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La sindrome Nimby? Vittima (poco illustre) della crisi

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Il fatto non può certo considerarsi positivo, come ha affermato il presidente di Aris, l’Associazione che promuove l’iniziativa. “Un segnale nuovo avanza quest’anno dai dati del nostro Osservatorio: per la prima volta in 9 anni diminuiscono i casi di Nimby (not in my backyard, non nel mio giardino), o comunque ritardi e blocchi causati da contestazioni e burocrazia dato a cui probabilmente non si può dare una lettura positiva.

Il Paese è attraversato da una crisi non solo economica ma anche reputazionale, che allontana gli investitori esteri proprio mentre i capitali nazionali si fanno più esigui. In Italia, dunque, si contesta meno perché diminuisce nel complesso il numero dei progetti di sviluppo e per la realizzazione di infrastrutture di valenza strategica per l’economia nazionale e locale. Tra le cause, appunto, la riduzione degli investimenti.

Il conflitto tra comitati locali contestatori e aziende e enti fautori di opere e infrastrutture quindi stenta a morire, sia in Italia che in altri Paesi Europei, come una grande differenza, segnalata da Piero Manzoni CEO di Falck Renewables, nella gestione della reazione nimby delle popolazioni locali. In Inghilterra ad esempio, consenso e partecipazione si creano prima della messa in opera di un progetto, attraverso il coinvolgimento e la condivisione dei profitti.

In Italia troppo spesso si cercano consensi solo dopo la realizzazione o in corso d’opera, con risultati quasi mai positivi. I settori contestati individuati dall’osservatorio sono tanti, con in testa il comparto elettrico (213 opere contestate, il 63,4% del totale). Nel 2004, il dato si attestava solo sull’11,6%. Trend inverso per il settore dei rifiuti, che esprime il 25,3% degli impianti contestati (nel 2004 era al 78,8%). Da ultimo, il comparto delle infrastrutture evidenzia 32 opere contestate, raddoppiando la propria incidenza dal 4,8% del 2011 al 9,5% del 2013. Considerando il solo settore della produzione di energia elettrica – esclusi quindi gli elettrodotti, gasdotti, etc – le fonti rinnovabili catalizzano le opposizioni del territorio nell’87,4% dei casi.

Si conferma così il forte scollamento tra il teorico sostegno alle tecnologie ‘green’, diffuso presso cittadini e opinion leader, e le reazioni ‘nimby’ riservate a questi progetti sui territori. Non a caso, la classifica degli impianti più contrastati per tipologia è guidata dalle centrali a biomasse, alimentate quindi da una fonte rinnovabile: con 111 strutture contestate, questa categoria supera ampiamente discariche, termovalorizzatori e impianti eolici (22 opposizioni) e le infrastrutture autostradali (19).  

A protestare non sono solo comitati di cittadini, ma anche politica ed enti pubblici,che rappresentano uno dei veicoli tramite il quale le contestazioni viaggiano e si consolidano: rispettivamente nel 24,7% e nel 23,8% dei casi, ad opporsi ad impianti e opere pubbliche sono proprio questi soggetti, che insieme sfiorano la maggioranza assoluta (48,5%). In termini assoluti, restano comunque prevalenti le contestazioni di matrice popolare con il 32,2%. Con il 13,9% – in crescita rispetto al 9,8% del 2012 – seguono le opposizioni espresse da associazioni ambientaliste. Di cosa si preoccupano principalmente gli oppositori?

L’impatto ambientale non rappresenta più la prima ragione alla base delle contestazioni, con una incidenza che passa dal 37% del 2012 al 20,6% del 2013. Al primo posto, Nimby Forumcolloca, invece, i timori per la qualità della vita, con un 21%. Seguono le opposizioni per carenze procedurali e di coinvolgimento (17,5%) e la paura per la salute pubblica (14,8%).

Un dato interessante è rappresentato dal fatto che sono proprio i contestatori ad esprimere il maggior flusso di comunicazione, ovvero l’83% delle iniziative rilevate. A conferma dell’enorme gap da colmare – sul piano dell’informazione, del coinvolgimento e della partecipazione – da parte dei soggetti che si propongono di realizzare progetti infrastrutturali e di sviluppo in Italia.

Cosa fare quindi per migliorare il rapporto con le realtà locali? Ispirarsi a casi virtuosi è sicuramente un buon punto di partenza. Un esempio è sicuramente la vicina Francia, che da 20 anni ha introdotto il debat public con una legge sulla partecipazione dei cittadini e associazioni sulle opere infrastrutturali e ha commissionato un sondaggio sul gradimento di tale strumento da parte della popolazione. Ecco i risultati:

 

  • La partecipazione dei cittadini è vista come uno strumento indispensabile sia per un migliore funzionamento della democrazia (44%), sia per prendere le decisioni nella maniera più corretta (66%)
  • Solo una minoranza di francesi ritiene che l’opinione dei cittadini sia presa maggiormente in considerazione dall’introduzione dello strumento debat public: a livello locale si ritiene più coinvolto solo un francese su 3 (33%), percentuale che si dimezza ulteriormente (15%) su scala nazionale
  • Un debat public efficace dovrebbe essere organizzato da un’autorità indipendente (57%), dovrebbe fornire tutte le informazioni necessarie alla formazione di un’opinione (63%) ed essere di reale utilità per la decisione finale sul progetto (59%)
  • I vantaggi principali dello strumento sono l’informazione dei cittadini (79%) e la legittimazione popolare delle decisioni (58%)
  • Le critiche maggiori al debat public sono l’inutilità percepita ai fini della decisione finale (72%), unite all’eccessivo tecnicismo delle argomentazioni (55%), e al fatto che queste assemblee sono viste come l’espressione di gruppi di pressione e lobby (53%).

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