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I sogni europeisti di Draghi si possono realizzare con le anatre zoppe Starmer, Macron e Merz?

Le invocazioni europeiste di Draghi e la realtà dei Volenterosi... Il corsivo di Francesco Cundari tratto dalla sua newsletter.

Non è facile dire dove saremmo oggi se dinanzi alla svolta annunciata dall’assalto di Donald Trump a Volodymyr Zelensky nello Studio ovale e poi dalle sue minacce di prendersi la Groenlandia alcuni leader europei – primi tra tutti il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier britannico Keir Starmer – non avessero fronteggiato la situazione, dando vita a quell’avanguardia che con una cattiva traduzione chiamiamo dei volenterosi (io avrei detto semmai dei volontari, che avrebbe avuto anche il vantaggio di distinguerla dalla precedente «coalition of the willing» impegnata in Iraq, ma ormai mi sono arreso).

Di sicuro staremmo, tutti, molto peggio di come stiamo oggi. Questo è talmente evidente che da ultimo se ne è accorta persino Giorgia Meloni, dopo avere snobbato per mesi le iniziative dei volenterosi pur di compiacere Trump, salvo dover poi ringraziare il cielo che qualcun altro aveva nel frattempo costruito e tenuto in piedi l’alternativa, quando è apparso chiaro anche a lei quanto la linea dell’amministrazione statunitense non fosse conciliabile in nessun punto con gli interessi europei e ancor meno con gli interessi italiani.

Resta un fatto piuttosto sorprendente che tutti e tre i principali leader europeisti che si sono dimostrati all’altezza della sfida più difficile della nuova epoca navighino attualmente, in patria, in pessime acque. Se ne potrebbe dedurre semplicemente che la difesa dell’Europa non sia così popolare presso le opinioni pubbliche dei singoli paesi e che questo sia il motivo delle difficoltà interne dei volenterosi, ma è vero l’esatto contrario, sia perché, in generale, l’Unione europea non è mai stata così popolare dentro e fuori dai suoi confini (ne ho già parlato più diffusamente qui), sia perché spesso questi leader, forse solo con la parziale eccezione di Merz, hanno avuto proprio nella politica estera il loro punto di forza: è di sicuro il caso di Starmer, il più in difficoltà dei tre, in una Gran Bretagna in cui la necessità di difendere l’Ucraina e l’obiettivo di riavvicinarsi all’Unione europea dopo il disastro della Brexit sono largamente condivisi dall’opinione pubblica.

Quale che sia dunque la spiegazione di questo stato di cose – ammesso che non si tratti semplicemente di una coincidenza, o forse neanche di questo, perché in fondo nella politica democratica di oggi l’eccezione è il leader forte e pienamente legittimato, non il contrario – sta di fatto che il discorso pronunciato ieri da Mario Draghi, ricevendo il premio Carlo Magno, per quanto convincente, sembra destinato a non poter uscire da un tale circolo vizioso: l’ex presidente della Bce invoca uno scatto di volontà politica su tutte le questioni centrali di questa difficile fase, ma proprio i leader europei che più di tutti hanno dato prova di operosa consapevolezza in tal senso, i volenterosi, sono anche quelli che appaiono oggi più deboli, per ragioni diverse, in crisi di consensi se non proprio di legittimità.

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