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I 27 sono divisi sul made in Europe nell’industria. Report Le Figaro

Tutte le divisioni nelle istituzioni europee e tra gli Stati Ue sulle nuove regole in fieri per l'industria. L'articolo di Le Figaro tratto dalla rassegna di Liturri.

(Le Figaro, Florentin Collomp, 25 febbraio 2026)

  • Divisione profonda tra Stati membri.
  • Commissione interna divisa sul testo.
  • Preferenza europea limitata e contestata.

Il progetto di legge europeo per l’accelerazione industriale, volto a imporre una preferenza europea con soglie di contenuto locale nei settori strategici (auto elettrica, acciaio, alluminio, plastica), è stato rinviato per la quinta volta al 4 marzo per mancanza di consenso. Difeso dal commissario Stéphane Séjourné, il testo divide la Commissione (nove direzioni generali contrarie), gli Stati membri (liberali nordici e baltici lo vedono come protezionismo dannoso) e suscita pressioni da Cina e USA. L’obiettivo è portare l’industria al 20% del PIL UE entro il 2035 (oggi 14%), riducendo dipendenze esterne e accelerando la decarbonizzazione, ma resta il dilemma tra protezionismo e apertura commerciale. Francia e Germania spingono per una preferenza netta, mentre altri preferiscono includere partner terzi o limitarla a settori critici.

Divisione interna alla Commissione europea.

«Nove direzioni generali hanno espresso serie riserve sul testo quando è circolato, il che ha portato all’ultimo rinvio. Una parte dei commissari cerca di frenare. […] Ursula von der Leyen si è convertita tardivamente all’idea di preferenza europea, ma ha fatto di tutto per limitarne le ambizioni per paura di irritare l’amministrazione Trump.»

Stati membri liberali contrari al protezionismo.

«Tra gli Stati membri, i paesi più liberali, i nordici, i baltici, la Repubblica ceca, giudicano il concetto ‘dannoso’, temendo una forma di protezionismo. […] A Bruxelles ci si trova di fronte a una contraddizione tra l’idea di preferenza europea e la volontà di moltiplicare i partner commerciali per ridurre la dipendenza da Cina e Stati Uniti.»

Obiettivo ambizioso ma contestato.

«L’obiettivo dichiarato è aumentare la quota dell’industria al 20% del PIL europeo entro il 2035, contro il 14% attuale. […] Si tratta di imporre soglie di contenuto ‘made in Europe’, ad esempio il 70% (escluse le batterie) per i veicoli elettrici che beneficiano di sussidi o il 25% per i prodotti in alluminio e il 30% per le plastiche usate nell’edilizia.»

Pressioni esterne da Cina e USA.

«La Cina vi vede un nuovo attacco alle sue esportazioni, mentre gli Stati Uniti, contrari al ‘made in Europe’, non si sono privati di tentare di sabotare l’iniziativa. […] Pressioni alle quali alcuni responsabili europei non sono insensibili.»

Equilibrio difficile tra protezione e apertura.

«L’UE deve rimanere pronta a collaborare quanto necessario con partner affini per mettere in atto catene del valore diversificate, resilienti e sostenibili […] Non deve trincerarsi dietro strumenti politici di ripiegamento su se stessa che, a termine, nuocerebbero alla competitività e alla transizione verso un’economia decarbonizzata.»

(Estratto dalla newsletter di Giuseppe Liturri)

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