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Nuova Pac nel Fondo unico, cosa non convince la Corte dei conti Ue

Nel parere sulla politica agricola comune 2028-2034, i giudici contabili europei segnalano rischi su prevedibilità delle risorse, governance e tracciabilità della spesa, avvertendo che l’eccessiva flessibilità concessa agli Stati membri potrebbe creare disparità tra agricoltori e indebolire il carattere “comune” della Pac.

La nuova Politica agricola comune per il periodo 2028-2034 non è soltanto un aggiornamento tecnico della principale politica europea. È una trasformazione strutturale che incide sull’architettura stessa del bilancio Ue. E proprio per questo la Corte dei conti europea, nel suo parere formale (https://www.eca.europa.eu/ECAPublications/OP-2026-05/OP-2026-05_EN.pdf) richiesto da Parlamento e Consiglio, mette in fila una serie di criticità che toccano prevedibilità dei fondi, coerenza degli obiettivi comuni e tenuta del mercato interno.

Il contesto è quello del nuovo Quadro finanziario pluriennale da 2.000 miliardi di euro proposto dalla Commissione per il settennio 2028-2034. All’interno di questo impianto, circa 865 miliardi confluiranno nel nuovo Fondo europeo che accorperà diverse politiche storiche, inclusa l’agricoltura. È la prima volta dal 1962 che la Pac non avrà un fondo autonomo dedicato. Una svolta che la Corte definisce un “cambiamento strutturale significativo”.

L’addio ai due pilastri e il nodo della comparabilità

La riforma elimina la storica divisione in due pilastri, quello dei pagamenti diretti e quello dello sviluppo rurale, accorpando tutte le misure in piani nazionali e regionali unici. Nel periodo 2021-2027 il solo Fondo europeo agricolo di garanzia (Feaga), che copriva pagamenti diretti e interventi settoriali, aveva un massimale di 291,1 miliardi di euro a prezzi correnti. Per il 2028-2034 la Commissione propone una dotazione minima “riservata” di 293,7 miliardi per il sostegno al reddito degli agricoltori, pari a 259,2 miliardi a prezzi 2025.

La cifra, sulla carta leggermente superiore, dovrà però coprire un perimetro più ampio, includendo interventi che prima rientravano nel secondo pilastro. Inoltre, altre misure – come Leader, il sostegno alle regioni ultraperiferiche o il programma europeo per frutta, verdura e latte nelle scuole – saranno finanziate dalla componente “non riservata” del Fondo

Per la Corte questo rende difficile un confronto lineare tra la Pac attuale e quella futura, perché l’assetto finanziario cambia radicalmente e l’ammontare effettivo delle risorse destinate all’agricoltura sarà noto solo dopo l’adozione dei piani nazionali.

L’incertezza non è solo contabile: per gli agricoltori significa non sapere con esattezza, in fase di pianificazione aziendale, su quali importi potranno realmente contare.

Programmazione complessa e rischio ritardi

Uno dei passaggi più critici del parere riguarda proprio le modalità di programmazione. I piani nazionali dovranno essere adottati con decisione del Consiglio, e non più della sola Commissione come accade oggi. In un quadro normativo distribuito tra regolamento Pac, regolamento sul Fondo e modifiche all’organizzazione comune dei mercati, la Corte osserva che la complessità giuridica potrebbe tradursi in ritardi nell’approvazione e nell’erogazione dei fondi.

Il paradosso, sottolineano i giudici contabili, è che una riforma presentata nel segno della semplificazione rischia di produrre l’effetto opposto. Se i regolamenti non verranno adottati in tempo e i piani non saranno approvati con sufficiente rapidità, i pagamenti ai beneficiari potrebbero slittare, con conseguenze rilevanti in un settore caratterizzato da margini spesso ridotti e forte esposizione ai cicli climatici e di mercato.

Più flessibilità agli Stati, ma a quale prezzo?

La nuova Pac amplia sensibilmente la flessibilità concessa agli Stati membri nella definizione degli interventi, dei criteri di ammissibilità e delle priorità di spesa. L’idea è adattare meglio le misure alle specificità territoriali. Tuttavia, la Corte avverte che questa libertà non deve compromettere il carattere “comune” della politica agricola.

