In oltre sessant’anni, il programma nucleare iraniano ha attraversato monarchie, rivoluzioni, guerre, sanzioni e negoziati internazionali. È sopravvissuto alla caduta dello Scià, agli otto anni di guerra con l’Iraq, alle pressioni occidentali, agli omicidi mirati di scienziati e, più recentemente, ai bombardamenti israeliani e statunitensi del 2026 che – secondo Trump – avrebbero “completamente e totalmente obliterato” il nucleare di Teheran.
Nato come progetto energetico civile, si è progressivamente trasformato in uno dei dossier geopolitici più delicati del pianeta. E, ancora oggi, la domanda che divide diplomatici, militari e servizi di intelligence resta la stessa: nessuno, infatti, si chiede più se l’Iran voglia davvero costruire testate atomiche e montarle sui missili a medio raggio. Piuttosto, la domanda è: una volta pronte le armi nucleari, gli Ayatollah le lanceranno immediatamente su Israele, cancellando per sempre l’unica democrazia del Medio Oriente e scatenando una catastrofe globale, oppure il loro obiettivo è ottenere la capacità di deterrenza nucleare senza oltrepassare il punto di non ritorno?
Probabilmente, anche nei profondi bunker iraniani, i vertici militari e civili si stanno ponendo la stessa domanda, probabilmente azzannandosi fra di loro. L’assenza di un vero leader utilizzabile (la teorica nuova guida suprema Mojtaba Khamenei non si è mai fatto vivo, né di persona, né in video e nemmeno con un audiomessaggio o un manoscritto firmato di suo pugno), rende la situazione ancora più pericolosamente magmatica dato che non si sa se c’è una vera – quanto nascosta – autorità riconosciuta dai vertici, o se ognuno di loro sta procedendo per suo conto portando avanti la sua personale agenda.
Dall’“Atoms for Peace” dello Scià alla rivoluzione islamica
Le origini del programma nucleare iraniano risalgono agli anni Cinquanta. Nel 1957 Teheran aderì al programma statunitense “Atoms for Peace”, promosso dall’amministrazione Eisenhower. All’epoca, l’Iran era uno stretto alleato degli Stati Uniti e nessuno immaginava che, pochi decenni dopo, sarebbe diventato uno dei loro principali avversari.
Nel 1967 Washington fornì a Teheran un piccolo reattore di ricerca da 5 MW, installato presso il Centro nucleare di Teheran e alimentato con uranio altamente arricchito.
Negli anni Settanta, lo Scià Mohammad Reza Pahlavi elaborò un programma estremamente ambizioso. Forte delle enormi entrate petrolifere, prevedeva la costruzione di 23 reattori nucleari per una capacità complessiva superiore a 20 GW. L’obiettivo era liberare petrolio e gas dall’impiego interno e destinarli esclusivamente all’esportazione, mentre l’esigenza domestica di energia sarebbe stata soddisfatta esclusivamente dalla fissione nucleare pacifica.
Nel 1974 venne istituita l’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran (AEOI). La tedesca Siemens-KWU iniziò la costruzione di due reattori da circa 1.300 MW a Bushehr, e la Francia garantì a Teheran una partecipazione del 10% nel consorzio Eurodif, destinato all’arricchimento dell’uranio.
Poi arrivarono la rivoluzione islamica del 1979 e la crisi degli ostaggi all’ambasciata americana. La maggior parte dei tecnici, degli ingegneri e degli scienziati occidentali lasciarono il Paese, una minoranza che aveva fiutato l’occasione di arricchirsi cambiò bandiera per farsi coccolare dal nuovo regime; i contratti internazionali furono annullati e il programma nucleare sembrò destinato – almeno apparentemente – a scomparire.
La guerra con l’Iraq e la rinascita del programma
La guerra contro Saddam Hussein cambiò tutto. Tra il 1980 e il 1988 le installazioni di Bushehr furono bombardate ripetutamente dagli attacchi aerei e dai missili guidati iracheni, e Teheran maturò la convinzione che la sopravvivenza del regime richiedesse una maggiore autosufficienza tecnologica. Dichiaratamente pacifica ma – sempre più esplicitamente – anche militare.
