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L’Italia della longevità chiede un nuovo patto sociale

Dai dati del Rapporto Censis emerge la necessità di ripensare welfare, sanità, assistenza e rapporti tra le generazioni per costruire un Paese davvero a misura di anziani. L’intervento di Francesco Provinciali, componente del comitato tecnico scientifico della Fondazione Varenna per l’infanzia e l’adolescenza

 

Ci sono ricerche che si limitano a descrivere la realtà e altre che aiutano a comprenderla. Il nuovo Rapporto del CENSIS, “Invecchiare nell’Italia della longevità. Come costruire un Paese a misura di anziani”, appartiene certamente alla seconda categoria in quanto non offre soltanto una fotografia dell’invecchiamento della popolazione italiana, ma propone una chiave interpretativa di una delle trasformazioni più profonde destinate a segnare il XXI secolo: l’affermarsi della longevità come nuova stagione della vita e come paradigma sociale, economico e culturale.

Il CENSIS accompagna da sempre l’evoluzione della società italiana attraverso il tradizionale Rapporto annuale sulla situazione del Paese, e giungerà ormai alla sessantesima edizione in questo 2026. 

Accanto a questa fondamentale attività di ricerca, l’Istituto ha progressivamente sviluppato una serie di Rapporti tematici dedicati a specifici fenomeni sociali che rappresentano un prezioso valore aggiunto. 

Se il Rapporto annuale restituisce la visione d’insieme dell’Italia, questi studi monografici ne approfondiscono i singoli aspetti, offrendo una lettura più ravvicinata delle trasformazioni in atto.

Nel contesto più ampio di questa consolidata attività di ricerca, l’Istituto ha infatti progressivamente sviluppato una seconda e altrettanto importante linea di indagine, costituita dai Rapporti tematici, dedicati ad ambiti specifici della trasformazione sociale. Negli ultimi anni sono stati affrontati temi quali la genitorialità, la comunicazione e l’informazione, il welfare, la salute, il piacere, il lavoro, la scuola e le nuove tecnologie. Non si tratta di studi settoriali separati dal Rapporto generale, bensì di approfondimenti monografici che ne costituiscono un prezioso valore aggiunto: se il Rapporto annuale offre la visione d’insieme del Paese, queste ricerche consentono di osservare più da vicino singoli fenomeni, come altrettanti “spicchi” di una realtà complessa, restituendo maggiore profondità all’analisi sociologica e confermando la straordinaria capacità del CENSIS di cogliere i cambiamenti della società italiana mentre essi si producono, in quella sorta di autopropulsione sociale che è la cifra narrativa dell’Istituto di Piazza di Novella a Roma.

Il Rapporto dedicato alla longevità si inserisce perfettamente in questo percorso di ricerca e dunque la scelta del tema appare particolarmente significativa perché l’Italia rappresenta oggi uno dei Paesi più longevi al mondo e, nello stesso tempo, uno dei più esposti agli effetti dell’inverno demografico. Non siamo semplicemente di fronte a un aumento dell’età media della popolazione, ma ad una trasformazione destinata a incidere sul welfare, sulla sanità, sull’organizzazione delle città, sull’economia, sul lavoro, sulle relazioni familiari e, più in profondità, sul modo stesso di concepire il corso della vita.

In questa prospettiva si colloca il Rapporto “Invecchiare nell’Italia della longevità. Come costruire un Paese a misura di anziani”, che affronta uno dei temi destinati a incidere maggiormente sul futuro del Paese. 

Il CENSIS non descrive semplicemente l’invecchiamento della popolazione, ma propone un cambio di paradigma: la longevità non è più soltanto una questione demografica, bensì una nuova condizione sociale che costituisce un aspetto fondamentale di una nuova antropologia culturale, come anticipato in esordio.

I numeri descrivono con chiarezza la portata del fenomeno e sono eloquenti. 

