In attesa di qualche aiuto mediatico anche del presidente americano Donal Trump, libero dal rapporto una volta speciale con la premier Giorgia Meloni e i suoi fratelli d’Italia, il generale dell’estrema destra Roberto Vannacci può dunque contare da oggi a tempo pieno sull’ex ministro Gianni Alemanno. Che esce dal carcere per traffico d’influenze e violazione delle norme di restrizione che gli consentivano di scontare la pena fuori, dichiarandosi sarcasticamente “disertore”, avendo vissuto un anno, cinque mesi e ventiquattro giorni come testimone dell’abuso che se ne fa in Italia per le condizioni in cui vive la generalità dei detenuti.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella avrebbe potuto risparmiare ad Alemanno quest’’anno e mezzo a Rebibbia graziandolo. “Ma io non sono Nicole Minetti”, ha detto l’ex sindaco di Roma unendosi in qualche modo alla campagna ostile del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, smentita dalla magistratura milanese – ripeto, milanese – dopo un supplemento d’indagini sulla nuova vita dell’ex igienista dentale e altro del compianto Silvio Berlusconi. Supplemento praticamente imposto da un Mattarella tentato dal ripensamento per il clamore delle presunte rivelazioni del giornale più viscerale, diciamo così, che si stampi in Italia.
Ex camerata di una Meloni ancora adolescente, militante dell’ancora Movimento Sociale di Gianfranco Fini sdoganato nel 1994 da Berlusconi sino a fargli cambiare nome, a fiamma tuttavia immutata, Alemanno sembra essere considerato da Vannacci una risorsa. Ma dubito che lo sia o possa diventarlo davvero. Penso, al contrario, che la coppia Vannacci-Alemanno, col Futuro nazionale del generale associato all’Indipendenza sovranista del finalmente ex detenuto, costituirà per la Meloni un’altra opportunità, dopo quella offertale dalla villania di Trump, per piacere di più ai moderati, in Italia e in Europa, e di meno ai reazionari travestiti da conservatori.
Il campo del centrodestra potrebbe risultare più omogeneo e credibile, e saldo anche nei numeri per la capacità di espansione al centro, di un campo tanto largo, come quello dell’aspirante alternativa, quanto arido. E devastato dalle troppe ambizioni che lo percorrono, come il terreno dai cinghiali.







