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Perché in verità non ci sono differenze tra Vance e Rubio

Considerazioni a margine dell'intervento di Marco Rubio in Baviera. Il punto di Dario D'Angelo tratto dal suo blog

Così questa sera, dopo l’intervento di Marco Rubio in Baviera, il nuovo sport nazionale – anzi, la nuova disciplina olimpica, visto il periodo – consiste nel sostenere che, in fondo, fra le parole spese oggi dal Segretario di Stato USA e quelle pronunciate un anno fa dal vicepresidente Vance non vi sia poi tutta questa differenza.

È una tesi che conferma purtroppo almeno tre tendenze, a queste latitudini e non solo:

1) La scarsa memoria di commentatori e analisti.

2) La pigrizia di chi ha deciso di non leggere i documenti strategici di questa amministrazione USA.

3) La malafede di chi, per partito preso o ideologia, ha stabilito in partenza che gli Stati Uniti non solo non sono più un alleato, ma addirittura rappresentano un nemico da allontanare al più presto (“Non sono diversi dalla Russia”, cit.), ché con questi “yankees” abbiamo perso pure troppo tempo.

Parto subito dal primo punto. E chiedo: ma lo ricordate l’intervento di JD Vance? Io sì. Ma per onestà questo pomeriggio sono andato a riprenderlo.

Un anno fa, i funzionari occidentali presenti al Bayerischer Hof Hotel uscirono a dir poco scossi dall’appuntamento. Il vicepresidente scioccò la platea, rifilando una serie di colpi sotto la cintura capaci di tramortire i dignitari europei che fino a pochi minuti prima avevano alternato pacche sulle spalle e strette di mano con lo stesso Vance, forse sperando che l’avvento di Trump sarebbe stato gestibile secondo i canoni del “business as usual”.

Niente di tutto questo. Vance arrivò a sostenere che l’Europa avrebbe dovuto guardarsi – più che da Russia e Cina – da sé stessa, dalla cosiddetta “minaccia dall’interno”. Raccontò di un continente allontanatosi dalla difesa della democrazia. Attaccò pesantemente Bruxelles e l’UE. Prese di mira singolarmente Germania, Romania, Scozia, Svezia, Inghilterra. E con fare provocatorio sfidò i funzionari della sicurezza europei accorsi in Baviera: “Ho sentito molto parlare di ciò di cui avete bisogno per difendervi. E naturalmente è importante. Ma ciò che mi è sembrato un po’ meno chiaro è il motivo esatto per cui vi difendete”.

Vance mise davvero in discussione i pilastri dell’alleanza transatlantica: “Qual è la visione positiva che anima questo patto di sicurezza condiviso che tutti noi consideriamo così importante?”. Sul serio gelò la Conferenza, prefigurando la possibilità di un abbandono statunitense. È uno dei motivi per cui non regge la tesi di chi sostiene che Rubio e Vance abbiano incarnato rispettivamente il poliziotto buono e quello cattivo, ma che in fondo la sostanza sia la stessa.

È vero, Rubio ha rimarcato quelli che secondo il suo punto di vista rappresentano gli errori dell’Occidente: il “culto del clima” a scapito di politiche energetiche vantaggiose, l’apertura delle frontiere, la cessione di sovranità a istituzioni internazionali, l’investimento in Stati assistenziali a detrimento della capacità di difendersi militarmente.

Tutti punti, condivisibili o meno – e su cui volutamente non entro, perché credo che siano troppo “politici” perché io possa esprimere la mia opinione in merito – ma che perdono di vista il tema di cui stiamo discutendo.

Perché la domanda di fondo con cui sono arrivati in Baviera leader di governo e ministri europei, dopotutto, è sempre la stessa: gli Stati Uniti sono ancora a bordo o sono scesi? Saremmo ancora insieme se una guerra scoppiasse adesso?

Alla risposta arriveremo fra poche righe, ma consentitemi di soffermarmi ancora un attimo sulle differenze fra l’intervento di Rubio e quello di Vance.

Perché il Segretario di Stato, pur richiamando alcune critiche del vicepresidente, anche sottolineando come a Washington non siano interessati ad “alleati incatenati dal senso di colpa e dalla vergogna”, ha aggiunto un elemento che nel discorso di Vance era totalmente assente: il sentimento.