Entro il 2050 gli ultrasessantacinquenni raggiungeranno 18,9 milioni, pari al 34,6% della popolazione, mentre gli ultraottantenni saranno oltre 7,4 milioni e i centenari supereranno quota 60.000. Cresce la speranza di vita, ma non altrettanto quella vissuta in buona salute: a 65 anni restano mediamente poco più di dieci anni senza limitazioni funzionali. Il Rapporto pone quindi una prospettiva da valutare sotto diversi profili di considerazione: se entro il 2050 gli over 65 saranno 18,9 milioni (cioè un italiano su tre), gli ultraottantenni arriveranno a 7,46 milioni e ci saranno oltre 60.000 centenari, occorre intanto tenere presente che il 29,5% degli over 65 vive già oggi da solo. 

Tra gli ultraottantacinquenni la quota sale addirittura al 49,9%: un anziano su due vive solo. Questo, secondo il mio modesto parere, è il dato più impressionante dell’intero Rapporto in quanto questa percentuale non rappresenta soltanto una fotografia demografica ma è la misura di una trasformazione antropologica.

Per secoli la vecchiaia è stata vissuta all’interno della famiglia estesa ma oggi il rischio maggiore non è soltanto la malattia: è la solitudine, in tutte le sue sfaccettature palesi o recondite.

Ed è qui che, secondo me, il Rapporto assume un valore culturale che va ben oltre la statistica.

Con una sottolineatura decisiva: non basta vivere più a lungo, occorre vivere meglio gli anni conquistati.

Come sottolineato da Mons. Vincenzo Paglia bisogna evitare la tentazione di istituzionalizzare gli anziani. Ricordo un passaggio molto lucido di una intervista che avevamo realizzato quando era Presidente della ‘Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria’ e sociosanitaria della popolazione anziana istituita c/o il Ministero della Salute: “Le dirò che a mio avviso sono le nostre famiglie, tutte, e la società nel suo insieme che devono garantire una vecchiaia serena. È oggi necessario, a mio avviso, un ampio e convergente sforzo collettivo perché l’allungamento della vita – la facilità con cui arriviamo e spesso superiamo gli Ottanta ed i Novanta anni – deve portarci a riempire di contenuti questo tempo della vita umana. Non può essere uno spazio svuotato di attività, quasi anticamera della fase ultima, della morte. Ci deve essere una socialità, tempi di vita e di relazione, tempi di attività, e una spiritualità, per convergere verso una visione che dia serenità e benessere alle persone anziane. Per questo come dicevo un elemento fondamentale è la “nuova alleanza” tra le generazioni. Ma non basta. È tutta la società che deve impegnarsi per valorizzare gli anziani, perché gli anziani sono tutti noi, in quanto andiamo tutti verso la prospettiva dell’età che avanza. Allora dobbiamo eliminare il pregiudizio che la condizione di anziano equivalga a sofferenza e solitudine e cominciare a pensare che siamo davanti a una straordinaria opportunità di ampliare non solo la durata della vita ma anche – soprattutto – la qualità della vita. E gli anziani, tutti, portano alla società un “di più” di sapienza e di “vita”, appunto”. (Intervista Mons. Paglia: ”È il tempo di tessere una nuova alleanza tra le generazioni” 01 dicembre 2021 – Il Domani d’Italia)

Accanto alle proiezioni demografiche, la ricerca presenta un’interessante indagine campionaria che consente di cogliere percezioni e aspettative degli italiani. La vecchiaia non viene più identificata con il tradizionale traguardo dei 65 anni: gli intervistati collocano mediamente l’ingresso nella vera anzianità intorno ai 77 anni, segno di una profonda trasformazione culturale. Al tempo stesso emerge con forza il timore della non autosufficienza, indicato come la principale preoccupazione per il futuro, ben più della stessa longevità.

La Ricerca dedica ampio spazio anche al rapporto con il Servizio sanitario nazionale, evidenziando come gli italiani continuino a considerarlo un presidio essenziale di equità sociale, pur chiedendo un deciso rafforzamento della medicina territoriale, dell’assistenza domiciliare e dei servizi di prossimità. La longevità impone infatti un modello di cura sempre meno ospedaliero e sempre più integrato con il territorio.

Di particolare rilievo è l’attenzione riservata ai caregiver familiari, autentico pilastro silenzioso dell’assistenza agli anziani fragili. Il CENSIS mette in particolare evidenza il peso crescente che grava sulle famiglie e la necessità di riconoscere e sostenere questo ruolo attraverso politiche pubbliche più efficaci. 