Negli anni Novanta, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la Russia divenne il principale partner nucleare dell’Iran. Nel 1995 Mosca firmò l’accordo per completare il primo reattore di Bushehr, che sarebbe entrato in funzione soltanto nel 2011.
Nel frattempo, l’Iran sviluppò progressivamente l’intero ciclo del combustibile nucleare. Vennero realizzate le miniere di pechblenda di Saghand da cui ricavare uranio, gli impianti di lavorazione di Ardanak e di conversione di Isfahan per ottenere e lavorare la yellowcake di uranio, il centro di produzione dell’acqua pesante di Arak e, soprattutto, il gigantesco complesso di arricchimento di Natanz.
Nel 2002, l’opposizione iraniana in esilio rese pubblica l’esistenza di Natanz e Arak. Fu l’inizio della lunga crisi con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e con le potenze occidentali.
L’AIEA accertò che per quasi vent’anni Teheran aveva condotto attività nucleari clandestine, facendo fessi gli ispettori che ignoravano completamente l’esistenza stessa di interi impianti. Cominciò così una lunga stagione di ispezioni, risoluzioni ONU e sanzioni economiche.
Centrifughe, uranio arricchito e il compromesso del 2015
Il cuore del programma iraniano è sempre stato l’arricchimento dell’uranio.
L’uranio naturale contiene appena lo 0,7% di U-235. Per alimentare una centrale nucleare occorre raggiungere concentrazioni comprese tra il 3 e il 5%; per costruire una bomba atomica occorre arrivare al 90%.
La separazione isotopica avviene attraverso lunghe batterie di ultracentrifughe che ruotano a velocità prossime ai 70.000 giri al minuto. Il processo è lungo e consuma una quantità enorme di energia. Per questo, l’esistenza di grossi impianti termoelettrici, in zone che non ne giustificano grandi consumi civili, è spesso il primo segnale che, da qualche parte la sotto, covano lunghe batterie di centrifughe in piena attività.
L’Iran iniziò con le IR-1, derivate dal progetto pakistano P-1, per poi sviluppare modelli più sofisticati come IR-2m, IR-4, IR-6 e IR-8. Tra il 2006 e il 2013 il numero delle centrifughe installate superò le 19.000 unità.
Le sanzioni internazionali colpirono duramente l’economia iraniana, contribuendo all’elezione del presidente Hassan Rouhani e all’apertura dei negoziati con Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito e Germania.
Il 14 luglio 2015, nacque il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA).
L’accordo limitava l’arricchimento al 3,67% (il minimo sindacale necessario per impieghi esclusivamente civili), riduceva le centrifughe operative da circa 19.000 a poco più di 5.000, imponeva la trasformazione dell’impianto sotterraneo di Fordow in centro di ricerca e ridisegnava il reattore ad acqua pesante di Arak per impedirne l’impiego militare.
In cambio, venivano revocate molte sanzioni internazionali.
E per alcuni anni il sistema funzionò.
Il ritorno di Trump e il progressivo collasso del JCPOA
Nel maggio 2018, Donald Trump decise unilateralmente di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo, giudicandolo troppo favorevole a Teheran. Le sanzioni furono reintrodotte e l’economia iraniana entrò nuovamente in difficoltà.
L’Iran reagì gradualmente abbandonando a sua volta i limiti previsti dal JCPOA.
Nel 2021 iniziò ad arricchire uranio al 20%.
Successivamente raggiunse il 60%, un livello che tecnicamente rappresenta già circa i nove decimi del lavoro necessario per arrivare all’uranio di grado militare.
Nel frattempo, l’AIEA denunciava crescenti difficoltà nelle attività di monitoraggio e verificava l’indiscutibile – quanto ingiustificabile – presenza di particelle di uranio arricchito in siti non dichiarati.
Secondo la World Nuclear Association, prima della guerra del 2026 le scorte iraniane comprendevano 2.391 chilogrammi di uranio arricchito al 2%, 6.024 chilogrammi al 5%, 184 chilogrammi al 20% e circa 441 chilogrammi arricchiti al 60%.