Rubio ha detto che Stati Uniti ed Europa si appartengono. Ha riconosciuto che i destini delle due sponde dell’Atlantico sono intrecciati (e questo vale molto quando si parla di sicurezza). Ancora: ha spiegato le durezze di Trump con il motivo opposto a quello che viene solitamente presentato in Europa. Non odio, non disprezzo. Piuttosto amore, preoccupazione, amicizia fraterna. Di più: ha corretto il grave insulto del Presidente, riconoscendo che americani ed europei hanno combattuto fianco a fianco. E sono morti insieme, “da Kapyong a Kandahar”. Storia che non si cancella.

Ora, possiamo discutere sul fatto che il discorso di Rubio sia intriso di una dose di paternalismo di cui in molti, a queste latitudini, farebbero volentieri a meno. Soprattutto quando in molti casi – anzitutto in Ucraina – sono proprio gli americani ad aver abbandonato la difesa dei valori che li aveva caratterizzati negli ultimi decenni. Ma qui arriviamo al secondo punto, ai pareri di chi commenta le mosse dell’amministrazione Trump senza studiarle sul serio.

Scrivo questo perché, a ben vedere, Marco Rubio oggi non ha fatto altro che ribadire il contenuto della Strategia di Difesa Nazionale pubblicata dal Pentagono poche settimane fa. Su quel documento, a differenza di quanto sostengano esponenti politici e analisti dei think tank da un anno a questa parte almeno, non viene messo nero su bianco alcun abbandono del continente europeo.

Siete liberi di non credere agli argomenti utilizzati da Rubio. Siete autorizzati a pensare che Trump sia effettivamente affascinato dal modello autocratico. E avete ottimi motivi per affermare che The Donald si trovi a proprio agio più con Putin che con Merz. Ma non potete davvero ingannare voi stessi affermando che la prima potenza del Pianeta non sia consapevole dei vantaggi di un’alleanza con il continente europeo.

Dunque: non solo sentimento, anche puro interesse. Ciò che chiedono gli americani – con modi più bruschi e meno sofisticati di quelli a cui eravamo abituati – è quella che sono soliti definire “condivisione degli oneri”. Ovvero? Ovvero maggiori responsabilità nella difesa da parte degli europei, mentre loro si concentrano su quella che percepiscono come la battaglia di questo secolo: quella contro la minaccia cinese.

Arrivo alla fine, al terzo punto. Non è colpa di Rubio se le regole di ieri sono saltate. Ed è vero che, dall’invasione russa dell’Ucraina fino al Medio Oriente, se fossimo in “un mondo perfetto, tutti questi problemi e molti altri sarebbero risolti dai diplomatici e da risoluzioni dal linguaggio severo”. Ma la verità è che “non viviamo in un mondo perfetto”.

Questo per dire cosa? Per dire di fare attenzione. A chi si nasconde dietro la difesa del diritto nazionale ad ogni costo per approfondire una crepa già esistente fra le due sponde dell’Atlantico.  C’è chi lo fa perché ci crede. È apprezzabile, ma vive fuori dal nostro tempo. C’è chi lo fa per ideologia, perché da sempre ha mal sopportato il legame con l’America.  E c’è chi lo fa per interesse, perché un’Europa senza gli Stati Uniti, piaccia oppure no, è un’Europa più debole, non in grado di difendersi adeguatamente.

Ecco, se c’è una cosa che da atlantista convinto non perdonerò mai a Donald Trump è aver fornito argomenti a chi, per convinzione o per convenienza, oggi sostiene che America e Russia pari sono, che il lato giusto della Storia è stata solo una nostra invenzione.

Non era vero ieri, non lo è oggi, non lo sarà domani.  Un’altra volta discuteremo più diffusamente delle differenze – molte, enormi, fondamentali – fra Rubio e Vance.

Non escludo che fra due anni e mezzo possano farlo loro stessi: sempre dietro un podio, ma davanti a milioni di telespettatori, con in palio una nomination e due visioni del mondo e dell’America profondamente diverse.

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