamenti.

Problemi di parcheggio. Via Licinio Calvo termina con una scalinata che, attraverso via Prisciano, la collega a Piazza Medaglie D’Oro dove si trovano le fermate di numerosi autobus. Per questo, molti romani parcheggiano abitualmente proprio in Via Calvo per prendere l’autobus. Trovare tre parcheggi liberi alle 9:30 di un giovedì mattina, in una strada sempre affollata – come mostrano anche le immagini della Polizia dopo i tre ritrovamenti – è un bel colpo di fortuna. Oppure, se realmente le auto giungono più o meno contemporaneamente come sosterranno i brigatisti, ad attenderle ci dovrebbero essere altrettante auto con altrettanti complici pronti a cedere il posto alle macchine dell’agguato. Del resto, il problema della mancata individuazione di fiancheggiatori, impiegati a guardia di auto e parcheggi, rimane un aspetto non chiarito di tutta la vicenda.

Fuga solitaria. Secondo i brigatisti, il furgone prosegue da solo con Moro nella cassa, a bordo Moretti, Morucci e Seghetti. E’ l’unica volta in cui brigatisti rossi in fuga con un ostaggio dopo un’azione rimangono solo in tre e su un singolo mezzo. Circostanza che impedirebbe loro di forzare posti di blocco o gestire eventuali problemi.

Un altro luogo affollato. La cassa di Moro viene scaricata dal Fiat 850T e caricata su una Citroën Ami nel parcheggio sotterraneo della Standa di Via Colli Portuensi dove li aspetta Gallinari. Moretti e Gallinari diranno che ripartono sulla Citroën familiare per portare da soli la cassa di Moro nel covo di Via Montalcini mentre gli altri si disperdono. Il parcheggio di un supermercato attorno alle 10 di mattina è scelto proprio per trasferire una grossa e pesante cassa, col rischio che Moro gridi chiedendo aiuto capendo di trovarsi in un luogo affollato.

Via Montalcini, 8. Appartamento al piano terra, interno 1, 100 mq completo di giardino, garage e cantina di proprietà dei coniugi Altobelli: in realtà Anna Laura Braghetti (che lo acquista l’anno precedente con 50 milioni in contanti consegnati da Moretti) e Germano Maccari. Secondo tutti i brigatisti, Aldo Moro viene rinchiuso ininterrottamente dal 16 marzo al 9 maggio 1978 in un cubicolo 2,80 m per 1 m separato dallo studio con una parete insonorizzata e accessibile da una libreria che ruota su un cardine. Alla fine del sequestro le BR smantelleranno la parete ma Braghetti continuerà a vivere lì per ancora un anno, quando – convinta di essere seguita dalla Polizia – scapperà lasciando alla zia l’incarico di vendere “ma senza fare sconti”. La zia riesce a rivendere l’appartamento ancora per 50 milioni. Unico caso noto di un covo terrorista che non viene abbandonato ma rimane in uso per un altro anno e poi rivenduto per rientrare nelle spese.

Prigionia. Moretti sosterrà che Moro “scriveva sulle ginocchia su dei cuscini”. Per le pulizie personali “Quando occorre gli vengono portati dei catini”. “Non ha mai camminato. Si alza, si sgranchisce le gambe, ma non si è mai mosso da lì dentro”. L’autopsia accerterà l’assoluta assenza di atrofizzazione degli arti inferiori e che il corpo di Moro è in una condizione di igiene assoluta, che mal si concilia con l’affermazione di Moretti circa i catini che gli sarebbero stati concessi per le sue pulizie personali. Il Sisde, nel luglio 1979, con registrazione ambientale di una conversazione tra due brigatisti detenuti nel carcere dell’Asinara, ascolterà che Moro ottiene “tutto quello che (sic) aveva bisogno: si lavava anche quattro volte al giorno, si faceva la doccia, mangiava bene, se voleva scrivere scriveva […], è stato trattato come un signore”.

