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Export, ricerca e meno burocrazia, ecco gli ingredienti della competitività farmaceutica

L’industria farmaceutica si conferma uno dei comparti trainanti del Made in Italy, con un export che cresce nonostante guerre, tensioni commerciali e instabilità internazionale. Per mantenere questo posizionamento, però, è necessario investire in modo costante e accelerare i processi decisionali attraverso riforme strutturali, sia in Italia che in Europa.

“L’industria farmaceutica è il polmone, è il cuore della crescita manifatturiera italiana”, ha detto Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, in apertura del talk “Farmaci, la sfida della competitività tra innovazione e sostenibilità”, descrivendo il settore come uno dei nuovi assi strategici dell’industria italiana. Un passaggio ripreso anche da Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, che ha inserito l’economia della salute tra i nuovi comparti crescenti del Made in Italy, accanto alle tradizionali 5A — alimentazione, abbigliamento, arredo, automazione e auto.

FARMACEUTICA: IL MOTORE STRATEGICO DEL MADE IN ITALY

“Oltre 4 miliardi e mezzo investiti ogni anno tra scienza, ricerca clinica e tecnologia industriale”, ha ricordato Cattani, presidente di Farmindustria, spiegando come oggi il settore rappresenti uno dei principali motori industriali del Paese. Nel 2025 la farmaceutica ha raggiunto infatti 74 miliardi di euro di produzione industriale e circa 70 miliardi di export, con una crescita dell’occupazione di quasi due punti percentuali rispetto all’anno precedente e un ruolo sempre più centrale anche nel Centro-Sud, diventato “il primo serbatoio di produzione industriale ed export”. Il comparto continua a sostenere competitività, innovazione e attrattività industriale in una fase particolarmente complessa per l’economia globale. Un quadro richiamato anche dal ministro Urso, che ha sottolineato come nel 2025 — “un anno orribile tra guerre commerciali e conflitti armati” — le esportazioni italiane siano cresciute del 3,3% a livello globale e del 7,2% verso gli Stati Uniti, “la migliore performance tra tutti i Paesi europei”. Una dinamica che, secondo il ministro, ha permesso all’Italia di raggiungere il Giappone come quarto Paese esportatore mondiale.

USA E CINA ACCELERANO, L’EUROPA DEVE RIDURRE I RITARDI

In un contesto in cui gli Stati Uniti stanno ridefinendo la propria strategia industriale e sanitaria — anche attraverso il modello Most Favored Nation, già emerso in passato ma tornato centrale con l’amministrazione Trump — il settore farmaceutico si trova dentro una competizione globale sempre più forte. “Gli Stati Uniti hanno deciso di cambiare le sorti mondiali della ricerca e sviluppo”, ha detto Cattani, spiegando come Washington stia lavorando per rafforzare la propria sovranità industriale e ridurre le dipendenze esterne. Allo stesso tempo, ha aggiunto, “la Cina è diventata un player mondiale a livello degli Stati Uniti nella ricerca clinica”, mentre India e Cina restano centrali sia per gli ingredienti attivi sia per diverse materie prime strategiche. Da qui la necessità, ribadita più volte durante il confronto, di ridurre la dipendenza europea dalle filiere esterne e difendere ricerca clinica e innovazione. Il nodo, però, non è solo produttivo ma riguarda anche la capacità di portare rapidamente le terapie ai pazienti, soprattutto in Europa, dove la lentezza regolatoria continua a rappresentare uno dei principali limiti competitivi. “Noi nel 2026 non abbiamo per i cittadini italiani un meccanismo di early access”, ha osservato il presidente di Farmindustria, citando anche i tempi medi di approvazione e rimborso dei farmaci in Italia: “Oggi siamo a 439 giorni di media di approvazione nazionale”. 

Il tema riguarda anche la tutela dei brevetti in sede europea e il nodo del payback, il sistema che obbliga le aziende farmaceutiche a coprire parte dello sforamento della spesa pubblica per i farmaci. Una misura definita dal presidente di Farmindustria come “una tassa sopra le tasse” perché “l’industria non può sopperire in maniera strutturale alle risorse del sistema pubblico”. Il rischio quindi sarebbe quello di frenare investimenti e competitività in un settore che richiede tempi lunghi e forti risorse per ricerca e sviluppo.

COME RESTARE COMPETITIVI

Su come mantenere l’attrattività del sistema italiano, il confronto ha messo insieme due piani: da un lato le politiche industriali e gli investimenti, dall’altro la capacità di riconoscere il valore dell’innovazione dentro il sistema sanitario. Per il ministro Urso è necessario continuare a tutelare gli investimenti in ricerca e innovazione e difendere il tema dei brevetti in sede europea. Il ministro ha ricordato come l’economia della salute sia stata inserita tra i comparti strategici del piano “Made in Italy 2030” e ha rivendicato il lavoro del governo sul fronte dell’attrattività industriale. “L’industria farmaceutica è diventata un comparto trainante delle nostre esportazioni”, ha detto, citando anche gli investimenti avviati in Italia da Novo Nordisk e le misure di semplificazione attivate per i grandi investimenti strategici.

Per il direttore dell’Ufficio relazioni internazionali di Aifa, Armando Magrelli, invece, è necessario “rimettere al centro il valore del farmaco e non parlare più di prezzi”. “Non possiamo creare una dicotomia tra prezzo e valore”, ha spiegato il direttore dell’Ufficio relazioni internazionali di Aifa, sottolineando come “il valore del farmaco si costruisce sin dalla ricerca”. Una separazione troppo rigida tra sostenibilità economica e innovazione, secondo il direttore di Aifa, rischierebbe infatti di compromettere la capacità di investimento e sviluppo del settore.

In chiusura, il presidente di Farmindustria è tornato sul ruolo della ricerca clinica, definita “essenziale”, e sulla necessità di usare meglio i dati sanitari per misurare l’impatto reale dell’innovazione. L’obiettivo, ha spiegato, è superare una lettura solo contabile della spesa farmaceutica e valutare invece i benefici prodotti sul sistema sanitario, dalla riduzione dei ricoveri alla programmazione delle cure. Da qui l’invito ad aprire anche culturalmente il sistema alle nuove tecnologie, per “dimostrare il valore di ogni investimento”.

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