Il rischio individuato è quello di creare condizioni di sostegno differenziate tali da incidere sulla concorrenza nel mercato interno. Se definizioni chiave, come quella di “agricoltore attivo”, o modalità di applicazione degli aiuti variano sensibilmente tra paesi, si può generare un campo di gioco meno uniforme. Per attenuare questo rischio, la Commissione dovrà esercitare in modo efficace il proprio ruolo di indirizzo attraverso le raccomandazioni nazionali, che nella nuova proposta assumono una rilevanza formale maggiore.

Degressività obbligatoria e concentrazione degli aiuti

Tra le novità di maggiore impatto economico figura l’introduzione obbligatoria del sostegno di base degressivo e con tetto massimo. Oggi la degressività è facoltativa e applicata da una minoranza di Stati membri. Secondo le stime richiamate nel parere, circa il 4% dei beneficiari nel 2023 ha ricevuto oltre 20mila euro di pagamenti diretti, assorbendo però circa la metà delle risorse.

La proposta prevede riduzioni progressive oltre determinate soglie e un tetto massimo a 100mila euro per azienda dopo l’applicazione della degressività. La Commissione stima che il capping riguarderebbe un numero molto limitato di aziende, circa 1.600 nel 2023. La Corte riconosce che il meccanismo può contribuire a una distribuzione più equa, ma sottolinea che l’impatto concreto dipenderà da come gli Stati definiranno i gruppi di beneficiari e i livelli di pagamento.

Pagamenti per output o per obiettivi: la questione della tracciabilità

Un altro nodo centrale riguarda il nuovo sistema di erogazione. I pagamenti potranno essere basati sulle realizzazioni effettive, come il numero di ettari coperti da un intervento, oppure sul raggiungimento di traguardi e obiettivi prefissati. La Corte segnala una mancanza di chiarezza su quali interventi debbano rientrare in ciascuna categoria.

Il punto più sensibile, però, è quello della tracciabilità. Per i giudici contabili è essenziale che vi sia un collegamento diretto e verificabile tra le somme registrate nei conti europei e i pagamenti effettivamente erogati ai beneficiari finali, come gli agricoltori.

Se il sistema introducesse un livello intermedio basato su valori pianificati o unitari non pienamente ancorati ai pagamenti reali, si rischierebbe di indebolire la capacità di controllo e di aumentare la probabilità di rettifiche successive.

Ambizione ambientale e nuova “farm stewardship”

Sul versante ambientale la riforma sostituisce il sistema di condizionalità con il concetto di farm stewardship (gestione responsabile dell’azienda agricola), introducendo pratiche protettive definite dagli Stati nei propri piani. Contestualmente, eco-schemi e misure agro-climatico-ambientali confluiscono in un’unica categoria di intervento, con un obiettivo finanziario complessivo del 43% delle risorse destinato a clima e ambiente.

La Corte riconosce che l’accorpamento può ridurre la complessità che ha generato irregolarità nella fase iniziale della Pac 2023-2027. Tuttavia, l’efficacia ambientale dipenderà in larga misura dall’ambizione dei singoli Stati e dal vaglio della Commissione in sede di approvazione dei piani.

Una riforma sistemica sotto esame

Il parere non è una bocciatura politica, ma una messa in guardia tecnica. L’integrazione della Pac in un Fondo unico, con una dotazione minima di 293,7 miliardi per il sostegno al reddito e una forte componente di flessibilità nazionale, rappresenta un passaggio storico.

Ma, avverte la Corte, l’obiettivo della semplificazione non può tradursi in minore prevedibilità per i beneficiari, né in una riduzione della tracciabilità della spesa o in una frammentazione delle regole.

La nuova Pac sarà dunque il banco di prova della capacità dell’Unione di coniugare integrazione finanziaria e responsabilità nazionale. Se l’equilibrio non sarà trovato con precisione, il rischio è che una riforma nata per rendere più efficace la politica agricola finisca per renderla più incerta.

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