La Cina sta sfruttando le proprie restrizioni sulle esportazioni di terre rare per favorire una vera e propria risalita nella catena del valore industriale.
Grazie al blocco imposto da Pechino, i produttori cinesi di materiali avanzati stanno guadagnando terreno rapidamente, erodendo il tradizionale vantaggio tecnologico delle aziende giapponesi che per decenni hanno dominato le fasi più delicate di raffinazione e trasformazione delle terre rare.
Come sottolinea il Financial Times in un report che affronta il caso, quello che una volta era un rapporto di interdipendenza, con materie prime estratte e fornite dalla Cina, lavorate con alta precisione in Giappone e poi reimportate in Cina per la produzione finale, si sta trasformando in un nuovo equilibrio decisamente più favorevole a Pechino.
Le conseguenze peraltro non si limitano al solo Giappone, perché rischiano di propagarsi anche ai mercati occidentali, creando potenziali strozzature nelle supply chain globali.
Un’arma geopolitica
Le misure restrittive adottate quest’anno dalla Cina non sono frutto di un capriccio, ma rappresentano una risposta mirata alle tensioni geopolitiche con il Giappone.
Tutto risale a quando, nel novembre scorso, la neo-insediata premier giapponese Sanae Takaichi in alcune dichiarazioni ha fatto riferimento ad un possibile coinvolgimento di Tokyo in un ipotetico scenario di conflitto su Taiwan. Pechino ha reagito furiosamente, prima verbalmente e poi, nel febbraio successivo, con una rappresaglia tangibile, estendendo i controlli sulle terre rare a decine di imprese del Sol Levante.
Già l’anno scorso la Cina aveva adottato le stesse misure per rispondere ai dazi aggressivi introdotti dall’amministrazione Trump nel cosiddetto “liberation day”.
In questo quadro, le terre rare si confermano dunque come una potente leva geopolitica nelle mani di Pechino.
La fine di un modello circolare
Fino a tempi recenti il sistema funzionava in modo complementare e stabile: le aziende giapponesi importavano le terre rare dalla Cina, le trasformavano in materiali e componenti ad alto valore aggiunto e rivendevano questi ultimi alle imprese cinesi per la realizzazione dei prodotti finiti.
Oggi questo flusso si è interrotto o quantomeno fortemente rallentato. I fornitori cinesi ora fanno ricorso a produttori nazionali, cogliendo l’occasione per sviluppare competenze interne e ridurre la dipendenza dall’estero.
Questo spostamento è particolarmente evidente nel settore della lavorazione dell’ittrio, uno degli elementi aggiunti alla lista dei controlli cinesi.
La Cina domina oltre il 90% della capacità produttiva globale di ossido di ittrio, sostanza fondamentale per stabilizzare lo zirconio, un materiale versatile utilizzato nella produzione di ceramiche industriali, componenti elettronici e protesi dentali.
Primato giapponese a rischio
Per anni aziende giapponesi come Tosoh, Daiichi Kigenso Kagaku e Shin-Etsu hanno mantenuto una leadership mondiale nella purificazione e nella lavorazione dello zirconio di qualità superiore. La Cina, pur essendo forte nei segmenti medio-bassi del mercato, faticava a competere ai massimi livelli di purezza e performance richiesti dalle applicazioni più avanzate.
Secondo Rao Xinwei, analista di Mysteel con base a Shanghai, i controlli sulle esportazioni di ossido di ittrio hanno creato una finestra storica per le imprese cinesi. Queste stanno ora moltiplicando gli sforzi per conquistare ordini internazionali, perfezionare le proprie tecnologie e ampliare la propria quota di mercato globale.
Il sentiment positivo degli investitori è palpabile: dall’inizio dell’anno le quotazioni di sei società cinesi specializzate in prodotti a base di zirconio e ittrio hanno registrato incrementi che vanno dal 74% fino al 312%.
Divario di prezzi e ripercussioni sulle catene di fornitura
Le restrizioni hanno generato un marcato divario di prezzi tra il mercato interno cinese e quelli internazionali.
In Cina l’ossido di ittrio viene quotato intorno ai 7,88 dollari al chilogrammo, mentre in Europa si arriva a superare i 1.175 dollari. Anche per altri composti di terre rare si registrano differenze significative, seppur meno estreme.
Dal Giappone arrivano segnali contrastanti: secondo fonti del settore, la strozzatura più grave riguarda proprio l’ittrio, mentre per lo zirconio la situazione rimane al momento gestibile.
Tuttavia non mancano le difficoltà. Aidite, importante produttore cinese di materiali e attrezzature per odontoiatria, ha riferito di aver ricevuto da Tosoh una comunicazione circa una futura sospensione delle consegne.
Va sottolineato che la maggior parte delle forniture di zirconio di Tosoh destinate al settore dentale è diretta verso Stati Uniti ed Europa: eventuali interruzioni o ritardi finirebbero quindi per colpire direttamente i clienti occidentali, generando scarsità di prodotto o una maggiore dipendenza dalle alternative cinesi.
Prospettive
Gli esperti concordano sul fatto che gli sforzi degli Stati Uniti per costruire una filiera autonoma di terre rare da mettere a disposizione degli alleati richiederanno anni, se non decenni, prima di poter realmente intaccare il predominio cinese.
Nel frattempo, le imprese cinesi continuano a guadagnare terreno in diversi segmenti. Cory Combs di Trivium China sottolinea che i produttori nazionali di magneti e di altri prodotti a base di terre rare hanno già eguagliato i livelli giapponesi.
Ogni nuovo ciclo di controlli accelera il consumo delle scorte giapponesi, fa aumentare i costi dei concorrenti esteri della Cina e ne rafforza la posizione competitiva.
Potremmo trovarci di fronte ad un processo strutturale destinato a ridisegnare gli equilibri tecnologici in settori strategici come la mobilità elettrica, l’elettronica avanzata e le applicazioni industriali di precisione. A tutto vantaggio di Pechino.