Proprio questi ultimi rappresentano la principale preoccupazione degli analisti occidentali: portare materiale già arricchito al 60% fino al livello del 90% richiede infatti tempi relativamente brevi. In teoria, quella quantità sarebbe sufficiente per ottenere materiale fissile destinato a circa undici ordigni nucleari, da lanciare coi missili balistici di cui già dispone Teheran. Fra questi, il Shahab-3 ed il Khorramshahr sono in grado di colpire obiettivi fino a 2000 km di distanza.
Ma anche le frazioni a più basso arricchimento destano forti preoccupazioni proprio perché, nonostante l’arricchimento ancora basso, si trovano molto avanti lungo il percorso che porta a uranio di grado militare.
La guerra del 2026 e il nuovo accordo
L’ultima guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran ha colpito duramente il programma nucleare.
Gli impianti di Isfahan hanno subito danni significativi: sono stati attaccati laboratori chimici, strutture per la conversione dell’uranio e siti dedicati alla produzione delle centrifughe avanzate. Anche altre infrastrutture nucleari sono state bersaglio delle operazioni israeliane e americane. Trump ha più volte raccontato che il programma nucleare iraniano era stato definitivamente azzerato dai bombardamenti mirati, garantendo che Teheran non avrebbe mai potuto ricostruirlo. Ma la realtà oggettiva sembra, ancora una volta, ben diversa dagli sfoghi sui social dell’uomo più potente della Terra.
Intanto l’unica cosa certa è che Bushehr, la sola centrale elettronucleare in funzione, è rimasta invece fuori dagli attacchi: le analisi satellitari mostrano inequivocabili immagini ed impronte termiche che ne dimostrano la piena attività anche in tempo di guerra.
Ma il problema più grande è un altro.
Nessuno sa con precisione dove siano finite le scorte di uranio arricchito e in quale stato si trovino le migliaia di centrifughe necessarie per proseguire il programma. Distrutte? Irrimediabilmente sepolte sotto decine di metri di roccia? Facilmente dissotterrabili o meno? Intatte e nascoste da tutt’altra parte? L’AIEA, ormai da mesi, non è in grado di fornire una analisi completa della situazione.
Nelle ultime ore Washington e Teheran hanno firmato un memorandum preliminare di quattordici punti, che ha congelato le ostilità e aperto una finestra negoziale di sessanta giorni. L’intesa prevede la riaffermazione da parte iraniana dell’impegno a non sviluppare armi nucleari – almeno per i primi 60 giorni – e una cooperazione con l’AIEA nella gestione dell’uranio arricchito accumulato. Sono inoltre previsti alleggerimenti delle sanzioni e un progressivo reinserimento dell’Iran nei mercati energetici internazionali.
Resta però irrisolto il nodo centrale.
Gli Stati Uniti pretendono garanzie verificabili e durature. L’Iran continua invece a considerare l’arricchimento dell’uranio “un diritto sovrano e irrinunciabile” – ed è proprio qui che emerge il paradosso di tutta questa storia.
Dopo sessant’anni di crisi, rivoluzioni, sanzioni e guerre, Washington e Tel Aviv hanno dimostrato di poter rallentare il programma nucleare iraniano, ma non di poterlo eliminare per sempre. Dall’altra parte, i molti dirigenti della Repubblica Islamica sembrano aver maturato la convinzione opposta: in un Medio Oriente sempre più instabile, la capacità di arrivare rapidamente alla bomba può rappresentare – se non la distruzione dello Stato Ebraico, nemico di sempre – almeno la migliore assicurazione sulla sopravvivenza del regime islamico stesso.
Se così fosse, la guerra che – forse – si sta ora concludendo, avrebbe prodotto un risultato paradossale: non l’abbandono dell’opzione nucleare, ma la sua ulteriore legittimazione agli occhi di Teheran.
E, ancora una volta, il problema fondamentale resta immutato: come impedire all’Iran di raggiungere la soglia atomica senza convincerlo che è il momento buono per attraversarla.




