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L’energia nucleare sta vivendo un rinascimento negli Stati Uniti

Negli Usa l’industria nucleare sta vivendo un vero e proprio rinascimento grazie alla domanda di energia dei data center, al riavvio di impianti chiusi, al forte sostegno dell’amministrazione Trump e allo sviluppo di nuovi reattori modulari.

Negli ultimi anni gli Stati Uniti stanno vivendo un vero e proprio ritorno di interesse verso l’energia nucleare.

Utility che riavviano impianti chiusi da tempo, un’amministrazione Trump decisa a spingere per la costruzione di nuovi reattori, decine di startup che sviluppano tecnologie innovative e grandi aziende tecnologiche già pronte a firmare contratti per l’energia che sarà prodotta un giorno: sono questi gli elementi di un quadro in rapida evoluzione che viene descritto in un nuovo report di Bloomberg.

Quella della rete elettrica americana non sarà comunque una trasformazione immediata. Lo sviluppo del nucleare richiede tempi molto lunghi, investimenti enormi e una gestione attenta di rischi e complessità.

Eppure l’attuale congiuntura, segnata soprattutto dall’esplosione dei consumi energetici legati all’IA, sta creando le condizioni per quello che molti definiscono un “rinascimento nucleare”.

Cambio di scenario

Per decenni il nucleare ha rappresentato una colonna portante della produzione elettrica statunitense, garantendo circa un quinto del fabbisogno totale di energia del Paese.

Attualmente sono operativi 94 impianti nucleari distribuiti in 28 Stati, la stragrande maggioranza dei quali entrati in funzione tra gli anni Settanta e Ottanta.

Dopo la rivoluzione dello shale gas e un lungo periodo di domanda stagnante, l’entusiasmo per nuove costruzioni si era spento quasi del tutto. I pochi progetti avviati, come le unità 3 e 4 di Vogtle in Georgia, hanno accumulato ritardi clamorosi e costi più che raddoppiati, proiettando un’ombra su tutto il settore.

Oggi però il contesto è radicalmente cambiato. La crescita impetuosa dei data center per l’IA ha fatto schizzare la domanda di energia, rendendo il nucleare nuovamente attraente.

Secondo le stime dell’Electric Power Research Institute, in uno scenario di forte espansione i data center potrebbero arrivare a consumare il 17% dell’elettricità nazionale entro il 2030, rispetto al 5% attuale. Si tratta di un fabbisogno costante, 24 ore su 24, che si sposa perfettamente con le caratteristiche del nucleare.

I limiti delle altre fonti

Le alternative mostrano punti deboli. Le turbine per nuovi impianti a gas hanno tempi di consegna pluriennali e costi in aumento. Il carbone fatica a competere sul piano economico e appare un investimento rischioso alla luce di possibili futuri cambiamenti di rotta sulle politiche ambientali. Solare ed eolico soffrono di intermittenza e richiedono costosi sistemi di accumulo con batterie per garantire continuità.

In questo quadro, l’opinione pubblica americana si è decisamente ammorbidita rispetto al nucleare: secondo un sondaggio del Pew Research Center, il 59% degli adulti sostiene oramai un maggiore ricorso al nucleare, rispetto al 43% di appena dieci anni fa. Anche diversi Stati stanno riconsiderando i propri divieti storici, segno di un cambiamento culturale profondo.

Riavviare il passato

Di fronte ai tempi lunghi delle nuove costruzioni, molte utility hanno scelto la via più pragmatica: riportare in vita impianti già esistenti.

Holtec International punta a riavviare la centrale di Palisades in Michigan entro la fine dell’anno, grazie al sostegno di fondi statali e federali. A Three Mile Island, in Pennsylvania, Constellation Energy mira al 2027 per il riavvio di un reattore dopo aver siglato un accordo ventennale con Microsoft. Allo stesso modo, NextEra Energy prevede di rimettere in funzione l’impianto di Duane Arnold in Iowa entro il 2029 grazie a un contratto di 25 anni con Google.

Questi progetti dimostrano che, quando possibile, riattivare impianti esistenti è più rapido, meno costoso e meno rischioso rispetto al costruire ex novo.

Le ambizioni dell’amministrazione Trump

L’amministrazione Trump ha fissato obiettivi molto ambiziosi: si punta a quadruplicare la capacità nucleare nazionale fino a 400 GW entro il 2040 e ad avviare la costruzione di almeno dieci grandi reattori entro la fine del decennio.

Per raggiungere questi traguardi sono stati stanziati oltre 80 miliardi di dollari a sostegno della tecnologia Westinghouse, con l’obiettivo di replicare progetti standardizzati e ottenere economie di scala.

Sul fronte burocratico si sta cercando di accelerare i processi: un ordine esecutivo impone alla Nuclear Regulatory Commission di valutare le licenze entro 18 mesi.

Tale spinta deregolatoria solleva tuttavia legittime preoccupazioni sulla sicurezza, soprattutto dopo le indicazioni di rivedere i limiti di esposizione alle radiazioni.

La scommessa dei Small Modular Reactors

La vera innovazione arriva dai reattori modulari di piccole dimensioni (SMR).

Questi reattori, più compatti e assemblabili in sito, promettono maggiore sicurezza, economicità e velocità di realizzazione rispetto agli impianti tradizionali. Molti adottano sistemi di sicurezza passivi basati sulla gravità e su raffreddanti alternativi all’acqua.

Diverse startup tra cui Oklo, TerraPower, NuScale e altre stanno facendo progressi concreti, con alcuni reattori che hanno già raggiunto la criticità nel programma pilota del Dipartimento dell’Energia. Grandi aziende tech come Meta hanno già firmato accordi per acquistare energia da questi progetti.

Nonostante ciò, i primi impianti commerciali probabilmente non entreranno in funzione prima dell’inizio degli anni Trenta e i costi iniziali rimarranno elevati. Il successo dipenderà dalla capacità di industrializzare davvero la produzione.

La fusione nucleare

Accanto alla fissione tradizionale, le big tech stanno investendo anche nella fusione, che in teoria offrirebbe energia pulita senza scorie radioattive a lunga vita.

Gli Stati Uniti stanno attirando miliardi di capitali privati in questo campo. Google, per esempio, ha investito in Commonwealth Fusion Systems e si è impegnata ad acquistare energia dal suo primo impianto commerciale.

I tempi restano però lunghi e incerti: serviranno ancora almeno dieci anni prima di vedere impianti realmente competitivi basati sulla fissione.

Il tallone d’Achille

Un problema spesso sottovalutato riguarda l’uranio. Gli Stati Uniti dipendono pesantemente dalle importazioni di materiale arricchito, con la Russia che fino a poco tempo fa ne copriva una quota significativa.

Il bando introdotto dopo l’invasione dell’Ucraina ha reso urgente la costruzione di una filiera domestica, sia per l’uranio tradizionale sia per l’HALEU richiesto da molti SMR.

L’amministrazione Trump ha stanziato fondi importanti per questo obiettivo, ma la strada per raggiungere l’indipendenza è ancora lunga e richiederà un uso intensivo di capitali.

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