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Quanto (e come) la Nato spende per la difesa

Il report Nato sulle spese per la difesa aggiornato al 2026. L'analisi di Giovanni Martinelli.

Quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca lo scorso anno non è certo stata una sorpresa il fatto che la NATO sia rapidamente finita nel suo “mirino” per il cronico squilibrio sul piano delle spese per la Difesa degli USA da una parte e quello dei Paesi Europei (più il Canada) dall’altro.

Squilibrio che, va riconosciuto, esiste davvero; tanto che dal punto di vista di alcune capacità operative ben precise (e decisamente importanti), l’apporto degli USA nella difesa dell’Europa rimane fondamentale. Non è infatti un caso che da ben prima di Trump fossero arrivati da Washington inviti più o meno garbati affinché il Vecchio Continente aumentasse il proprio impegno finanziario e, con esso, anche le proprie capacità operative. Quello che cambia ora però sono i toni, evidentemente ben più diretti e talvolta persino accompagnati da minacce.

Ecco dunque che sulla scorta di quanto deciso dal vertice NATO del giugno dello scorso anno e che ha portato alla definizione di nuovi obiettivi di spesa militare (3,5% del PIL dedicato alla c.d. “Core defence”, più l’1,5% dedicato “Defence and security related”) da raggiungere nel 2035, capire come si stanno muovendo i singoli Paesi lungo questo percorso diventa fondamentale. E, di conseguenza, lo stesso rapporto annuale dell’Alleanza Atlantica sulle spese militari finisce con il diventare a propria volta un appuntamento piuttosto atteso.

MA QUANTO È DAVVERO ATTENDIBILE OGGI QUESTO RAPPORTO?

Prima di entrare nel merito delle cifre in esso contenute, alcune considerazioni di carattere generale; necessarie per meglio inquadrare un contesto che peraltro negli ultimi 2 anni appare decisamente “peggiorato”; nella misura in cui il report in questione tende a soffrire sempre più di seri problemi di attendibilità che possono essere fatti risalire ad almeno un paio di motivi.

Il primo è per certi versi “storico”, nel senso che coinvolge il criterio di classificazione di spese per la Difesa adottato da tempo nella NATO che risulta essere composto da un gran numero di voci alcune delle quali, a loro volta, anche troppo generiche. Di fatto, il meccanismo perfetto per permettere a chi è più in difficoltà nel raggiungimento di determinati parametri di spesa, di “giocare” con i numeri. Prova ne sia il fatto che nel 2025 un nutrito gruppo di Paesi che ancora erano al di sotto del vecchio parametro del 2%, lo abbiano “magicamente” raggiunto in occasione del vertice dell’Aja.

Il secondo fa invece riferimento alla scelta di introdurre sempre nel vertice dell’Aja il parametro del 5% che però (come ricordato in precedenza) deve essere separato in spese per “Core defence” e “Defence and security related”. Una formula ambigua, che fornirà spazio a ulteriori “alchimie” contabili e il cui poco valore reale è dimostrato proprio dal fatto che la NATO stessa nel proprio documento praticamente neanche considera la seconda categoria di spese.

Insomma, pur comprendendo che il “ciclone Trump” stia mettendo a dura prova ogni equilibrio fin qui esistente, appare comunque necessario che questa fase così opaca finisca al più presto; e che quindi si possa tornare a ragionare quanto prima su numeri più veri, in modo da avere quadri della situazione più realistici nonché affidabili.

UNO SGUARDO GENERALE SUL 2026

Per quanto riguarda la NATO nel suo insieme, le spese militari totali (USA, Canada e Paesi Europei) raggiungono la somma di 1.809,9 miliardi di dollari. Per dare un’idea del progresso compiuto si ricorda che nel 2015 (anno in cui esse raggiunsero il loro picco negativo di 895,7 miliardi dollari) si è di fronte a un raddoppio. Una volta però introdotto doverosamente un principio di calcolo più realistico, basato cioè sui prezzi costanti, quel progresso si ridimensiona notevolmente; collocandosi pur sempre appena sotto il 50%. Che considerando l’intervallo temporale di 11 anni rimane comunque un dato davvero notevole!

Ma l’aspetto ancora più interessante è un altro; e cioè che questo aumento è stato determinato in larghissima parte proprio da Europa e Canada, che complessivamente (e sempre in termini reali) registrano un aumento di oltre il 120% dei loro stanziamenti per la Difesa nello stesso periodo considerato. Laddove invece l’aumento degli USA è decisamente più modesto. Tanto che il divario che fino a una dozzina di anni fa era enorme (in virtù del fatto che Washington  pesava per il 73% della spesa cumulata di tutta la NATO), ora si molto ridotto (fino al 57%, sempre del totale). Con una prospettiva di prossimo pareggio; come minimo.

Se poi si va a considerare il fatidico tema del rapporto percentuale tra spese per la Difesa e PIL, si osserva che anch’esso è in ulteriore crescita; quello medio della NATO è pari a 2,86% (nel 2015 era al 2,46%) e ancora una volta il dato interessante è la crescita di Europa e Canada che passano dall’1,40% sempre del 2015 al 2,53% attuale (contro il 3,17% degli USA).

