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Cara Meloni, non basta comunicare e commentare per governare

È illusorio pensare di recuperare consenso solo a colpi di strategie social impattanti e messaggi efficaci sul mainstream, anziché con azioni e comportamenti virtuosi. Il corsivo di Falconi

 

L’ultimo sondaggio Supermedia Youtrend/Agi prima della pausa estiva registra, per la prima volta dall’inizio della legislatura, Fratelli d’Italia sotto il 27%, per la precisione al 26,7%. Ipsos conferma, posizionando FDI al 26,5%, con una flessione dello 0,5% che segue la precedente dello 0,6%. Calo parallelo a quello della Lega – al 5,9% per Supermedia e al 5,1% per Ipsos – e all’ascesa di Futuro Nazionale: il principale catalizzatore dei voti in uscita dal centrodestra è posizionato oltre il 7%. Il campo largo sarebbe in vantaggio sull’attuale maggioranza di tre punti circa, ma i conti dipendono dalle alleanze e sia le truppe di Vannacci sia le liste del centro potrebbero ribaltarli.

Del resto, il logoramento del governo a fine legislatura è fisiologico, così come la competizione tra gli alleati, che devono strizzare l’occhio alle proprie basi elettorali. La realtà socioeconomica e politica nazionale e globale, poi, non aiutacerto. E Giorgia Meloni può comunque rivendicare un longevo primato di popolarità tra i leader politici nazionali. In questa complessa contingenza, la premier e i suoi potrebbero tentare qualcosa, sul piano dell’immagine? Forse qualcosina sì. Facciamo un paio di esempi che hanno visto protagonista il sottosegretario Alfredo Mantovano.

Lo sgombero della tendopoli a Gioia Tauro che ospitava qualche centinaio di braccianti immigrati è stato un’operazione perdimostrare l’efficacia del governo, capace di fare le cose concrete per le quali, ai precedenti esecutivi di colori diversi, mancavano capacità o coraggio. Un messaggio già lanciato da quello in carica con alcune azioni, di efficacia però discutibile: si pensi ai centri per il rimpatrio in Albania, mal progettati e mai decollati, e ai controversi esiti ottenuti a Caivano. Ma soprattutto, mosse simili sono inefficaci dopo quattro anni di esecutivo, quando le opposizioni hanno già tutti i dati per tirare una riga tra promesse e realizzazioni, evidenziando un saldo inevitabilmente negativo.

La precisazione che il riconoscimento facciale previsto nel decreto attuativo dell’AI Act sarà possibile solo dietro autorizzazione del magistrato, invece, è una marcia indietro malamente mascherata: “Era implicito, l’abbiamo solo esplicitato”. Si ripete un copione spesso rappresentato in questa legislatura, l’ostentazione di misure che si rivelano poi bisognose di correzioni per ovviare a problemi tecnico-giuridici. Casistica che fa sospettare una squadra burocratica non all’altezza, l’incompetenza degli uffici di competenza o la mancanza di dialogo tra gli stessi e il vertice politico.

Di suo, Meloni ci aggiunge, presumibilmente per attestare la propria esistenza in vita, una sequela di dichiarazioni pro e contro un po’ stantia. Mario Roggero e Ceuta hanno sostituito Beatrice Venezi e la famiglia del bosco, in questo sforzo propagandistico che insegue sempre una nuova icona da erigere in processione o da additare al pubblico ludibrio. Tattica che, ormai, ha il respiro decisamente affannoso. Un protagonismo meramente retorico che, di nuovo, funziona in campagna elettorale oppure a inizio mandato, non al termine. La fine legislatura, anche se apre labattaglia per il voto, non permette ai governi uscenti di usare le stesse armi verbali usate per entrare.

Con questo, non intendiamo dare alla comunicazione la colpa della scarsità di risultati. Se è ovvio che quanto siamo e facciamo arrivi agli altri mediante un messaggio, è anzi illusorio pensare di recuperare consenso solo a colpi di strategie social impattanti e messaggi efficaci sul mainstream, anziché con azioni e comportamenti virtuosi.

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