Con l’ultima petroliera transitata dallo Stretto di Hormuz il 28 febbraio, il sistema globale ha cambiato natura: non più uno shock di flusso, ma un problema di esaurimento progressivo delle scorte. La variabile critica non è solo il volume mancante: è il tempo. E il tempo lo dettano le rotte marittime.
La sequenza geografica del contagio
Il Golfo Persico rifornisce il mondo con tempistiche molto diverse a seconda della destinazione. L’Asia meridionale riceve i carichi in 10-20 giorni, l’Europa e l’Africa in 20-35, la costa del Golfo americano in 35-45. Lo shock si propaga quindi da est a ovest, esattamente come avvenuto durante il Covid: sequenziale, non simultaneo, con buffer regionali molto disomogenei.
L’Asia è già in fase critica. Le ultime forniture pre-chiusura si sono quasi esaurite. Le perdite di domanda in Asia sudorientale sono stimate a circa 300 mila barili/giorno in aprile, ma la traiettoria è ripida: oltre 2 milioni di b/g in maggio, vicino a 3 milioni in giugno se i rilasci strategici OCSE rimangono nazionali e non raggiungono i mercati asiatici. I flussi petroliferi verso il Sud-Est asiatico sono già crollati del 41% su base mensile e annua.
L’Africa segue a stretto giro. Il Kenya è già in fase di carenza reale al dettaglio. Il Sudafrica subisce pressioni da acquisti preventivi più che da scarsità fisica, ma le scorte di jet fuel sono limitate. Le esportazioni verso i quattro Paesi africani più dipendenti da Hormuz sono scese del 43% su base mensile. Se le scorte interne sono basse, le perdite di domanda potrebbero già toccare i 250 mila b/g in aprile, con circa 700 mila b/g di importazioni a rischio.
L’Europa sentirà l’impatto da metà aprile. Il meccanismo è diverso: non scarsità fisica immediata, ma costi di sostituzione elevati e competizione crescente con l’Asia per gli stessi barili. Circa 1,1 milioni di b/g di importazioni sono a rischio, e alcune partite europee di benzina stanno già migrando verso l’Asia dove i margini sono più attraenti. Le scorte esistenti offrono un cuscinetto temporaneo, ma la riduzione della domanda avverrà per via del prezzo, non per razionamento fisico.
Gli Stati Uniti sono ultimi nella catena, ma con un’eccezione geografica rilevante: la California. Strutturalmente isolata dal resto del sistema energetico americano, dipende da importazioni dall’America Latina, dal Canada, dall’Asia e dal Medio Oriente, con raffinerie ottimizzate per greggi pesanti. Mentre il resto degli USA subirà principalmente uno shock di prezzo, la West Coast rischia una vera stretta fisica da fine aprile-maggio, con opzioni di sostituzione limitate e in competizione con la domanda interna.
Le scorte globali: il dato che cambia tutto. Nelle prime tre settimane di marzo, le scorte globali sono calate di circa 155 milioni di barili, uno dei cali più rapidi mai registrati. La componente dominante è il crollo del petrolio in transito: -211 milioni di barili, pari a 10 milioni di b/g. Le scorte a terra restano per ora relativamente stabili, ma questa stabilità è un buffer temporaneo, non una garanzia strutturale. Cina -19 milioni di barili, Giappone -13 milioni, India -10 milioni.
Sul fronte della raffinazione, gli shut-in non pianificati ammontano già a 2 milioni di b/g in Medio Oriente e a 1 milione di b/g in Asia, di cui 770 mila solo in Cina.
Per concludere: Il sistema globale è ancora nella fase transitoria, i buffer ancora tengono, ma si stanno rapidamente consumando. Quando le scorte a terra inizieranno a scendere in modo significativo, lo shock si propagherà lungo l’intera catena geografica con tempi già scritti nelle rotte di navigazione. Per l’Europa, la finestra per agire è stretta: il prezzo è già il problema oggi, la scarsità fisica potrebbe diventarlo presto.