Scendendo ancora più nel dettaglio poi, si nota che sono già 5 i Paesi che raggiungono e superano (di molto) il parametro del 3,5% in termini di “Core defense”. In testa c’è la Lituania (5,33%), seguita dall’Estonia (5,1%), dalla Lettonia (4,92%), poi la Polonia (4,68%) e infine Grecia (3,65%), Ma altri (la Danimarca sopratutto) non sono lontani, mentre altri ancora (primo tra tutti la Germania) hanno già piani solidi per raggiungere quella percentuale anche prima della scadenza del 2035.

IL “CASO ITALIA”

Se dell’analisi dei numeri relativi al 2026 si parlerà a breve, diventa interessante soffermarsi prima su quelli dello scorso anno. Come noto, infatti, nel 2025 Governo aveva comunicato alla NATO un valore delle proprie spese militari in netto aumento rispetto a quello del 2024 che però era dovuto solo in parte a un incremento reale delle risorse; laddove invece il più era legato a mere riclassificazioni di voci già presenti nel bilancio dello Stato. Un’operazione che appariva piuttosto “spericolata” già allora e che lo diventa ancora di più oggi alla luce di un paio di novità nel frattempo emerse.

La prima è legata ai maggiori dettagli ora noti su quanto è stato fatto; cioè quali voci sono state riclassificate come spese militari. Nello specifico si parla di: fondo contratti presso il Ministero dell’economia e delle finanze, contribuzioni aggiuntive e pensioni privilegiate, spese dell’Agenzia cybersicurezza nazionale, spese per progetti legati allo Spazio, spese del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti per progetti “dual use”, spese per Forze che concorrono alla difesa nazionale in tempo di guerra (aliquote dei Carabinieri, della Guardia di finanza e della Capitaneria di porto). Praticamente, di tutto e di più!

E a conferma di quanto tale riclassificazione sia incoerente sotto tutti i punti di vista, il fatto che con essa l’Italia diventi il Paese NATO con la maggiore percentuale di risorse destinate alla voce del Personale; chiara indicazione di uno squilibrio nella loro assegnazione e, quindi, di scarsa efficacia delle spesa militare stessa.

La seconda novità che emerge direttamente dal report NATO è l’entità della variazione elaborata dal nostro stesso Paese. Dai 45.315 milioni di € indicati l’anno scorso, si passa ai 47.183 rivisti in questo report; di conseguenza, la variazione rispetto al 2024 diventa ora di ben 13.781 milioni di €. Sennonché, considerando che l’Italia tra il 2019 e il 2020 aveva già proposto un’operazione dalle caratteristiche simili (con un aumento in solo anno di oltre 5.300 milioni di €, privo di qualsiasi corrispondenza nei bilanci della Difesa o di altri Dicasteri), a questo punto si può ragionevolmente stimare che nel complesso 15.000 milioni di € (circa) dell’attuale spesa militare del nostro Paese così come comunicata alla NATO siano, di fatto, l’esclusivo frutto di “artifici contabili”. Un dato davvero impressionante!

Per quanto riguarda infine i valori del 2026, qui si registra una sostanziale coerenza con quanto noto; la somma indicata (48.310 milioni di €, pari al 2,1% del PIL) è in marginale aumento rispetto all’anno precedente. Come già fatto notare in sede di analisi del Bilancio 2026, il Governo aveva infatti impostato una manovra prudente sul fronte delle risorse assegnate al comparto; questo nell’ottica di usufruire poi negli anni a venire degli strumenti messi in campo dalla Ue e cioè il prestito Safe più la Clausola di salvaguardia nazionale.

Proprio le ultime settimane però hanno messo definitivamente in crisi questa costruzione, già fragile in partenza. Complici una serie di fattori (sia di politica interna, sia legati a crisi internazionali), il tema dell’aumento delle spese militari è stato “preso in ostaggio” da quella campagna elettorale permanente che attraversa spesso il Paese. Dando così il via a una sorta di competizione a chi più si schierava contro tale aumento.

Certo, in alcuni casi si percepiscono sfumature diverse, opinioni più strutturate, punti di vista più elaborati; ma alla fine quando si tratta di compiere determinate scelte, e complici evidentemente i sondaggi che raccontano di una maggioranza assoluta di Italiani contrari al riarmo, nessuno (o quasi) appare disposto a pagare il “prezzo politico” di quelle stesse scelte.

E così, già oggi possiamo dire che il 2026 sarà un anno “perso” per la difesa, apertosi all’insegna di possibili svolte che però non sono arrivate e non arriveranno. Tutto è dunque rimandato al 2027 e agli anni successivi; ma senza farsi troppe illusioni. Perché è del tutto evidente che il nostro Paese non è assolutamente ancora maturo su questi temi; e senza tale necessaria maturità, le possibilità di compiere scelte razionali rimangono ridottissime.

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