Parallelamente cresce l’interesse verso le tecnologie digitali, la telemedicina e l’intelligenza artificiale, considerate strumenti capaci di favorire autonomia, sicurezza e permanenza al domicilio, purché non sostituiscano la relazione umana. La terza età rischia di diventare una sorta di ‘atollo’ della precarietà esistenziale e dell’isolamento poiché spesso le è precluso – all’atto pratico – l’accesso alla fruizione delle strumentalità tecnologiche che diventano sempre più criptiche e di complessa manipolazione, con una evidente sovraesposizione al pericolo delle umilianti e vergognose truffe informatiche.

Il capitolo più significativo riguarda tuttavia la solitudine, destinata a diventare una delle grandi questioni sociali dei prossimi decenni. Come anticipato nella citazione dei dati statistici quasi un ultraottantacinquenne su due vive oggi da solo e questo riguarda soprattutto le donne, tendenzialmente più longeve: un dato che non descrive soltanto una condizione abitativa, ma il progressivo indebolimento delle reti familiari e comunitarie. La solitudine emerge così come una nuova forma di fragilità, capace di incidere sulla salute, sul benessere psicologico e sulla qualità della vita quanto e talvolta più della malattia. È probabilmente questo il messaggio più forte del Rapporto: costruire una società della longevità significa anzitutto ricostruire relazioni, contrastare l’isolamento e promuovere una cultura della prossimità.

Gli ospiti della presentazione dell’evento sono stati particolarmente brillanti e comunicativi: Elsa Fornero – Professore onorario di Economia Università di Torino (in collegamento da Venezia dove partecipava ad un Convegno sulla “Longevity”), Emanuela Notari – Longevity Strategist Intoo GiGroup, Mons. Vincenzo Paglia – Presidente emerito Pontificia Accademia per la Vita, Alessandro Rosina – Professore ordinario di Demografia all’Università Cattolica di Milano, hanno portato un contributo conoscitivo ed esperienziale di altissimo livello. 

I loro interventi che hanno accompagnato la presentazione del Rapporto hanno infatti ulteriormente arricchito la riflessione. Elsa Fornero ha richiamato la necessità di ripensare previdenza e lavoro alla luce dei nuovi equilibri demografici,  Alessandro Rosina ha collocato la longevità nel quadro dell’inverno demografico italiano,  Emanuela Notari ha illustrato le opportunità della longevity economy, mentre Mons. Vincenzo Paglia ha riportato il dibattito sul piano antropologico, ricordando come la dignità della persona anziana e il contrasto alla “cultura dello scarto” costituiscano la misura della civiltà di una comunità.

Il merito maggiore del CENSIS consiste proprio nell’aver spostato l’attenzione dalla vecchiaia alla longevità. Non una stagione di inevitabile declino, ma un tempo nuovo della vita, ricco di potenzialità, che richiede politiche innovative e una diversa sensibilità culturale. La vera sfida non è soltanto aggiungere anni alla vita, ma aggiungere vita agli anni. È questa, in definitiva, la prospettiva che il Rapporto consegna al dibattito pubblico e che interpella istituzioni, comunità e cittadini.

La presentazione del Rapporto da parte della ricercatrice area consumi, mercati e welfare del CENSIS dott.ssa Chiara Ryan, arricchita dunque dagli interventi descritti, ha ampiamente considerato l’orizzonte della riflessione. Ciascuno, dal proprio punto di vista, ha mostrato come la longevità costituisca una delle grandi sfide del nostro tempo: economica e previdenziale, demografica, organizzativa, ma anche antropologica e morale. È proprio da questo intreccio di prospettive che emerge la necessità di considerare la longevità non come un’emergenza da gestire, bensì come una conquista della civiltà da accompagnare con lungimiranza, innovazione e responsabilità.

Nell’immaginario collettivo e nelle analisi degli esperti nel vasto concerto delle discipline antropologiche si pone una giusta enfasi sulle difficoltà che le età dell’infanzia e dell’adolescenza incontrano nella fase di crescita verso la vita. Altrettanto urgente, importante e decisivo – visto il trend demografico – risulta essere il doveroso riguardo che la cd. ‘terza età’ attende e merita.

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