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leggi elettorali

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Un sommesso consiglio sulla legge elettorale

La lettera di Michele Magno.

 

Caro direttore,

in Italia grande è la confusione sotto il cielo, ma – diversamente dalla Cina di Mao Zedong – la situazione è tutt’altro che eccellente. Anzi, in queste ore sarebbe più preciso definirla di grande caos: parlamentare, politico, istituzionale. La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze è figlia di una maggioranza sull’orlo di una crisi di nervi, iniziata con la sconfitta al referendum sulla riforma della magistratura. Forse allora Giorgia Meloni avrebbe dovuto avere il coraggio di chiamare gli italiani alle urne. Ma, come si dice, cosa fatta capo ha.

Non da oggi il dibattito sulle leggi elettorali è manipolato e fazioso. Non è obbligatorio sapere chi ha vinto la sera stessa delle elezioni. In nessun sistema politico democratico finora esistito, le leggi elettorali hanno mai eletto il governo. In nessuna parte del mondo gli estensori di qualsivoglia legge elettorale si sono mai preoccupati dell’eventualità di un pareggio.

L’obbligo di dichiarare al momento della presentazione dei partiti e delle coalizioni il nome del rispettivo candidato alla presidenza del Consiglio, al di là dell’obiettivo tattico di mettere in difficoltà le attuali opposizioni, contribuisce ad alimentare la deriva personalistica della politica italiana. Opporre il popolo (demos) alle regole (nomos) è, notoriamente, una delle pratiche preferite dai populisti, sia di destra che di sinistra.

La cosiddetta governabilità, se correttamente intesa come virtuosa combinazione tra stabilità politica e efficacia decisionale, non discende mai da una legge elettorale, bensì dalla cultura politica dei partiti, dalla composizione delle coalizioni e  dalla qualità delle leadership.

Lo “Stabilicum” in discussione alla Camera appartiene alla categoria delle leggi elettorali proporzionali con premio di maggioranza. Nella categoria si trovano la legge Acerbo (1923), la “legge truffa” (1953), la legge Calderoli (2005) e la legge Renzi-Boschi (2016). Modelli difficile da ammirare.

Caro direttore,

diceva Alessandro Manzoni che “non sempre ciò che vien dopo è progresso”. Aveva ragione. In questo senso, dopo oltre un assai deludente trentennio di maggioritario “bastardo”, un progresso sarebbe tornare a ciò che c’era prima: proporzionale puro, ma questa volta con sbarramento al cinque per cento.

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