Il Roberto Vannacci nato nel 1968, anno italiano della rivoluzione giovanile studentesca, figlio dunque di quella stagione di ribellione, cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica e fino al 2021 pieno di medaglie ed encomi miliari, è un caso singolare. La carriera politica gli è sembrata la strada da percorrere cogliendo la fiducia di Salvini leghista e politico di aspirazioni un po’ confuse, di comandante supremo di un esercito o di un popolo separatista nordista.
Storicamente, entrambi – Vannacci e Salvini – fanno riferimento ai capitani di ventura che tra il XIV e il XVI secolo guidavano le compagnie mercenarie trasformate poi da un autentico leader come Bossi in un partito che ora è al governo e che per nostra fortuna ha tra le sue fila persone ragionevoli, colte, che sanno amministrare la cosa pubblica come Zaia, Giorgetti, Fedriga.
Vannacci è diverso: irruento e militarizzante – ahinoi! – ha dimostrato un sentimento e un atteggiamento di conquista del potere e recentemente avversione, discriminazione o rifiuto nei confronti del genere femminile negando questa condizione e palesando come a volte la psiche lavori in modo strano, con una disposizione individuale e di natura emotiva che sottolinea la differenza tra il suo gruppo di appartenenza, screditando tutte le virtù degli altri e magari tipicamente anche quelle femminili, sorridendo continuamente e cinicamente.
Questa visione si associa velocemente ad una concezione rigida e stereotipata dei generi: l’uomo forte ed erudito, la donna debole e magari – perché no – molto sottomessa. Lui sembra aver l’assoluta certezza di dover dominare il popolo, e non solo, con le buone o le cattive e con la vendita di libri distribuiti a fini elettorali redatti da un sagace editor. Le sue intenzioni non sono tanto “delicate”, ma impone la sua dottrina tentando di sedurre il popolo italiano proprio per esercitare la sua superiorità. Sedurre diventa sinonimo di conquista, di possesso di una persona che si deve piegare alla volontà e al fascino di un uomo: insomma, un militare passato all’attacco del popolo, evidenziando nelle sue parole un chiaro disturbo della personalità narcisistica.
Che la strada verso la parità di genere è lunga e tortuosa, anche in ambito militare, lo sappiamo perché passi importanti sono stati fatti dal 1919, dove finalmente le donne in Italia sono state libere di scegliere qualsiasi percorso professionale nel settore pubblico come nel privato, ma con delle eccezioni. Ma, ma… con gli impieghi attinenti alla difesa militare dello Stato – l’accesso a questo ambito ha richiesto più tempo e numerosi step legislativi – il via libera è arrivato solo 26 anni fa, nel 2000. La legge che ha permesso il reclutamento femminile risale infatti, per la precisione, al 20 ottobre del 1999 (n. 380). Così il nostro Paese si è allineato a quella che era già una prassi consolidata negli altri Stati della Nato, pur sapendo che abbiamo percentuali ancora basse, che non rispecchiano la composizione della società e che mostrano come molta strada sia ancora da fare, in termini di inclusione e parità di genere e soprattutto se abbiamo dei soggetti come Vannacci. Se ne è uscito con la sola smania di forgiare una terminologia che non è una strategia ma una bulimia di sinonimi, riformulare intere frasi per modificare il senso delle parole come “remigrazione coatta”, che la Presidente Meloni ha battezzato prima di lui come necessità di una strategia nazionale ed europea come progressivo rimpatrio di immigrati clandestini.
E sappiamo che, oltre che impegnarci nella politica economica, dovremmo “educare sobriamente e decisamente“ anche coloro che tentano di riportare alle lancette del ‘900 la condizione femminile dopo anni di impegno, che quest’anno è celebrato concretamente con gli 80 anni della Repubblica Italiana e con il voto femminile conquistato nonostante le tentazioni costanti di “bruti individui e un humus barbarico” che ancora sistematicamente ci vuole trascinare indietro e magari appunto – come è evidente giornalmente – toglierci di mezzo.
Il femminicidio non è un delitto come un altro e anzi abbiamo stabilito una legge, se pur lasca, per lo specifico delitto. Quando un uomo ha identificato la sua viralità nel predominio soprattutto tra le mura di casa per paura di smarrire la sua dominanza su una persona che considera di sua proprietà, la sua collera vendicativa lo porta a farla tacere. La tragedia della dominanza maschile si evidenzia nei giovani, soprattutto se si sentono addirittura seguaci di personaggi folcloristici pericolosamente modelli di malesseri identitari che la fanno franca e addirittura esercitano un potere di sopraffazione – conduttori di una rivincita di un popolo in cerca costante di equilibrio politico – e si sentono assolti da modelli che “fanno carriera” promettendo ciò che il popolo saggio da lui è difficile che possa aspettarsi.
Avere una regolamentazione del femminicidio è saggio per riconoscerlo dagli altri delitti e dalle fattispecie che il codice penale ha deciso di individuare e punire per distinguerne la gravità della furia della violenza. Abbiamo ancora tanta strada da percorrere per insegnare alle giovani mamme e alle insegnanti che sono diventate donne autonome che alle nostre generazioni e sui luoghi di lavoro il rispetto della differenza è il valore della libertà. È fondamentale ancora oggi rilanciare con grande determinazione l’impegno sociale-educativo che ci accompagna e che lasciamo ai giovani nonostante i rigurgiti misogini di personaggi in cerca d’autore.







