Alla fine il cosiddetto campo largo, dopo il boato in Aula come se avesse vinto “un mondiale”, secondo la metafora usata in negativo dalla premier Giorgia Meloni, rischia di ritrovarsi vittima della stessa illusione vissuta in grande dopo la vera sconfitta del governo al referendum sulla riforma della giustizia. Ora la speranza di opposizioni divise su tutto, a cominciare da chi sarà il loro stesso leader candidato premier alternativo, si affida alla mini-sconfitta su un emendamento, e non su un voto di fiducia all’esecutivo, alla riforma della legge elettorale seppur su un tema centrale come le preferenze che però già si sapeva che era fonte di divisioni nel centrodestra.
Certamente, come dice Meloni, serve “una riflessione” nella maggioranza e il centrodestra non ha registrato affatto una delle sue migliori performance. Ma, intanto, ieri è passato l’articolo 1, che è il cuore vero della riforma della legge elettorale che stabilisce il premio di maggioranza, per assicurare che chi vince governi e si ponga fine ai “governissimi” che nessuno ha votato, formati nel Palazzo, e si indichi sulla scheda il candidato premier. Con l’obiettivo di impedire quella “palude” che Meloni accusa la sinistra di voler difendere.
Le opposizioni, divise su tutto, esultano per la maggioranza andata sotto l’altra sera solo di un numero, si agita come uno spettro ora la “destra più a destra”, dopo il voto che ieri ha visto FdI votare l’emendamento dei vannacciani per le preferenze, voto insieme ai Moderati di Maurizio Lupi, che rivendicano come FdI di averlo dato per coerenza sul tema preferenze, ma che è francamente difficile vedere in un’alleanza politica organica con Vannacci. O comunque sia, alle opposizioni che chiedono elezioni subito però viene spontaneo chiedere: ma chi è il vostro candidato premier?
Il tutto mentre si vagheggiano esecutivi di transizione a guida tecnica, elezioni anticipate a settembre mettendo a rischio addirittura la legge di Bilancio, e quant’altro. Ipotesi da chiacchiericcio di “carta” bocciate seccamente come non fondate, poco “serie” da un osservatore di area di centrodestra come il direttore del quotidiano Il Tempo, Daniele Capezzone, che è stato a lungo anche un politico, un ex parlamentare di lungo corso che lucidamente e non emotivamente sa decifrare gli umori dell’Aula.
Il centrodestra ha certamente gestito male la faccenda preferenze, ma per quanto riguarda il boato di gioia venuto dal fronte delle opposizioni si può sempre usare il celebre detto che la situazione è grave ma non è seria.