Giovanni Ladu. Bersagliere di leva, nel 2008 e poi nel 2012 dichiarerà di essere stato, insieme a altri nove militari in borghese, piazzato in un appartamento adiacente all’Interno 1 per presidiare una stazione di controllo e prendere nota di chi entra e esce dall’appartamento di fronte. Curioso che si affidi una missione così delicata ad un soldato di leva. Ladu si giustifica dicendo di essere stato un membro di Gladio e prosegue dicendo che il 7 maggio arriverà l’ordine di smobilitare. Verrà indagato per calunnia dalla Procura di Roma.

E l’altra prigione? Una perizia sul leader democristiano dimostrerà che è stato tenuto prigioniero in almeno due posti diversi. E’ uno studio sui reperti sabbiosi rinvenuti sugli indumenti di Moro e sulle ruote della Renault rossa dove sarà trovato il corpo. Moretti sosterrà che sono collocati a bella posta nei vestiti e nelle scarpe dello statista allo scopo di depistare le indagini. Appare poco credibile che in pieno sequestro, con una città assediata e centinaia di posti di blocco, la Faranda e la Balzerani vadano a raccogliere sulle spiagge del litorale laziale “sabbia, catrame, parti di piante da mettere sui vestiti e sotto le scarpe” del sequestrato per precostituire un depistaggio che acquisterà validità solo dopo il ritrovamento del cadavere.

I vicini di casa. La banda della Magliana è come il prezzemolo: compare in tutte le vicende criminali ma anche in tutti i depistaggi. Lasciando da parte le congetture, è innegabile che numerosi esponenti abitino proprio nei pressi della prigione di Moro: Danilo Abbruciati con altri due malavitosi in via Fuggetta 59 (a 120 m dalla prigione; Danilo Sbarra e Francesco Picciotto, uomo di Pippo Calò, in via Domenico Luparelli 82, a 130 m (ma a 50 m se si passa dall’ingresso secondario); in via di Vigna Due Torri, 135 (a 150 m) abita Ernesto Diotallevi, compare di Calò. In via Montalcini 1 sorge villa Bonelli, appartenente a Danilo Sbarra, di cui Pippo Calò si serve per riciclare il denaro proveniente da attività mafiose. Se davvero le BR tengono prigioniero Moro in un luogo sotto il controllo fisico della banda della Magliana, ci si chiede se Moretti, Gallinari e la Braghetti ignorino di essere letteralmente circondati dai capi della banda o conoscono questa circostanza e hanno scelto quel posto proprio perché sanno di poter contare su una benevola protezione?

La seduta spiritica. Questo rimane il mistero più famoso: nell’ultimo quarto di secolo è stato continuamente rilanciato solo per tirare fango addosso a uno dei dodici protagonisti. Secondo i professori bolognesi, il 2 aprile del ’78 a casa Clò il piattino indicò un mare di lettere senza significato e anche parole di senso compiuto, come Bolsena e Viterbo, poi uscì anche Gradoli. La Commissione Moro, acquisita la testimonianza di tutti i partecipanti, ha concluso che è abbastanza surreale la tesi che questo sia stato un modo per segnalare il covo di Via Gradoli preferendolo a un messaggio anonimo perché quest’ultimo si sarebbe perso fra le migliaia ricevuti in quei giorni dagli inquirenti. Se ambienti dell’Autonomia bolognese o altri simpatizzanti delle BR fossero venuti a conoscenza del covo, non avrebbero avuto alcun motivo per segnalarlo collaborando con le Istituzioni. La loro posizione era riassunta nel famoso slogan “Né con lo stato, né con le BR.” E se anche avessero avuto un po’ di senso civico, piuttosto che questa messinscena sarebbe stato più furbo recapitare un messaggio anonimo con circostanze precise a persone in grado di segnalarlo ai vertici del governo o della magistratura.

Via Gradoli 96, interno 11, secondo piano. È lì che abitano nella primavera del 1978, Mario Moretti e Barbara Balzerani. Proprio in quel palazzo diversi appartamenti erano di proprietà dei servizi segreti, intestati a società di copertura ed occupati da personaggi vicini ai servizi, alle forze dell’ordine e a informatori di polizia e carabinieri. Ma tutta la zona vede una alta densità di appartenenti ai servizi. Ad esempio al numero 89 –  proprio di fronte al 96 – prima e durante il sequestro Moro abita il sottufficiale dei carabinieri Arcangelo Montani. E’ un agente del Sismi, proviene da Porto San Giorgio (quindi è un compaesano di Mario Moretti). Il regista del sequestro Moro ha trovato un posto ideale per la sua base.

