Quanto sta accadendo nell’enclave di Ceuta, al confine tra Marocco e Spagna e con la rottura diplomatica tra Madrid e Roma non è un inedito. Di crisi umanitarie e migratorie ne abbiamo già viste parecchie, in Europa ma anche tra Messico e Usa, tra Australia e paesi asiatici. Abbiamo provato a costruire ponti e a inviare navi, a fare accordi e respingimenti ma abbiamo anche ceduto alla pressione, accogliendo nelle parti più ricche del mondo milioni e milioni di persone provenienti da quelle più povere. È un fenomeno di osmosi, di redistribuzione della popolazione sui territori in base alla possibilità di ricchezza. Al netto delle latenti dispute fra Marocco e Spagna dopo il viaggio del premier Sanchez in Algeria.
È fisiologico, è inevitabile, è sempre accaduto nella storia. La patologia contemporanea sta in due aspetti convergenti: la crescita progressiva del divario tra chi sta meglio e peggio e la tendenza di molti soggetti dei paesi avanzati ad approfittare delle migrazioni. Il neoschiavismo dilaga. Industria, servizi, agricoltura, criminalità… non c’è settore economico che non abbia visto crollare il valore del lavoro e che non abbia sfruttato i lavoratori originari dei paesi altri come mercato destinatario dei propri prodotti e servizi. L’immigrato serve al distributore e compra l’automobile usata, è utile due volte. Manovalanza a basso costo e clientela, un combo perfetto.
Ma anche tutto questo non è una novità assoluta. Il progresso materiale dell’umanità è sempre stato un processo tutt’altro che lineare e luminoso, si è alimentato di arricchimenti individuali, di creazioni di lobby ed élite, di masse di cosiddetti disperati che in realtà hanno sperato e cercato il miglioramento delle proprie condizioni con ogni mezzo. Aggirare un confine a nuoto, rischiando di lasciarci la pelle, è solo uno dei tanti. Solo che in passato le masse erano fisicamente più coese nei luoghi di lavoro.
La domanda è se un mondo con più prodotti e servizi, con più ricchezza disponibile, con maggior benessere materiale e con miliardi di donne e uomini che se li contendono in modo tanto convulso, confuso, complesso e talvolta violento sia davvero più felice. Se sia davvero migliore. Oppure se non sia preferibile un mondo leggermente più rassegnato, appena più docile, minimamente disponibile ad accettare le condizioni nelle quali si nasce, vive e muore. A subirle come destino, fato o provvidenza. Se questa pacatezza non sia preferibile all’ansia frenetica di chi trasforma il proprio desiderio, sia pur legittimo, in un diritto da acquisire. O da pretendere.
Una domanda che, ovviamente, non ha risposta certa.




