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Biomasse: gestire i boschi per renderle (davvero) sostenibili

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Senza una vera strategia forestale per il nostro paese la valorizzazione energetica delle biomasse non potrà avere futuro. Ma la filiera foresta-legno-energia i numeri li ha tutti. Dati e progetti dall’Assemblea annuale AIEL

Le biomasse sono sostenibili? Possono esserlo, a patto che siano inserite in una complessa strategia forestale. L’Italia ha i numeri e le potenzialità per diventare un laboratorio per tutta l’Europa.

 

Le biomasse possono essere una fonte energetica rinnovabile a pulita, ma ad una condizione: una gestione attiva delle risorse forestali. La gestione sostenibile della risorsa forestale è uno degli impegni che AIEL (Associazione Italiana Energie Agroforestali), presieduta da Marino Berton, ha rinnovato nella sua assemblea annuale.

Le condizioni per favorire la ripresa di una gestione forestale attiva le ha spiegato Davide Pettenella del Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-Forestali (TESAF) dell’Università di Padova: «Gestione forestale attiva significa: mobilizzare l’offerta interna, orientandola verso prodotti a maggior valore aggiunto, aumentare l’offerta di tondame industriale, incrementare la disponibilità di scarti e cascami impiegabili a fini energetici in una logica a cascata».

Ma come si traduce ciò nei fatti? In Europa, dove il comparto della prima lavorazione del legno ha dimensioni molto grandi rispetto a quello italiano, basti ricordare come solo la decima più grande segheria europea lavori più tonnellate di tutto il comparto italiano messo assieme, sono in atto due cambiamenti strutturali del mercato: la diminuzione dell’impiego di fibre vergini ad uso cartario e la conseguente crescita dei consumi di biomasse a fini energetici; i grandi complessi industriali, capital intensive, hanno legami sempre più labili con il territorio per quanto riguarda l’acquisizione delle materie prime. A ciò si aggiunge un parallelo indebolimento del potere di mercato dei produttori di materie prime.

E in Italia? Il settore forestale nazionale gode di un primato negativo: un prelievo medio a ettaro molto al di sotto della media europea (0,6 m3/ha contro i 2,41 m3/ha dell’Ue). Ma è davvero «povero» il bosco italiano? «È una generalizzazione pericolosa – spiega Pettenella – perché in Italia le tipologie di bosco sono molto varie, dalle parcelle più produttive a quelle abbandonate totalmente improduttive.

In 50 anni è raddoppiata la superficie forestale e si è dimezzato il valore della produzione; ma negli ultimi 10 anni a fronte di prelievi totali in lenta diminuzione, la legna da ardere ha assunto un ruolo sempre maggiore arrivando a rappresentare il 69% della produzione totale e anche le importazioni di legna da ardere sono cresciute arrivando a circa 750.000 t nel 2011 (a fronte di circa 100.000 t nel 1995)». Quello delineato quindi è un quadro esattamente opposto di un approccio a cascata che deve essere invece riattivato attraverso la wood mobilisation». Questo senza contare i problemi legati alla sottovalutazione dei prelievi che comprendono un’economia informale (illegale) non stimata e un ISTAT latitante sul tema.

Ma le aziende di AIEL associate al Gruppo Produttori Professionali di Biomasse sono la prova che una via diversa è percorribile. Se il potenziale di produzione interna non valorizzato è molto significativo, soprattutto in termini di legname da industria e quindi, a cascata, di residui per energia e pannelli, nella filiera delle biomasse si stanno evidenziando delle capacità d’impresa avanzate, come ditte boschive qualificate, ben attrezzate, piattaforme di concentrazione del legname, accordi contrattuali innovativi, a dimostrazione di un processo di modernizzazione del settore. E la valorizzazione del capitale naturale con innovazioni tecnologiche significa anche sviluppo sociale e corretto legame con il territorio: piccole medie imprese basate su un utilizzo a cascata ed energeticamente efficiente (energia termica, cogenerazione) delle risorse locali.

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