La dirimpettaia. Lucia Mokbel è l’inquilina della porta accanto all’interno 11: l’appartamento numero 9, dove alloggia col convivente Gianni Diana, impiegato da un commercialista amministratore di immobili in cui figurano anche società in mano ai servizi segreti. Mokbel, di origine egiziana, figlia di un diplomatico legato ai Servizi del suo Paese e conoscente del commissario Elio Cioppa, riferirà alla polizia di strani ticchettii notturni, tipo alfabeto morse (che la Mokbel conosce), provenienti dall’appartamento brigatista.

La perquisizione. Secondo il giudice Luciano Infelisi, immediatamente dopo il sequestro le perquisizioni per individuare la prigione di Moro si concentrano su tutti i miniappartamenti ed i residence della zona.

Anche Via Gradoli, 96 viene passata al setaccio solo due giorni dopo, ma all’interno 11 non risponde nessuno e gli agenti se ne vanno. “Non mi fu dato l’ordine di perquisire le case — riferirà in aula il sottufficiale Merola — Era solo un’operazione di controllo durante la quale furono identificati numerosi inquilini, mentre molti appartamenti furono trovati al momento senza abitanti e quindi, non avendo l’autorizzazione di forzare le porte, li lasciammo stare, limitandoci a chiedere informazioni ai vicini. L’interno 11 fu uno degli appartamenti in cui non trovammo alcuno. Una signora che abitava sullo stesso piano ci disse che lì viveva una persona distinta, forse un rappresentante, che usciva la mattina e tornava la sera tardi”. Ma Lucia Mokbel – la signora in questione – aggiunge di aver dato il biglietto proprio ai poliziotti, perché lo consegnassero a Elio Cioppa (poi risultato iscritto alla P2). Quel biglietto non è mai stato ritrovato.

Gradoli (Viterbo). Fra le decine di migliaia di perquisizioni in tutta Italia, il 6 aprile viene effettuato anche un controllo mirato in alcune case coloniche nel comune di Gradoli (Viterbo), vicino al lago di Bolsena.

L’operazione viene compiuta su segnalazione alla Direzione generale di Polizia tramite il Gabinetto del Ministro dell’Interno. Il biglietto autografo del 5 aprile, trasmesso al Capo della Polizia dal dottor Luigi Zanda Loi, capo ufficio stampa del Ministro Cossiga, contiene non parole smozzicate riferite da un piattino paranormale ma due precise indicazioni: “Casa Giovoni – Via Monreale, 11 – scala D int. 1 piano terreno – Milano” e “lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località Gradoli, casa isolata con cantina”. Le perquisizioni non daranno alcun frutto.

Il falso comunicato numero 7. Le BR durante il sequestro fanno trovare 9 comunicati. Il 18 aprile, proprio il trentennale delle prime elezioni politiche che consegnarono il Paese alla DC, in Piazza Indipendenza compare il presunto comunicato numero 7. Realizzato dal falsario Antonio Chichiarelli, della Banda della Magliana, neofascista e confidente dei Servizi segreti, il falso sostiene che Moro è stato ucciso e buttato nel Lago della Duchessa, fra Lazio e Abruzzo, dove viene cercato per due giorni dai sommozzatori anche se la superficie è completamente ghiacciata.

Le BR interpretano il comunicato taroccato come un falso di Stato e un rifiuto a trattare uno scambio di Moro coi brigatisti in carcere.

La doccia. Sempre il 18 aprile, le forze dell’ordine scoprono il covo di via Gradoli, 96. Questo avviene solo per una perdita d’acqua segnalata ai vigili del fuoco. E’ provocata da un rubinetto della doccia lasciato aperto, appoggiato su una scopa e con la cornetta rivolta verso un muro. Mario Moretti dirà di averne avuta notizia dai giornali, che la riportano subito. Perciò non vi fa ritorno e sfugge alla cattura. La polizia, durante la perquisizione, trova anche la targa originale della 128 bianca usata per il tamponamento di via Fani. Un souvenir.

(2.continua)

(la prima parte si può leggere qui)

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